Vi segnaliamo un'interessante recensione al romanzo Deserte visioni dello scrittore ceco Milan Nápravník, pubblicata sul sito della rivista Pangea:
https://www.pangea.news/milan-napravnik-romanzo-occidente/
Buona lettura!
Vi segnaliamo un'interessante recensione al romanzo Deserte visioni dello scrittore ceco Milan Nápravník, pubblicata sul sito della rivista Pangea:
https://www.pangea.news/milan-napravnik-romanzo-occidente/
Buona lettura!
A marzo 2023 è nata ufficialmente Tracce ǝ Ombre, marchio di Vocifuoriscena interamente dedicato alla letteratura contemporanea.
Sai che notizia, penserete, di case editrici così ce ne sono più di diecimila in Italia.
Tutto vero. E, se vi prenderete la briga di andare a controllare sul sito di Tracce ǝ Ombre, scoprirete tre cose che vi faranno ancor più storcere il naso:
1. i presupposti editoriali sono molto simili a quelli della collana di letteratura italiana di Vocifuoriscena;
2. ci lavorano esattamente le stesse persone (tra le quali, la sottoscritta);
3. l’impostazione del sito è la copia sputata di quello di Vocifuoriscena.
La domanda che sorge spontanea è: perché questa apparentemente inutile duplicazione?
A tutti voi sarà capitato di aprire un ristorante a conduzione familiare. Dentro avete voluto a tutti i costi la nonna, che sa cucinare ogni piatto di pesce a occhi chiusi, la suocera, famosa dalle Alpi a Lampedusa per le sue lasagne al bergamotto, lo zio, incontrastato re delle grigliate, il genero pizzaiolo che ne sforna dieci al colpo, e, già che ci eravate, Imerio, specializzato in cucina erotico-meditativa.
Quando qualcuno vi diceva «Certo che ne avete di coraggio!», vi prendevate il lusso di sorridere con una punta di orgoglio, senza afferrare neanche di striscio la sottesa nota di sarcasmo.
Ma poi, seppur con estenuante lentezza, siete dovuti giungere alla seguente e inevitabile conclusione: i clienti del ristorante ordinavano quasi esclusivamente lasagne al bergamotto. Comparivano articoli e recensioni, addirittura, sulle vostre lasagne al bergamotto, mentre pizze, grigliate, cucina erotico-meditativa e strepitose pepate di cozze passavano in sordina, quasi non esistessero.
Cosa fare, dunque? Ed ecco la pensata: lasciare al primo ristorante la sua fama di lasagneria al bergamotto, e aprirne un secondo in cui proporre tutto il resto.
Nel nostro caso, la parte delle lasagne al bergamotto è data dall’interesse per gli studi etnologici e filologici, nonché per la letteratura relativa a certuni popoli e Paesi: Vocifuoriscena ormai si identifica quasi solo per questa “prelibatezza” letteraria, e i tanti riconoscimenti e apprezzamenti non possono che renderci orgogliosi. Tuttavia, sappiamo di aver curato e di curare con altrettanto amore e passione anche gli altri piatti, e sarebbe un peccato condannare i nostri avventori a non gustarne la particolarità di accostamenti e sapori.
Per questa ragione in Tracce ǝ Ombre abbiamo predisposto un menù con proposte appetitose per ogni palato… Anzi, no – cosa sto dicendo? – non per ogni palato. “Accontentare tutti” non è il nostro obiettivo, perché – non so se ci avete fatto caso – di solito ciò che piace a tutti è tremendamente piatto, scontato, reazionario, accomodante e soporifero.
E questo vale in cucina come in letteratura.
Solo che, mentre nel primo caso il danno è contenuto (mangiare una pasta senza infamia né lode è cosa che chiunque, tranne mia figlia, dimentica in fretta), nel secondo ha effetti dannosi e duraturi e, quel che è peggio, del tutto inconsapevoli: cibarsi di letteratura autoreferenziale, che offre solo un momentaneo senso di appagamento, crea dipendenza, atrofizza il cervello ed è considerata, secondo gli ultimi studi di “Science”, una delle principali cause della calvizie sottocutanea e del gomito a incasso.
Al contrario, un’opera d’arte degna di tal nome, come sosteneva Hans Georg Gadamer, dovrebbe essere «lo sconvolgimento ed il crollo di tutto ciò che è usuale». Qualcosa che scuote, fa riflettere e che ci dice non solo «questo sei tu» (autoreferenzialità), ma anche, se non soprattutto, «tu devi cambiare la tua vita».
Diciamoci la verità: non è facile incappare in libri del genere. E non ho la presunzione di venirvi a raccontare che i libri di Tracce ǝ Ombre vi porteranno a simili rimescolamenti delle carte interiori. Ma una cosa sì, la posso dire: il nostro criterio non è pubblicare opere che si leggano “tutto d’un fiato”, giusto per distrarsi, staccare la spina e poi tornare alla solita routine, per alcuni forse anche molto soddisfacente, ma per la maggior parte triste e vuota come il frigorifero di uno scapolo.
Se così facessimo, sono convinta che tradiremmo la fiducia dei lettori. Ecco perché pubblichiamo e continueremo a pubblicare opere che non siano riducibili a un mero passatempo, ma che al contrario stimolino domande, dubbi, critiche, perplessità. Opere che inducano a pensare con la propria testa, che suscitino stupore, che facciano sudare fatica e magari incazzare, anziché offrire scontati lieti fine e risposte prefabbricate.
Questa è, per restare nel parallelo, anche la politica di un ristorante a cinque stelle: i piatti sono ricercati, curati nel dettaglio e nulla è lasciato al caso. Perché gli chef sanno quanto è importante sorprendere il palato, così come sanno che i clienti più esigenti li criticheranno, che quasi tutti si incazzeranno al momento di pagare il conto, ma che torneranno comunque perché da loro si mangia divinamente.
Claudia Maschio
Ringraziamo il blog Libroguerriero e la professoressa Eleonora Papp per aver recensito la nostra edizione del Kalevala in due volumi:
Buona lettura!
Ringraziamo il blog Libroguerriero e la professoressa Eleonora Papp per la dettagliata recensione del volume L'albero della vita. Appunti di storia delle religioni, dell'etnologo finlandese Uno Harva, tradotto da Elisa Zanchetta. Buona lettura!
Da qualche mese è disponibile in traduzione italiana il celebre saggio di storia delle religioni e mitologia comparata dell'etnografo finlandese Uno Harva (1882-1949), intitolato Elämänpuu ("L'albero della vita"), primo titolo della neonata etnosfera humanica. La traduzione è stata condotta sull'origine edizione finlandese del 1920, confrontandola anche con la successiva edizione tedesca del 1922 (Der Baum des Lebens). L'edizione da noi impiegata è stata pubblicata nel 1996 da Edition Amalia e contiene numerose illustrazioni liberamente aggiunte dall'editore, alcune delle quali hanno destato la nostra attenzione, richiedendoci di fare ricerca per mettere a tacere la nostra curiosità. Una di queste illustrazioni riguarda le salige Frauen, figure mitologiche di cui non disponevamo di alcuna informazione. Avendo optato per consegnare al lettore italiano l'opera di Uno Harva nella sua veste originale, arricchita con gli aggiornamenti dell'autore, ma depurata dei vezzi editoriali di Edition Amalia, peraltro non segnalati come tali al lettore, siamo stati costretti ad omettere alcune chilometriche note che avevamo preparato come accompagnamento. Quale occasione migliore per riproporvi il risultato delle nostre ricerche se non attraverso il nostro blog? Così oggi vi proponiamo qualche appunto sulle salige Frauen.
Salige Frauen
Anche Salkweiber o Salaweiber, sono belle fanciulle dalla figura slanciata e dorati capelli fluttuanti che popolano la mitologia delle regioni alpine dell’Austria e della Germania meridionale e costituiscono il corrispettivo delle weiße Frauen. Le leggende le presentano come donne timide che si trovavano in anfratti rocciosi, in zone glaciali o montuose ubicate lungo la Drava: secondo un racconto, a Rosental vivevano un tempo numerose Salkweiber dai piedi deformi che si intrattenevano lungo il suddetto fiume, cibandosi di pesce.
Si diceva fossero timorose dell’uomo, ma allo stesso tempo erano prodighe di consigli e non disdegnavano di intervenire in aiuto delle persone, in particolare dei contadini poveri. Si narra, per esempio, che nel periodo del solstizio d’inverno un contadino udì una voce provenire dal fiume che gli consigliava di seminare i fagioli; egli era di buon umore, pertanto stette allo scherzo. L’indomani mattina vide gli steli, che tuttavia non contenevano alcun frutto. Ecco allora che udì nuovamente la medesima voce consigliargli di far uscire i maiali e di lasciarli razzolare sul seminato: solo allora i baccelli si riempirono di fagioli. Si narra inoltre che durante un’annata particolarmente secca, esse furono le uniche in grado di procurare del grano saraceno.
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Albero delle Drei-Salige Frauen (Tirolo): da un’unica radice crescono il tronco giovane, mediano e vecchio. Immagine tratta dall'edizione tedesca del libro di Uno Harva. |
Le salige Frauen erano connesse anche alla filatura: una leggenda narra di una contadina povera che trovò una Salkweib nel proprio letto; essa, per riverenza, le sollevò i lunghi capelli che giacevano al suolo, per metterli sopra il letto. Allora la fanciulla si destò, e in segno di riconoscenza donò alla donna un capello delle sue pesanti trecce, raccomandandole di metterlo nel rocchetto: in quel modo in casa sua non sarebbe mai mancato il filato.
Esse uscivano dai loro antri solamente al tramonto, recandosi al fiume, cantando e scherzando, per lavare le proprie vesti di lino più candide di una distesa innevata. Di notte, quando la luna splendeva alta in cielo, era meglio evitare di incontrarle, pertanto ci si premurava di fare parecchio rumore, cantando o schioccando la frusta, in modo da tenerle a debita distanza, stante che esse aborrivano ogni sorta di frastuono. Si narra di un giovane contadino che non ebbe l’accortezza di fare rumore, pertanto le salige Frauen lo fecero loro prigioniero e amante, baciandolo e vezzeggiandolo, fino a fargli esalare l’anima. Solo quando dalla valle giunsero frastuoni di guerra, le fanciulle si volatilizzarono
Vi proponiamo la nostra chiacchierata intorno al mito e alla musica metal in compagnia di Mister Folk:
Chi è Francesco Maiello, e, soprattutto, perché scrive?
Sai che di fronte a questa domanda ho rischiato una denuncia per oltraggio a pubblico ufficiale? Ero in Francia non lontano da Treguier nella Bretagna del nord. Ero andato a visitare i luoghi di Ernest Renan, uno degli autori francesi che amo di più. Inoltre Treguier ha una cattedrale che mi affascina moltissimo. Stavo per andare via quando mi sfuggono le chiavi dell’auto di mano e mi abbasso per raccoglierle. Ecco che spunta un poliziotto che pensa forse io mi stia nascondendo.
Mi fa: «E lei chi è?».
Resto sorpreso... poi mi viene naturale dirgli: «Ascolti, io posso dirle come mi chiamo, dove abito, che lavoro faccio, mostrarle i miei documenti, ma mi creda alla domanda precisa che lei mi pone non so rispondere. Io non so chi sono».
Lui mi guarda perplesso. In quel momento viene raggiunto da un collega che evidentemente ha sentito perché ha un volto con un’espressione divertita, non ostile. Poi il primo dice: «Lo sa che potrei arrestarla per oltraggio a pubblico ufficiale? Lei si sta prendendo gioco di me».
Io gli faccio: «Mi creda signore, tutt’altro. Mi prenderei gioco di lei se le rispondessi. Perché io veramente non so rispondere alla sua domanda. Comunque, – dico – se oltre ai documenti personali vuole anche quelli del veicolo mi lasci raccogliere le chiavi e aprire l’auto. Lei mi pone una domanda che da Socrate a Freud non ha trovato risposta. Immagini se posso trovarla io».
Fu il secondo poliziotto a risolvere la questione fingendo un colpo d’occhio ai documenti e chiedendomi dove alloggiavo.
Capisci? Non ho le idee più chiare di quanto le avessi allora. Non so rispondere. Io non so chi sono. Vilayanur S. Ramachandran, che come sai è uno dei massimi studiosi di neuroscienze, sostiene che anche il concetto di “io” è un miraggio. E lo motiva bene nei suoi libri.
| Francesco Maiello |
Perché scrivo? Ti racconto un altro aneddoto. Un giorno ero a Parigi a rue Monticelli, a casa del grande medievista Jacques Le Goff che mi onorava (si dice così?) della sua amicizia. Stavamo registrando l’intervista sulla storia che sarebbe poi uscita presso Laterza.
Durante la “pausa pranzo” gli chiesi qualcosa circa l’insorgere della sua passione per la storia. Lui mi disse con un’aria meravigliata con se stesso: «Sa, Francesco, io non so perché, non ho una spiegazione, ma sin da piccolo ho sempre pensato che avrei fatto lo storico». E allargò le braccia. Sin da piccolo ho sempre pensato che avrei fatto lo scrittore, ma, contrariamente a Le Goff mi sono deciso a farlo da vecchio. Ho fatto tanti altri mestieri, prima. Il mio primo romanzo è del 2018, pubblicato con uno pseudonimo. Avevo 72 anni.
Come ti è venuta l’idea di La necessità del male?
Questa è una domanda molto bella, anche se nessuno ci pensa. Non è la stessa cosa di quando ti si chiede: «Quando hai deciso di scrivere?», oppure; «Perché hai scelto questa trama, questo argomento?». C’è una bellissima frase del grande Claude Lévi-Strauss a proposito dei miti (e io ho sempre pensato che valga anche per la letteratura e per l’arte in generale): è quando lui scrive che nella riflessione sulla mitologia si può anche abolire il soggetto perché i miti dopotutto parlano tra loro.
Ora, la domanda che mi poni invita a pensare – almeno al suo livello letterale – che le idee ti “vengano”. Cioè sono loro a muoversi verso di te.
Purtroppo l’italiano è infelice a proposito dei sogni. “Fare un sogno” è una stupidaggine incredibile. I sogni, come i miti, i romanzi, l’arte, non si “fanno”, giungono.
Spesso, come uno sciamano, lo chiedo al mio libro come mai sia “venuto”. Non ci crederai, ma lui mi risponde. In primo luogo mi dice che per essere esatti lui è “esploso” oltre me giungendo nel momento della mia vita in cui ha realizzato che non avrei avuto altro futuro da vivere se non quello che si immergeva nel passato. Ha capito che sono vecchio – ho quasi 77 anni – e posso avere un futuro solo perché alle mie spalle si distende un oceano.
Perché ritieni che il male sia necessario?
Semplicemente perché il male è la nostra vita. Non ricordo chi fu a scrivere che la pace, cui tutti agogniamo, è solo un breve intervallo fra due guerre. Lo stesso vale per il bene. Il bene è solo un momento di distrazione del male, che è la normalità. Non ricordo se fu Voltaire, Marco Aurelio o Ernest Renan a dire che gli uomini sono portati a farsi domande cui non sanno rispondere. Se la sostanza del mio ricordo è esatta, sono portato a fare una modifica e dire che gli uomini hanno la tendenza a porsi domande cui non possono rispondere.
Il concetto che noi moderni occidentali abbiamo del bene è devastante per la psiche umana. Siamo sempre in uno stato di inadeguatezza rispetto alla vita, agli amici, alle persone che ci circondano, alla società, agli dèi, all’universo tutto. È ciò che chiamiamo male a dominare il mondo a esserne la sua vera natura a costituirne la sostanza. Senza il male il mondo crollerebbe in pochi secondi. Occorre rendersi conto di questa realtà in uno slancio liberatorio e intellettualmente sano. Occorre ribellarsi al fascismo del politicamente corretto.
D’altronde, se non fosse così, non si capirebbe come tutte le mitologie e le religioni del mondo, nessuna esclusa, parlino dell’uomo come di un essere catapultato in un mondo dominato dalle avversità e dagli spiriti del male. L’uomo è sempre un essere decaduto.
Quanto c’è di autobiografico in La necessità del male?
La necessità del male è la mia autobiografia, nel senso più stretto del termine. Anche là dove qualcuno, sbagliando, potrebbe ritenere che io attinga al mondo del fantastico.
Qual è la cosa che ti dà più fastidio al mondo e quella che invece apprezzi maggiormente?
Il non voler vedere le cose per quelle che sono. Questa ostinazione vile a dare alle cose un nome diverso da quello che sono. Il non voler vedere in faccia la realtà. Non amo gli struzzi. Mi piacciono le persone come la Yourcenar, che voleva entrare nella morte a occhi aperti. Ho sempre avuto la netta sensazione che questo stato di cose servisse ai potenti per tenere sotto controllo i derelitti, per tenerli in un costante e permanente condizione di inadeguatezza.
Ciò che apprezzo maggiormente e che amo è il mondo infantile. Ma viviamo in un tempo in cui rischio il carcere se lo ripeto un’altra volta. Passo ore e ore, intere giornate, a giocare con Riccardo un nipotino che amo oltre ogni cosa.
Ti è mai capitato di vivere la sindrome della pagina bianca?
Mai. Appena apro la pagina bianca il mio problema è come arginare l’esondazione di una gigantesca diga che è in procinto di cedere.
A quando la seconda “puntata” di La necessità del male?
Credo entro quest’anno. Sono in ritardo solo per la revisione e la pubblicazione. Perché, come nel caso del primo volume, lui improvvisamente è arrivato e io l’ho trascritto. L’ho dovuto trascurare per un po’ preso dalla traduzione e dalla cura di un importante lavoro etnologico in quattro volumi.
Cosa consiglieresti a chi vuole diventare scrittore?
Di lasciar perdere. Scrittori lo si è per elezione divina, non lo si diventa. Occorre essere degli sciamani in contatto con il mondo invisibile. E infatti gli scrittori sono pochi: Omero, Shakespeare, Proust, Eliot (ci metto anche i poeti), Dante. Si contano sulla punta delle dita.
Se poi si vogliono scrivere dei libri, che è un’altra cosa, be’, credo che i consigli siano inutili, se non quello di non cedere ai gerghi del momento che dopo soli quattro cinque anni diventano ridicoli.