venerdì 9 aprile 2021

La Giornata della lingua finlandese

 


Cari lettori,

in occasione del Suomen kielen päivä (la "Giornata della lingua finlandese") vi proponiamo un nostro articolo pubblicato da Classicult.it.

Ecco a voi il link: https://www.classicult.it/suomen-kielen-paiva-giornata-della-lingua-finlandese/

Buona lettura e... hyvää suomen kielen päivää!

giovedì 1 aprile 2021

Finalmente verso la scuola “bona”



Da un nostro infiltrato al Ministero dell’Istruzione abbiamo ricevuto copia di un documento riservato, che pubblichiamo in esclusiva. Si tratta di un lungo appunto, vergato a penna dal Ministro durante una riunione. Il nostro collaboratore l’ha carpito e fotografato col cellulare, approfittando del leggero assopimento del suo autore.
Il tono semiserio non inganni: sappiamo che la maggior parte dei provvedimenti dei governi italiani nascono da boutade improvvisate.

Note per una Rifondazione della Scuola Italiana: mali e rimedi (con Contrappasso) 
Concepite in Roma, il 25 marzo 2021 – Dantedì – da elaborare e pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale di Giovedì 1° aprile 2021

1. Edilizia scolastica. La scuola deve educare alla bellezza, all’ordine, al rigore. Giustissimo! La maggior parte degli edifici scolastici dell’era repubblicana, spiace dirlo, sono orribili e indegni di sopravvivere.
Contrappasso: demolizione e rifacimento ex novo. Per gli altri: destinazione ad altro uso (vedi punto 5.)

2. Direzione. Un tempo, c’era il preside (direttore didattico alle elementari e materne). Oggi, il Dirigente è spesso chiamato a occuparsi contemporaneamente di scuole di ordini e gradi differenti, talvolta anche disseminate su territori non limitrofi. Cosa è cambiato? Per il Dirigente c’è stato un aumento di stipendio, ma per contro egli ha perduto ruolo e senso della sua mission.
Contrappasso: Inserire la Legge Bassanini nella macchina del tempo, impostare su una data anteriore al 6 marzo 1998 e digitare: “Cancella”.

3. Organizzazione degli uffici. L’autonomia del DGSA (un tempo, segretario/segretaria) separa la gestione amministrativa da quella generale, affidata al Dirigente. Effetti: all’interno delle scuole vive e prolifera una tecnostruttura autoreferenziale il cui unico scopo è quello di ritardare, complicare, rendere disagevole se non impossibile l’accesso agli uffici, di moltiplicare gli adempimenti burocratici, di ostacolare in ogni modo la funzione didattica.
Vista la capacità di mobilitare a scopi improduttivi una enorme quantità di risorse, materiali e umane, e in linea con le finalità della riforma qui proposta, il contrappasso non può consistere che nella sostanziale smobilitazione dell’intero servizio.

4. Personale docente. Stanco, demotivato, pagato poco, spesso impreparato. Impossibile il recupero. Considerata la validità della DAD, come emerso durante questo periodo pandemico, sembra opportuno recedere dal proposito di una regolarizzazione in massa dei docenti precari e pensare a una scuola priva di insegnanti fisici (sottolineato nel manoscritto, n.d.r.). La formazione scolastica potrà essere svolta a distanza dall’INVALSI, che già sta egregiamente adempiendo alla valutazione delle competenze dei nostri studenti su base oggettiva (c.s.).
Contrappasso: non occorre pensare ad alcun contrappasso; per eliminare il personale docente attualmente in carico all’Amministrazione, basterà interrompere le vaccinazioni e lasciar lavorare il Morbo.

5. Visto il configurarsi del Nuovo Modello di Scuola (NMS, o anche scuola bona), gli edifici scolastici non abbattuti e di qualche pregio potranno essere ristrutturati e destinati a Centri benessere, a disposizione degli aventi diritto (personale politico, nomenclature varie, membri delle corporazioni eminenti).

6. Norma transitoria. In attesa che si completi il processo, le funzioni di Scuola in Presenza (SiP) potranno essere esercitate dagli Istituti scolastici privati, nelle due forme: a) senza oneri per lo Stato (norma generale); b) con contributo statale (Istituti Religiosi Riconosciuti – IRRi).

Franco Ceradini


martedì 23 marzo 2021

"Niuru", raccontato da Michele Branchi

 Niuru - Il diavolo dei Nebrodi


Successivo a Focu e Faiddi, insieme al quale costituisce un dittico siciliano incentrato sullo stesso paese ubicato sui monti Nebrodi, da me denominato San Patrizio, Niuru registra i cambiamenti verificatisi qualche anno dopo le vicende narrate nel primo romanzo.
Se prima il potere era incarnato nei notabili locali, la cui visibilità si mostrava sotto gli occhi di tutti, ora è evanescente e frazionato nella mediocrità di uomini privi di spessore e personalità, che brigano sott’acqua per spartirsi i proventi illeciti ricavati dalla corruzione e dai bilanci contraffatti.
San Patrizio è un microcosmo che riflette le trasformazioni in atto nella nazione, a seguito del crollo della prima repubblica. Le forme rappresentative dei vecchi autoritarismi connessi a centri di potere ben delineati e riconoscibili, cristallizzati da decenni, si sono aggiornate occultandosi dietro le apparenze della legalità e della democrazia. 

In questo contesto e in una atmosfera medio bassa, di passiva acquiescenza, si sviluppa una nuova storia, con personaggi del tutto diversi rispetto alla precedente. Il nucleo propulsivo della narrazione si irraggia dal dottor Vincenzo Monastra, medico e intellettuale, agnostico, scettico e disilluso, con sopite ambizioni politiche: un giorno, in ambulatorio, riceve la confessione di Nino Mantineo, piccolo imprenditore edile, onesto e benvoluto, che mentre si trovava nel suo orto, presso l’antico centro medioevale del paese, ha udito una voce proveniente dal silenzio della terra, che gli intimava: «Se non vuoi morire, uccidi!».

Nino Mantineo sparisce misteriosamente, ricompare e compie un massacro, sotto gli occhi di un testimone. Quindi, si volatilizza. I carabinieri lo ricercano inutilmente. Il dottor Monastra, un uomo troppo intelligente e troppo solo, comincia a investigare per suo conto, turbato da quell’imperativo categorico che ha fatto impazzire Mantineo, e che diverrà il leit motiv della vicenda. 

Quale depositario delle ultime confidenze dell’assassino, il medico attira presto i sospetti degli inquirenti. A dargli una mano spunterà, in circostanze altrettanto misteriose, un ex colonnello dei marines di origine siciliana, il criminologo Joe Lipari. Insieme si addentreranno in un labirinto di specchi dove la verità è plasmabile come la creta. Una trafila di personaggi, ognuno col suo carico di segreti e di paure, danzerà attorno a questa verità, che minaccia di trasformarsi in qualcosa di abnorme per le dimensioni di San Patrizio. Gli omicidi si moltiplicano, consumati tutti dallo stesso fucile da caccia di proprietà di Nino Mantineo, che si trasforma in una sorta di fantasma vendicatore

Il paese è stretto d’assedio da un servizio d’ordine tanto soffocante e repressivo, quanto impotente a fermare la mano dell’omicida. Dall’inconscio collettivo della popolazione comincia a emergere la figura leggendaria di Niuru, feroce e sanguinario brigante medioevale, simbolo di rivolta contro ogni forma di potere. Il misterioso assassino viene identificato dagli abitanti come una reincarnazione di Niuru, subendone il fascino ambiguo e il dominio sulle coscienze. Il paese è preda di pulsioni violente e irrazionali dirette contro le autorità. Pulsioni che non risparmiano nessuno e ingabbiano le indagini in una rete senza via d’uscita.

L’epilogo sarà sorprendente e nello stesso tempo prevedibile, ma il finale ghigliottinerà le convenzioni rovesciando il senso morale e filosofico della vita.
Il respiro e il ritmo narrativo sono più stringenti, l’analisi psicologica più introspettiva, le riflessioni e le speculazioni filosofiche più articolate, rispetto a Focu e Faiddi. La passionalità e la sessualità, sfrenate e brucianti del primo romanzo, sono smorzate e attutite dalla nebbia, vera e metaforica, che imbavaglia le pulsioni e gli slanci, schiacciando i destini sotto la coltre secolare dell’ineluttabilità.
Là c’era la scoperta della Sicilia da parte di un barbaro, qui è una nozione acquisita.
Là agiva in sottotraccia la tragedia greca nel suo versante dionisiaco. Qui prevale la razionalità e la dialettica socratica. Due anime della cultura siciliana, a cui aggiungerei la crisi dell’identità di stampo pirandelliano, che sfocia addirittura nella critica ai fondamenti dell’ego. 

Anche in Niuru ho adottato il dialetto siciliano con uno scrupolo particolare riguardo l’esattezza delle coniugazioni dei verbi e la scelta dei vocaboli in funzione dell’efficacia descrittiva e psicologica di luoghi e personaggi. La figura del brigante Niuru è immaginaria, ma storicamente legittima e giustificata come reazione del singolo contro i soprusi perpetrati dai baroni, che avevano diritto di vita e di morte sui contadini e i loro familiari. 

L’impianto giallo di investigazione predomina sulle tinte gotiche che caratterizzavano Focu e Faiddi, ma trascende il genere per le venature metafisiche che lo permeano e la destabilizzazione dell’assetto morale, che oltrepassa il consueto cinismo disincantato del noir, per imboccare una strada costellata dal crollo delle mitologie e delle sicurezze ontologiche, spazzate via dal vento niuru del nichilismo.

Michele Branchi


martedì 9 marzo 2021

Kalevalan päivä, il "giorno del Kalevala"

 


Cari lettori,

vi proponiamo un nostro articolo dedicato al poema epico finlandese Kalevala e pubblicato da ClassiCult.it in occasione della nostra diretta live per il Kalevalan päivä ("giorno del Kalevala") dello scorso 28 febbraio.

Ecco a voi il link: https://www.classicult.it/kalevalan-paiva-il-giorno-del-kalevala/

Buona lettura!

domenica 28 febbraio 2021

Bello ciao


Da bambina ho avuto la fortuna di fare innumerevoli passeggiate tra le Alpi, in compagnia di Silvia (la Sorella), i miei genitori, cugini, zii e nonni. E camminando si cantava. Ovviamente le canzoni le proponevano gli adulti del nostro folto gruppo, e una delle più gettonate era Bella ciao.
Quel ritmo incalzante, il testo graffiante e crudo, ma anche simbolo di rivolta e coraggio, mi si è impigliato nelle pedule della memoria e, a scrollarle dai piedi oggi, ecco dei sassolini per ridar loro valore e forza. Perché la vita di una donna spesso è ardua come scalare non una, ma mille montagne. Specie se, mentre cerca di andare avanti, di salire, di raggiungere la propria cima, c’è qualcuno pronto a farla precipitare in un crepaccio di desolazione, umiliazione e brutale sofferenza. 

A quel qualcuno, vogliamo dire semplicemente Bello ciao.
E lo faremo – come sempre – con la raffinata arma della letteratura, attraverso le parole di scrittori e scrittrici (soprattutto) che, come Cyrano, usano la penna a mo’ di una spada contro l’ingiustizia.
Lo faremo per una settimana e non solo l’8 marzo, per ricordare che ogni giorno la violenza sulle donne va condannata, aborrita, combattuta

Una mattina, mi son svegliata,
o bello ciao, ciao, ciao.

sabato 27 febbraio 2021

Chiamalo, se vuoi, surrealismo

 


Come tutte le avanguardie storiche, nel corso del tempo il surrealismo ha perduto la funzione e gli obiettivi che si era preposto al suo nascere. La carica dirompente, polemica, nei confronti delle cristallizzazioni del modo di percepire il reale e trasporlo nell’oggetto artistico, si è affievolita insieme alla consapevolezza di un fatto ormai acquisito. L’assimilazione del surrealismo nella pittura, nel cinema, nella letteratura, ne ha dissolto il criticismo spirituale, filosofico, psicologico, che nei primi anni ’30, ’40 del Novecento minava dall’interno le strutture gnoseologiche dell’esperienza, allargando le frontiere della coscienza oltre i sillabari del razionalismo con l’inclusione del mondo dell’inconscio come parte imprescindibile e integrante dell’approccio relazionale con l’altro da sé.

Il materiale espressivo e lessicale che serviva a mostrare l’irruzione destabilizzante del linguaggio onirico, prima irrappresentabile, in quanto avulso dai meccanismi e dalle categorie tramite i quali la ragione ci restituisce la rappresentazione logico-scientifica della verità, è divenuto abituale elemento semantico-esplicativo, se non di spettacolarizzazione effettistica. Il surrealismo si è cangiato addirittura in un genere, attraverso non poche contaminazioni, provenienti soprattutto dal fantastico, dall’horror, dal ghost story. Ma anche attraverso diverse sue acclamate interpretazioni in chiave autoreferenziale, come nel cinema di Fellini. 

Noi ora ci poniamo la riflessione se e in quale misura sia lecito definire surrealista una certa maniera di fare letteratura. Maniera, poiché non credo si possa più parlare di corrente o meno che mai di movimento. D’altronde, dopo tutte le rivoluzioni culturali e artistiche consumatesi nel cosiddetto secolo breve, non esiste invenzione creativa che non rientri nel dejà vu. Perciò stiamo vivendo da decenni in una età dei manierismi perenni. Detto questo, cerchiamo di affrontare la problematica sotto il profilo delle strutture e delle soluzioni narrative scelte dagli autori. 

Diamo per scontato che in pittura e nel cinema il surrealismo si è declinato al meglio, trasmettendo nell’immediatezza delle forme e delle visioni la propria specificità programmatica. Vale a dire l’apparente sconnessione alogica delle figurazioni e delle ideazioni in rapporto allo spazio-tempo del dipinto o del film. Fino a generare iconiche bizzarrie o suggestioni stravaganti (Dalí), accostamenti luministici e concettuali meta-razionali (Magritte), sconfinamenti nel metafisico (De Chirico), deragliamenti improvvisi dai binari del realismo (Buñuel), sincretismi immaginifici e funambolici (Jodorowsky). Su questa congerie talvolta pletorica di ridondanze s’innesta spesso la tematica della latenza del messaggio che serpeggia e s’insinua nell’opera pittorica o cinematografica, al pari e con lo stesso intento di una decodificazione freudiana del sogno. 

Il sogno, infatti, funge da veicolo linguistico antitetico alla sintassi fabulatoria dello stato di veglia, dove si dipanano le legislazioni, gli ordinamenti e i sistemi, la Storia, i romanzi, il buon senso, le logiche geometriche, l’etica, le speculazioni del pensiero. Ma le passioni e le follie scaturenti dagli abissi dell’inconscio scardinano le sicurezze illusorie su cui si erge la civiltà dell’ego. Merito del surrealismo è stato far implodere gli equilibri e gli assetti costitutivi della ragione imperante, alludendo al Sottosuolo che ci fagocita ogniqualvolta rinunciamo ad accogliere nella nostra identità il sosia oscuro che ci accompagna come un’ombra repulsiva e ripudiata

Tuttavia, a mio parere, il Surrealismo risulta molto più cerebrale e intellettualistico che altre avanguardie, per l’esigenza di tradurre e comunicare la complessità simbolico-allusiva dell’Es con gli strumenti espressivi e i tecnicismi propri dell’arte, in una ricerca e una applicazione lontana dagli automatismi spontanei del freudismo. Basta osservare le opere dei grandi maestri del surrealismo storico per verificare quanto siano distanti, per esempio, dall’action panting di Pollock, e abbiano dato luogo paradossalmente a una sorta di accademismo anticonformista, epigone di un romanticismo deformato. 

Più difficile individuare in letteratura la stessa purezza connotativa. Tracce di surrealismo lo riscontriamo già nel realismo magico di Bontempelli; nello sperimentalismo di Joyce (Finnegans Wake più che nell’Ulisse), mentre in Kafka prevale la lucidità delirante di una alterità enigmatica elevata a sistema socio giuridico, che soffoca e giustizia gli individui quando cadono nelle sue spire. 

L’allegoria e la metafora occhieggiano in certi racconti pseudo-surreali di Buzzati o nella stessa situazione tratteggiata dall’autore nel Deserto dei Tartari, in cui la sospensione della credulità funge da postulato iniziale, dopodiché gli eventi si dotano di una loro consequenzialità logica e necessaria. Più a ritroso troviamo lampi surreali in Edgar Allan Poe. Mi riferisco al finale del suo romanzo breve Gordon Pym. In alcuni passaggi del Maestro e Margherita di Bulgakov. Per non parlare del grande Gogol, nel suo lambire il surreale partendo dal grottesco, nei Racconti di Pietroburgo, dove di tanto in tanto pare fluttuino le figurazioni incantate e fiabesche di Chagall a illustrarne lo spirito più nascosto. 

Nel Novecento squarci onirico surreali all’insegna dell’orrore li troviamo in Lovecraft (I miti di Cthulhu, Le montagne della follia…) e saltando a un altro orizzonte letterario, nel Pasto nudo di William S. Burroughs

Il surrealismo percorre la letteratura, vi aleggia, la intride, ma escludo che oggi possa far sorgere un filone precipuo. A meno che non se ne accetti la fusione col fantastico, o meglio il fantasy, interagendo con esso e scambiandosi i favori. Non bisogna confonderlo, invece, con gli esiti raggiunti dai monologhi introspettivi in progress, che recuperano l’assodato e arcinoto flusso di coscienza, di joyciana memoria passando per Virginia Woolf, o il psichedelismo lisergico della beat generation con le varie derive e modulazioni.

In conclusione, il surrealismo in letteratura ha un impatto sul lettore troppo mediato dall’abuso che se ne è fatto in ogni campo, compresa la pubblicità, colpevole di aver decontestualizzato i linguaggi e le forme dell’arte banalizzandone gli assunti.
Il suo potenziale più esplosivo comporterebbe uno slittamento dalla percezione multimediale, che ormai abbiamo interiorizzato, verso un Altrove epifanico davvero conturbante o comunque capace di sorprenderci e sovvertire le prospettive da cui vediamo il mondo e ne siamo visti.
Dovremmo depurarci la mente e rivedere con senso critico tutte le stazioni che la parola ha superato, dalla fase orale all’etimo, fino alla sedimentazione stratificata delle accezioni acquisite successivamente, per poter rigenerare gli archetipi che essa è in grado di evocare e trascendere la fenomenicità sensoriale, affinché si recuperi l’esperienza del numinoso, presupposto per riappropriarsi del surrealismo come estrinsecazione dell’inconscio collettivo e non soltanto del proprio Sé.

Michele Branchi 

giovedì 25 febbraio 2021

La prosa “indomita” di Simona Friuli


Simona, cosa vuol dire, secondo te, avere successo come scrittore?

Lo scrittore di successo è lo scrittore morto, di cui si può, finalmente, dire del bene.

Come reagisci alla sindrome della pagina bianca?

Non “pagina bianca”, piuttosto condizione di mutismo, ma assoluto o, ancora, sfiducia nella Parola – che serva, che salvi, che sia guida, che possa, poi, qualcosa –, per cui è impensabile parlare. Allora si sta zitti, fino a che non viene nuovo sentire, ovvero finché non manca il canto, forse. 

In generale, hai tu il controllo dei personaggi o loro fanno quello che vogliono?

Personaggi non sempre: quello che scrivo ora, nel segreto, non ne ha – non così come si legge sempre, forse. Li desidero coerenti, per integrità, e pecco. 

Da dove nasce la raffinatezza, oserei dire musicale, della tua prosa?

È prosa che nasce nella musica – prosa come musica, prosa-musica – per essere cantata: seguo il canto, con le orecchie. 

In Indomite troviamo una varietà di personaggi femminili, eroine di fiabe assai note, ridipinte con sferzate di poetica rabbia: come hai conciliato rabbia e poesia?

Sono dello scrivere senza scopo, per solo desiderio (o vocazione), senza fine che non sfoci nella Voce, e vi pratico assieme l’arte del fromboliere – che si gioca in esattezza. Scagliare sassi, quindi, e andare a segno, e ferire. Fare guerra di voce: è un temporale – contesa generatrice. 

Quale dei tuoi personaggi vorresti essere, e perché?

Mi sento – non tutta, ma qualcosa – la mia Rossa, ma la vita scolora; forse, adesso, sono la Indomita di tutte più rovinata, la Domata. Mi manca, con ammirazione, la forza di Bambina – certo, fu aiutata dalle Fate – e questo mi auguro. O forse, mi ostino: la vita sciolta della Rossa. 

Qual è il libro migliore che non hai scritto?

Agli antipodi per lingua, ma di mie sorelle o fratelli di male: coincidenza, voce amica, consolazione. I miei-non miei: gli scritti tutti della Ortese, che mi mette le mani in cuore – anche io sempre esclusa dalla Festa –; Buongiorno, mezzanotte, di Jean Rhys, o il suo Viaggio nel buio; Il Castello, o Il Processo di Franz Kafka; le Poesie di Sylvia Plath. Tutti per comune sentire; oggi questi – anni fa, avrei parlato delle Cime Tempestose.
Avrei voluto essere, però, Giorgio Colli, invece, o Kerényi, o Diano, o Eliade
Gran peccato e spreco. 

Se tu non avessi fatto la scrittrice, quale sarebbe stato il piano B?

Mondo è inabitabile. Senza esposizione, che non sia Gioco almeno, la burattinaia; o la rosaista, o, di più, fare musica col sax. La Voce non mi ha servita bene, in altro campo.


domenica 21 febbraio 2021

Il surrealismo è...


Chi mi conosce sa che mi vengono per la testa soprattutto idee irrealizzabili. E anche che cerco di portarle avanti lo stesso. Non tutte, sia chiaro: ce ne sono alcune che sembrano oro appena partorite, poi la mattina dopo mi chiedo “Ma quanta birra ho bevuto ieri sera?”.

“Il surrealismo è…” fa parte delle idee che il giorno dopo ho trovato ancora interessanti.

Innanzitutto perché, nella collana i Ciottoli la parte da leone la fanno proprio i romanzi di stampo surreale, che mai ho fatto mistero di amare in modo fin viscerale. In seconda battuta perché sono dell’idea che questo blog debba essere un’occasione di incontro, e non esclusivamente qualcosa di calato dall’alto dagli addetti ai lavori
Ecco, mi auguro che, dopo aver letto queste righe, venga voglia di dire Tutto sbagliato, so io cosa il surrealismo è o quanto meno voglio esprimere cosa penso al riguardo. E ci arrivino (a fine articolo come farlo) proposte da condividere. 

Il surrealismo appartiene a tutti

Sogniamo ogni notte, talvolta ci ricordiamo quell’onirico viavai di personaggi, emozioni, rastrellate in faccia, cadute a precipizio in crateri lunari, il modo cinico in cui abbiamo gettato nella salamoia la proffe di latino, recitandole le sole poche parole che ci sembravano appropriate e che non è stato poi così difficile mandare a memoria: “Mors tua, vita mea”.
Il surrealismo è parte dei sogni, e dai sogni attinge la sua pregnanza. In questo è diverso dal reale, ma del reale parla eccome.
Chiedete a Freud, se vi capita. 

Cosa rappresenta per me il surrealismo?

Amo il surrealismo cinematografico, anche se non me la sento di abbracciarlo tutto. Diciamo che da Buñuel e Duchamp ne è passata di acqua sotto i ponti prima di arrivare a Woody Allen e capolavori come Harry a pezzi, Midnight in Paris e Basta che funzioni.
Adoro il surrealismo pittorico: Salvador Dalì, Magritte, per citare due grandi maestri, ma che dire del surrealismo russo, sorprendente per le rappresentazioni visionarie e inchiodanti della spazzatura umana?
Adoro il surrealismo letterario: Kafka, Bulgakov, Queneau, Calvino sono stati i miei imprescindibili maestri. E so bene che in quel che scrivo c’è traccia di loro, deve esserci per forza. Solo che… non ne sono consapevole mentre lavoro a un romanzo.
Insomma, io il surrealismo non lo penso proprio.

Come scrivo, allora?

Avverto una pressione sul collo, quasi volesse distogliermi, farmi voltare, sorprendere, impaurirmi, ma non voglio darle bado. Invece, come tento di scrivere, la pressione diventa zavorra, macigno, ostacolo. Sollevo le dita dalla tastiera e le porto dietro la nuca. È un coltello affilato, lo strappo e sento scorrere il sangue lungo la schiena, un calore dolceamaro, che sa di ricordi passati, di momenti terribili o terribilmente belli, di licheni, scarpe nuove e erba cipollina.
Intingo le dita in quel sangue, lo lecco, e vedo me stessa da sotto il tavolo, ormai inutile, mentre sulla tastiera si compongono idee che non mi appartengono più e scivolano sulla pagina bianca mischiando inchiostro, sensazioni e paure che non sapevo di avere. 

Si può definire il surrealismo? 

Il bello del surrealismo è che è più difficile da acchiappare in un concetto che una trota a mani nude: per quanti sforzi si facciano, sguscia tra le mani. Forse perché il surrealismo non fotografa la realtà, ma la mostra metaforicamente, ti ci porta dentro dalla testa ai piedi, superando il filtro del linguaggio e puntando a parlare in simultanea al conscio e all’inconscio, riappacificandoli dalla spaccatura che il vivere sociale quasi sempre esige.
Semplificando ancor più, il surrealismo non descrive il mondo, lo ricrea attraverso immagini che provocano un corto circuito tra ciò che diamo che scontato e la nostra pigrizia mentale. E di colpo torniamo a veder le stelle.
Ma anche dopo tutte queste parole, la trota è sfuggita.
Buon per lei.

N.B. Per Il surrealismo è… manda le tue proposte a questo link, oppure rispondi di seguito nella discussione del blog.

venerdì 19 febbraio 2021

"Indomite", la recensione del blog La bottega dei libri

 



Cari lettori,

Vi segnaliamo la recensione pubblicata quest'oggi sul blog La bottega dei libri per Indomite di Simona Friuli:

https://www.labottegadeilibri.it/recensione-indomite-storie-di-coronate-e-di-bestie-di-simona-friuli-vocifuoriscena/recensioni/

Buona lettura!

“Focu e Faiddi” raccontato da Michele Branchi

 


Focu e Faiddi – o della brace dei sensi

La genealogia emozionale di questo romanzo, profondamente immerso nella sicilianità umana, è radicata in una esperienza personale vissuta qualche anno addietro. In vacanza in un paese ubicato nelle valli dei monti Nebrodi, stavo assistendo alle annuali celebrazioni patronali, mescolato alla folla che gremiva la piazza in attesa che la statua del santo uscisse dalla chiesa madre sopra una portantina sorretta da una decina di infervorati volontari. Il mio atteggiamento era simile a quello dell’etnologo che intende documentarsi sugli usi e costumi di una popolazione e, in particolare, sullo spirito religioso che induce generazione dopo generazione a ripetere gli stessi rituali collettivi.
Nel momento cruciale, quando l’attesa raggiunse l’acme della tensione, discese un silenzio assoluto e universale, in cui la folla si compattò in un corpo solo per farsi offerta sacrificale al santo, totem della comunità. Io stesso, distaccato da qualsiasi genuflessione devozionale, ne fui coinvolto, partecipando a quella trepidante epifania. D’un tratto dall’interno della navata si alzò l’urlo di esortazione dei portatori nell’atto di sollevare il peso materiale e metafisico della fede ereditata dagli avi. Costituiva un incitamento e a un tempo una testimonianza unanime di sottomissione, entrambi viscerali e ancestrali.

Quando uscirono, all’unisono riecheggiarono i fiati e le percussioni della banda e i fuochi d’artificio, e per alcuni secondi si compì lo sposalizio mistico fra il santo e la sua gente, tramite una sorta di rapimento estatico, in cui anch’io mi obnubilai, svincolandomi dalla materia e dalla coscienza individuale, per fondermi nella corale sacralità del rito. 

Riflettendo sull’esperienza, effettuai ricerche antropologiche, etnografiche, storiche e lessicali, per documentarmi sulle origini e gli sviluppi di tali manifestazioni risalenti a epoche precristiane, in cui nel corso dei secoli il cattolicesimo imperante aveva innestato le proprie forme, adattando e miscelando i substrati pagani con le istanze confessionali della propria fede, in un crogiolo pulsionale ribollente di furori orgiastici e dionisiaci, veicolati e sublimati nella spiritualità e nella simbologia, ma sempre pronti a emergere dai guinzagli clericali. 

Sulla base di questi studi e di un contesto sociologico assai peculiare e tipizzato, ho creato una storia tanto romanzesca quanto verosimile, che esce dagli schemi del noir o del giallo in senso lato, proponendosi semmai come un gotico moderno, dai risvolti storico-etnologici, intriso di sessualità morbosa, religiosità carnale e di declinazioni deliranti. Le tematiche affrontate sono parecchie e ruotano attorno alle aberrazioni del potere, che strumentalizza le credenze religiose per governare secondo i propri interessi economici e soddisfare gli appetiti sessuali che sfociano in liturgie sanguinarie e antropofaghe, peraltro in segreto accettate e favorite dalla comunità succuba delle violenze e dei soprusi dei notabili del luogo.
Si tratta di mali endemici che fuoriescono dai confini geografici della Sicilia e appartengono alla specie umana e rivelano il lato oscuro presente in ognuno di noi, l’ombra junghiana con la quale dobbiamo fare i conti se vogliamo affrancarci dalle fobie e dai pregiudizi morali ed etnici.

Nel romanzo non esistono personaggi integralmente positivi, solo uomini e donne che si scontrano con la coscienza per comprendere le ragioni del loro ruolo nel mondo e nella società e operare scelte di conseguenza, illudendosi di agire liberi dai vincoli delle passioni e dai condizionamenti sociali e psicologici. 

Alfredo, il protagonista, un giovane genovese, abulico e sottomesso alla moglie ricca per opportunismo, che vegeta nei sentimenti e non si interroga mai sui valori etici ed esistenziali, si trascina in una vacanza in Sicilia, nella villa dei suoceri, che lo detestano, attorniato da un mondo e da una fauna umana estranea alla sua mente abitata da stereotipi e schematismi semplicistici. Il suocero, uomo di potere, gli presenta i suoi amici più intimi: Befumo, un ricco imprenditore edile; il professor Mastrangelo, da trent’anni sindaco monocratico del paese; e l’avvocato Galati, il più giovane dei quattro, ambizioso e arrivista. Tutti e quattro portano lo stesso anello di onice nero.
Il particolare incuriosisce Alfredo, che comincia a domandarsi e a domandare se e che cosa mai rappresentino e quale segreto nascondano sotto l’apparenza di un banale ornamento. 

Di fronte alle reticenze della moglie e dei familiari, Alfredo sembra rinunciare ai suoi propositi investigativi, ma l’incontro con Francesca Rubino, giovane madre e vedova del medico condotto, scomparso in circostanze sospette, gli sarà fatale. La bellezza, la sensualità, i misteri che la donna incarna e palesa, la sua personalità solare e insieme tenebrosa, le suggestioni arcane che sa evocare, le metamorfosi straordinarie di cui è capace, seducono Alfredo, lo calamitano e imprigionano in una dimensione dove regna l’irrazionale, il pensiero e il ritualismo magico, la potenza esoterica dell’inconscio. Un legame sotterraneo li unisce. Non è né amore né desiderio, benché siano due fattori che adombrino i loro rapporti e generino equivoci e malintesi. 

Disarmato e inerme nei confronti dello strapotere dei quattro notabili e della diffidenza ostile che lo circonda, soggiogato da Francesca, in piena crisi di identità, Alfredo starebbe per soccombere, se non intervenisse il dottor Spedalieri, un raffinato etnologo siciliano, a cui va a chiedere lumi e soccorso. La strana coppia si mette a indagare, ben sapendo di avere di fronte un nemico invincibile, poiché sostenuto dal consenso sommerso della comunità, delle forze dell’ordine e della chiesa. 

La storia dell’isola si dipana così alla luce della sovrapposizione di civiltà eterogenee, dai Greci ai Romani, dagli Arabi ai Normanni, dai Borboni ai Viceré, fino allo sbarco di Garibaldi e ai reclutamenti forzosi in nome dell’Unità d’Italia. La latitanza dello Stato ha impedito che si formasse una identità nazionale vera e consolidata, permettendo ai vari baroni, gabellotti, e notabili locali, di spadroneggiare ed essere riconosciuti dalla collettività nel ruolo indiscusso di autorità istituzionali. La forza di questi grandi o piccoli imprenditori della criminalità organizzata non potrà mai essere debellata, se non con una rivoluzione delle coscienze, che persegua e affermi la forza della verità a onta delle paure e delle omertà, e superi l’individualismo esasperato del singolo arroccato nella propria fame di possesso, nel fatalismo rinunciatario, nel credere che le cose non possano mai cambiare poiché conviene a qualcuno che non cambino. 

Alfredo e Spedalieri ci provano, percorrendo una strada lastricata di enigmi, di rebus indecifrabili, di messaggi occulti, consultando registri, schede cliniche, archivi, analizzando testi antichi e canti propiziatori come quello che dà il titolo al romanzo. Il loro sarà un sentiero funestato da fuochi e vampe, che bruceranno innocenti e la fiducia nelle migliori risorse dell’uomo. 

Il romanzo è scritto in lingua italiana, ma sono ricorso al dialetto siciliano in molti dialoghi e in un capitolo fondamentale, in cui ho mescolato il latino al siciliano per cercare di restituire presumibilmente il lessico scritto da due frati minori conventuali dotati di scarsa cultura e dimestichezza con la lingua aulica e che masticavano il latino medievale attinto dalla liturgia.
Il dialetto da me usato e che metto in bocca ai personaggi del luogo non ha pretese filologiche, ma intende trasmettere per lo più il suono e il colore espressivo di certi modismi peculiari della popolazione abitante nei comuni sparsi per le valli dei Nebrodi e lungo la costa.  

Michele Branchi

mercoledì 17 febbraio 2021

Michele Branchi: la percezione dell'artista

 


A parte essere uno scrittore – per Vocifuoriscena hai pubblicato ben tre romanzi – chi è Michele Branchi?

Una persona che ama svisceratamente la vita, e ogni forma artistica, in virtù della quale l’insensatezza dell’esistenza si dota di senso e di scopo, tramite la creazione di realtà sempre nuove e rigeneranti, in se stesse uniche e compiute. La percezione dell’artista è molto più ricca, sfaccettata, e per questo anche più problematica, ma la sola in grado di lenire le disillusioni e i disincanti, di colmare il vuoto, di superare la noia, di sublimare l’angoscia e le paure, trasponendole nell’oggetto da lui creato. Detto questo, Michele Branchi mi fa compagnia da moltissimi anni con la sua personalità poliedrica e il suo istrionismo eclettico e talvolta un po’ barocco. 

Cosa vuol dire, secondo te, avere successo come scrittore?

Stabilire un ponte di comunicazione costante con i lettori, una sorta di familiarità empatica, che da una parte persuade l’autore che non scrive soltanto per se stesso e dall’altra crea nel lettore l’attesa e l’aspettativa sulla prossima opera, alla stregua di un vecchio amico a cui si è affezionati e che non si vede l’ora di rivedere e dialogare con lui sulle pagine.
Senza i lettori, i libri sarebbero tutti incompiuti. 

Come reagisci alla sindrome della pagina bianca?

Non mi è mai capitato. Io ho sempre sofferto del contrario. Una pagina bianca mi stimola a riempirla. Un fenomeno psicologico analogo all’horror vacui, l’angoscia per il vuoto, l’assenza, che si placa solo quando il vuoto diventa pieno, l’assenza presenza.


In generale, hai tu il controllo dei personaggi o loro fanno quello che vogliono?

Tendo a pianificare il lavoro, a delineare prima i personaggi, a farli agire in un certo ambiente, a sottoporli a rigorosi controlli per non indurli in contraddizione. Premesso ciò, mi accorgo alla fine che spesso qualcuno pronuncia frasi che gli avrei volentieri attribuito, compie azioni che a posteriori avrei ritenuto utili o necessarie, quasi che mi leggesse nell’inconscio. Ma la cosa più straordinaria, che si ripete ogni volta che termino un romanzo, è la meraviglia di aver creato qualcosa che prima non c’era

Quale dei tuoi personaggi vorresti essere e perché? 

Il professor Angeloni, l’Iconomante, intangibile al tempo che scorre, privo di ansia da iperattivismo, che non conosce la velocità, pur non mancando mai agli appuntamenti e agli impegni importanti, preciso, profondo, scrutatore d’anime e decifratore di enigmi pittorici. Non si preclude nessuna strada, nessuna metodologia, non scarta a priori nessuna ipotesi. È uno studioso appassionato del suo lavoro, ma non si fa coinvolgere facilmente dalle passioni. Sotto certi aspetti mi riconosco in lui, ma è tutt’altro che un mio clone.    

Qual è il libro migliore che non hai scritto?

La storia di un uomo che non si accorge di essere già morto e che vive la sua vita consueta senza ravvisarvi alcun cambiamento, finché non si mette a investigare su un omicidio, scoprendo infine di essere la vittima e l’assassino, pur non ricordando di essersi mai suicidato. Capirà che il morire è un eterno ripetere l’attesa della morte. 

Da dove nasce la tua passione per il genere noir?

Dall’amore per il mistero e dalla consapevolezza che è l’unica forma letteraria che da almeno trent’anni rispecchia il nostro tempo, nelle sue molteplici varianti e possibilità narrative e strutturali. Basti pensare che non esiste casa editrice che non abbia una collana dedicata al giallo/noir, e che mentre una volta era solo un genere confinato entro specifici territori sconsacrati dalla cosiddetta “alta letteratura”, ormai è solo una esigenza di marketing editoriale inserirlo in una categoria subito identificabile, anche se vi si possa trovare il serial usa e getta, il best seller o l’opera autoriale che trascende il genere, come lo fu Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, che purtroppo, sia detto in sordina, oggi difficilmente sarebbe pubblicato, proprio per il suo essere figlio degenere del giallo, non collocabile in un codice merceologico. 

Quanto ti rattrista il vedere il libro trasformato in oggetto di vendita, in merce?

Non mi rattrista, poiché sarebbe da ipocriti disconoscere la funzione commerciale che consente al libro di circolare il più possibile. Triste è appiattirsi e omologarsi al best seller di turno, al libro come fenomeno di costume, al titolo o alla firma intesi soltanto come griffe, e soprattutto acquistare e leggere i libri dei soliti giornalisti televisivi che si parlano e scrivono addosso. Per non parlare di quei personaggi resi popolari dai media che si fanno scrivere i libri dalle redazioni delle case editrici, sapendo che saranno venduti un tanto al chilo presso quello stesso pubblico che li segue in tv e nei social. Infine, è triste che si sia perduto il piacere della letteratura, quella vera, che richiede uno sforzo ermeneutico impensabile per il gregge che ormai si esprime con trenta vocaboli stereotipati e non sa che l’unico “Grande Fratello” è quello di George Orwell, le cui profezie si sono purtroppo realizzate, tramite modelli di sviluppo globale e condizionamenti forse peggiori degli scenari prefigurati dal grande scrittore inglese. 

Perché, essendo tu genovese, hai ambientato Focu e Faiddi e Niuru in Sicilia, peraltro cimentandoti nello scrivere in siciliano?

Conosco la Sicilia da quando mio suocero mi fece conoscere il suo bellissimo paese (Castell’Umberto) situato sui monti Nebrodi, da cui si possono ammirare panorami mozzafiato delle isole Eolie, della valle del Demone e dell’Etna. Mi sono immerso nella realtà del luogo forse meglio di un siciliano, con lo sguardo dello scienziato curioso e compiaciuto, e ho cercato di apprenderne la lingua, bellissima e dai costrutti simili al latino. Per capire un popolo bisogna calarsi nel suo idioma, che rappresenta la culla, la madre, e in cui si sedimenta tutta la sua storia. Mi auguro che il siciliano da me adottato non sia quello standardizzato delle fiction sulla mafia, ma che risponda a una istanza di funzionalità espressiva e di verità lessicale. 

Se tu non avessi fatto lo scrittore, quale sarebbe stato il piano b?

Avrei continuato a fare l’attore, come feci per alcuni anni. Ma fin da adolescente mi ero cimentato anche nella pittura, riscuotendo lusinghieri consensi, essendo figlio e marito di pittori. Predilezioni che ho riversato nei miei libri. 


lunedì 8 febbraio 2021

Come nasce un romanzo: il caso Rubulotta

 


Massimo Rubulotta, sì, è musicista, poeta, pittore, lo sanno anche le arche scaligere, le pietre dell’arena e del teatro romano. Ma per me, prima di tutto, è un amico, e anche di quelli più cari, diciamolo. Lo confesso per togliere ogni dubbio sul fatto che la pubblicazione di Mai affezionarsi a una ricetta sia un bieco caso di nepotismo. Però, attenzione, al contrario

Qualche passo indietro

Quando ci siamo conosciuti, io avevo vent’anni, e Massimo ancora tutti i capelli. Io studiavo e scrivevo fiabe o romanzi, lui suonava e scriveva poesie, ma il trait d’union consisteva nell’essere entrambi due abilissimi cazzeggiatori.
C’era una festa? Eccoli lì, noialtri due.
Non c’era una festa? Li trovavi al bar, quei due senzapatria, spesso a parlare di sogni più grandi di loro, ma credendoci in modo fin commuovente.
Abbiamo attraversato insieme il confine tra la stupidità dell’infanzia – nel nostro caso parecchio prolungata – e quello della presunta maturità, ossia il far fronte a responsabilità questa volta davvero più grandi di noi.
Ne abbiamo passate di tutti i colori, soffrendo, piangendo, bestemmiando quasi sempre in silenzio, ma una volta insieme riecco ogni volta l’atmosfera di un tempo, quella del sogno, del non volerlo lasciar scappare come un palloncino da luna-park. 

Un libro di poesie

Si intitolava Cento di cento, una serie di haiku scritti dopo l’ictus in ospedale: alcuni non mi convincevano del tutto, la maggior parte però arrivava dritta allo stomaco e ti rimbalzava al cervello. C’era qualcosa di potente, là dentro, ma non potevo pubblicarlo, anche se era questa la proposta di Massimo. Gli risposi che Vocifuoriscena non ha una collana di poesia, forse un domani, se ci sarà qualcuno in grado di curarla come si deve. 

Poteva finire qui, giusto? 

Invece quegli haiku continuavano a presentarsi alla mia mente, nei momenti più impensati. E mi ritrovavo a immaginare una storia che li collegasse, una storia che ancora non c’era.
Così proposi a Massimo di scriverla. 

“Manco per sogno!”

Questa la sua lapidaria risposta, e per convincerlo ci impiegai non dico mesi, ma almeno una mezzora sana. Ovviamente davanti a una birra io e un calice di Valpolicella lui nell’osteria di fuori porta di via Betteloni.
“Le poesie le metto, nel romanzo”, gli promisi. “Il resto non so cosa sia, ma sono sicura che ce l’hai dentro, da qualche parte.”
Mi guardò poco convinto. “Ma mi dai una mano?” 

L’inventa Ciottoli

Di solito come funziona? Arrivano dei romanzi sulla casella di posta, li valutiamo, e via dicendo. Però penso che, potendo, avendone il tempo e l’occasione, un editore dovrebbe essere lui stesso a cercare i romanzi che vuole pubblicare. O, addirittura, come in questo caso, inventarli. Intendo dire, immaginare che un romanzo che ancora non c’è possa vedere la luce.
Alla domanda di Massimo, ossia se gli avrei dato una mano, risposi di sì, ben sapendo che il mio sarebbe stato più un supporto emotivo, empatico, che altro. Insomma, nulla rispetto a quanto sarebbe uscito dalla sua penna. 

Mai affezionarsi a una ricetta

Massimo iniziò a scrivere prosa, e gli riusciva con una naturalezza spiazzante. Un po’ a caso, narrava episodi della sua vita, senza seguire una logica precisa. Diceva “Vedi che non sono capace?”, sì, sempre alla ricerca di rassicurazioni, lui.
Raccontava dei suoi cani, della musica, sua unica grande e mai tradita amante, di quando suonava le congas attorniato da ballerine dai fisici mozzafiato, delle passeggiate tra i monti, delle figlie ancor piccole, della madre un po’ svitata, e invece a suo modo saggia, di tutto quel che riusciva a dipingere dei propri ricordi presenti e passati con le parole. 

La "trappola" della letteratura

La verità è che nessuna storia ha bisogno di una cronologia. Le cose più interessanti che ci capitano nella vita sono emozioni, commozioni, slanci imprevisti, lacrime e sorrisi. La letteratura, ci ha abituato a storie che devono per forza di cose avere un inizio e una fine, perfino una coerenza su quanto avviene durante.
Ma la vita non è coerente, e il suo inizio, come pure la sua fine, sono quasi inevitabilmente elementi confusi.
Ed è in essi, in quella familiare confusione, che ci ritroviamo.

giovedì 28 gennaio 2021

Letteratura, arte e musica: autointervista di Massimo Rubulotta



Sì, bravi voi a intervistare gli autori di Vocifuoriscena. Facciamo che vi anticipo e mi faccio da solo le domande che mi fanno paura, così evitiamo i preamboli, i (penosi) tentativi di mettermi a mio agio… che sono le cose che più mi fanno paura.
E facciamo anche come se fosse una terza persona a farmi le domande.

Nella 4ª di copertina di Mai affezionarsi a una ricetta c’è scritto che nella vita hai fatto il musicista, il doppiatore, che hai lavorato con la danza, il teatro.
Hai sempre scritto poesie e, ultimamente ti sei anche dedicato alla pittura.
In passato ti sei cimentato come facchino, orafo e parrucchiere per signora.
Mi risulta che eri un bravo insegnante di percussioni. Insegnavi a adulti e bambini. Per i bambini ti eri anche inventato un sistema di gioco/musica quando ancora nessuno ne parlava. 
Mi spieghi perché hai scritto che non sei niente di tutto questo?

Mamma mia… che domanda difficile.

Allora te la facilito un pochino: come hai deciso di cominciare a suonare?

Io non ho deciso di cominciare a suonare. È stata la musica che ha scelto me. Ho capito subito, da piccolo che non avevo la faccia, il corpo e la voce per farmi sentire e che avrei avuto bisogno di qualcosa che mi aiutasse a parlare. Ho subito pensato che i tamburi mi avrebbero dato il supporto di cui avevo bisogno. Ho cominciato a suonare la batteria. Be’, certo… batteria è una parola grossa. Avevo quattro anni e non esistevano le batterie giocattolo, allora ho cominciato a battere le pentole. Poi i fustini del detersivo e via dicendo fino a che sono riuscito a farmi noleggiare una batteria.

E hai sempre suonato quella?

Sì, troppo facile. Avrei potuto dire: “Sono un batterista” e tutti avrebbero potuto dire: “Guarda Rubu… è un batterista!”, annuendo con la testa. Cantavo bene. Volevo fare il cantante (peccato che ho sempre odiato le canzoni). Ciò, però non mi ha impedito per un periodo di comprarmi una chitarra e mettermi a fare il cantautore. Che periodo triste. Vergognoso. La curiosità è sempre stata il mio motore. La curiosità e il fatto che non ho mai sopportato di fare la stessa cosa per più di pochi giorni. 

Quindi? Come la mettevi con lo studio della musica che, a quanto ne so, è una cosa ripetitiva? 

Il segreto è stato quello di trasformare il set della batteria in qualcos’altro: un set di percussioni. Le percussioni significano mille strumenti (più altri mille… più altri mille ancora, per 77 volte 7), studiarle tutte significava avere a disposizione più di sette vite, per cui avevo l’alibi per non fare mai le stesse cose. Gli stessi esercizi di tecnica. Nel frattempo, però, sviluppando strategie personali che mi permettessero di suonare tutti quegli strumenti, approfondivo il mio stile. Cercavo l’essenza del percussionismo.

Cosa significa?

Significa che, per me… a mio gusto, il percussionista deve sviluppare un linguaggio che dia qualcosa in più alla musica. Che arricchisca. Che fornisca sapori esotici, colori. Che sia come le nuvole al tramonto (assumono forme e colori diverse ogni secondo che passa). Io volevo dipingere sulla musica. La musica era la mia tela. I miei suoni pennellate.

E da qui la pittura?

Da qui… qualsiasi cosa facessi mi sentivo fuori luogo. Dipingevo la musica. Poi, quando mi sono inventato di essere pittore… suonavo i colori.

E con le parole?

Ho sempre pensato che nessuna storia con un inizio, uno svolgimento e una fine, avesse il diritto di essere raccontata. Mi sono sempre piaciute le sensazioni, i pensieri isolati. Le descrizioni che, da sole hanno tutti i significati al loro interno. È per questo che ho sempre scritto poesie.
Suonavo (e suono) non per raccontare, ma per fornire punti di vista, aperture alle composizioni degli altri musicisti. Dipingo quadri astratti: colori e forme che si attraggono e si equilibrano con gli stessi principi della gravità e della musica. Quindi non racconto niente nemmeno con la pittura.

E allora perché il romanzo?

Forse perché volevo spiegare, innanzi tutto a me stesso, il perché di tutta la mia curiosità. Del cambiare continuamente. Del cercare.
Penso di non aver trovato risposte e neanche tutte le domande. Forse qualcuna. In fondo non si cercano le domande per avere le risposte, ma solo per focalizzare i significati delle cose.

Ricapitolando: sei o non sei un musicista, doppiatore, pittore, scrittore?

Ho sempre creduto di essere un musicista, ma non ho mai potuto immergermi nell’approfondimento di un singolo strumento, perché tutta la vita che ho sempre sentito intorno mi scoppiava dentro e volevo suonare tutti gli strumenti, tutta la musica che ascoltavo e che vedevo. Quindi mi viene da dire che sono sempre stato un amante (nel senso carnale del termine) della musica. E siccome la musica abbraccia tutto (sempre nel senso carnale), allora sono anche pittore, cuoco e poeta… ma senza mai esserlo stato.

Davvero sei cuoco? 

Ma no che non sono un cuoco! Come puoi pensare una cosa simile? Ho sempre fatto finta di essere un musicista e tutto il resto… vuoi che mi identifichi in qualcosa? Di utile?
Una volta si aveva più tempo per vivere d’amore. Amore per le cose. Amore per la vita. Ci si viveva dentro all’amore e alla vita. Ci si impastava come polpette e ci si cucinava in tutti i modi possibili immaginabili: fritti, in umido, al sugo, al forno, coi piselli, al vapore.
C’è stato un periodo che si viveva a fuoco vivo, saltellando e scoppiettando su di una piastra rovente. Si innaffiava il tutto coi migliori vini perché ogni giorno della gioventù era degno dei migliori festeggiamenti. Ma non c’erano solo polpette. Si cucinava di tutto e tutto era buono perché l’ingrediente fondamentale eravamo noi e tutto quello che ci scorreva tra le mani.
Certo, si stava attenti a quello che dovevamo mettere prima o dopo, nella padella, affinché si rispettassero gli ingredienti e la buona cottura, anche se conoscevamo, istintivamente, le ricette.

Adesso che non hai più a disposizione del tutto le mani, come fai a sentirti ancora “nella musica”? A essere il suo amante, come dicevi prima. E ora, che ti muovi con una sedia a ruote e non puoi più trasportare la montagna di carabattole (le percussioni) che utilizzavi un tempo, come fai?

Se prima non mi sentivo un musicista, non è cambiato nulla dentro di me. Non mi fa differenza utilizzare, al posto di una tonnellata di strumenti acustici, due o tre chili di strumenti elettronici. O se al posto delle mani utilizzo due ditini, a mo’ di macchina da scrivere. Non riesco più a utilizzare i miei muscoli per stare “a tempo”. Tanto non sono mai rimasto nella stessa scansione ritmica per più del battere d’ali di una farfalla. Uso suoni diversi. Un altro linguaggio musicale. Adesso il mio essere percussionista si è arricchito anche di suoni lunghi, avvolgenti.
Ora uso un computer portatile, un iPad e una tastierina minuscola con sedici piccole superfici da sfiorare e pigiare come fosse una percussione. Ho registrato un sacco di suoni, costruito un bel numero di banche suoni (come se fossero tanti set di percussioni) e le piloto con la tastierina. L’iPad ha un sacco di suoni, strumenti e basi fatte da me. Adesso ci dipingo anche, sull’iPad.
Mi sta tutto nello zainetto che appendo dietro la carrozzina. Ho un propulsore che, attaccato alla sedia a ruote mi fornisce un’autonomia di circa 70 chilometri. Ora vado a suonare così… in teoria.
La pandemia ci ha fermato tutti. Niente musica nei teatri. Nei club. E nemmeno nelle strade.
Su per giù ero già abituato a dover sottostare a pesanti limitazioni. Ho trovato altre strategie. Abbiamo trovato altri modi. Anche se non possiamo condividere “dal vivo” la nostra musica, le nostre emozioni, lo facciamo via email. Ci inviamo i file musicali che ognuno ha fatto nelle proprie stanzette, con i propri computerini per registrare e ci lavoriamo insieme… ma divisi.
Si cambia. Ci si adatta.
La musica è una grande amante (anche non più in senso carnale… adesso platonico) e non ci abbandona mai. Anche le sue sorelle: la parola e la pittura.

Massimo Rubulotta


domenica 24 gennaio 2021

Il "vampirismo energetico" di Mario Corte


Oggi è con noi Mario Corte, che ha pubblicato per Vocifuoriscena Ad Bestias e Il talento viene dopo.
Mario, tu vanti una lungo ed eclettico percorso in ambito letterario. Una vita dedicata allo scrivere, potremmo dire. C’è qualche altro interesse o passione che, ragionando col senno di poi, forse sarebbe stato meglio inseguire?

Forse una vita più avventurosa. Scrivere è una straordinaria avventura psicologica, introspettiva, spirituale. È cercare se stessi, studiare gli altri, esplorare la natura umana, tentare, nel buio, di capire che cosa ci stiamo a fare qui e perché il male dilaga e il bene fa tanta fatica a farsi strada. Ma l’avventura “sul campo”, inoltrarsi in spazi inesplorati alla ricerca di un Santo Graal, del proprio Graal (perché per ciascuno ce n’è uno), come Galahad e Galvano, partire per seguire le tracce disseminate dall’ignoto regista di questo mondo… quella è un’altra cosa. Quando ho potuto farlo, da solo o con la famiglia, persino con le mie figlie piccole, ho sentito che viaggiare nello spazio, oltre che nella mente, era la mia strada di conoscenza. O forse la strada di ogni uomo.


Cosa vuol dire, secondo te, avere successo come scrittore? 

Raggiungere il cuore di chi legge e avvertire, a distanza, che quel cuore ti è grato per averlo raggiunto. Parlare un linguaggio che punti a evocare una confidenza segreta con un mondo diverso da quello di tutti i giorni. Cercare di comunicare con accordi di parole più armonici, fatati, e risvegliare livelli di coscienza meno grevi e standardizzati di quelli proposti dall’ambiente che ci circonda. Vendere bene un libro è una più che degna operazione commerciale che, però, può anche non avere nulla a che fare con l’amicizia, mentre raggiungere un cuore significa avere, da qualche parte, un nuovo amico. E di amici, anche lontani, c’è sempre bisogno.

In generale, hai tu il controllo dei personaggi o loro fanno quello che vogliono?

Sono loro a fare quello che vogliono, ma secondo un contratto che prevede due clausole molto precise: 1) che il bagaglio umano di chi scrive disponga di un ampio ventaglio di emozioni e di sentimenti; 2) che i personaggi accettino di essere sottoposti, qua e là, a opportune docce di ironia. Un personaggio rischia di diventare ingombrante, imbarazzante, non più arginabile, se l’orizzonte di chi scrive è povero di esperienza nelle emozioni e nei sentimenti. Allora i personaggi prendono il sopravvento in modo scomposto e sgradevole: si prendono troppo sul serio, insomma, e non hanno più nulla di credibile. Tenere sempre attivo il dispositivo dei sentimenti suggerisce a chi scrive di usare l’arma dell’ironia per contenere le intemperanze dei personaggi, facendoli guardare allo specchio e divertendo loro e chi legge. Allora si ricordano di essere personaggi e non parti della persona che scrive, e si disciplinano da soli.

Da dove nasce l’idea del romanzo Ad bestias?

Dall’osservazione del mondo dei bambini e ancor più dal ricordo di esserlo stato. Noi adulti impostiamo la vita in modo tale da non doverci ritrovare dove eravamo da piccoli, cioè in balìa di qualcuno (i “grandi”) o di qualcosa (la nostra condizione di fragilità). Ma nella maggior parte dei casi finiamo proprio per sviluppare una dipendenza da qualcuno o da qualcosa (un valore materiale, consumistico, d’immagine, di competizione) che ci sembra più “grande” e fondato di noi. I bambini vivono immersi nella magia dei sentimenti; noi passiamo il tempo a sfuggirli, oppure a operarne abili contraffazioni. Non riusciamo più a “provare” emozioni profonde e cerchiamo di indurcele acquistando beni e servizi, oppure, troppo abituati a non provarle, quando qualcosa viene a sconvolgere la pace e l’ordine che ci siamo dati, ci ritroviamo a farci trascinare da passioni scomposte, con tratti di follia.
Loro, i bambini, no. Loro provano sentimenti veri, fondati; danno senza risparmiarsi, credono senza vergognarsi di credere e si arrischiano a chiedere qualcosa che per noi è ormai un tabù, troppo astratto e zuccheroso per poter essere nominato guardando l’altro dritto negli occhi. Amore. I detentori di questo valore universale sono loro, sono i loro cuori. Da loro avremmo tanto da imparare, e invece ci impegniamo a piegarli affinché escano al più presto dal loro mondo magico, scendano sulla Terra, smettano di credere a Babbo Natale e imparino a credere solo ai regali che giacciono sul fondo del suo sacco, come se quelli potessero esistere indipendente da chi li ha portati.

Come reagisci alla sindrome della pagina bianca?

Oh, mio Dio… “Qui”, come diceva un critico letterario che ho avuto la fortuna di conoscere, “perdi il lettore”. La verità, davvero poco credibile agli occhi del lettore, è che non ho mai conosciuto la sindrome della pagina bianca. Forse perché scrivo per vivere e se mi blocco si blocca tutto. O forse perché scrivo spesso su commissione e ho il senso del dovere del soldato che mai potrebbe disobbedire a un ordine. O forse è solo che scrivere è bello quasi come viaggiare. Chi potrebbe mai avere la sindrome della nave che non esce dal porto o dell’aereo che non si stacca da terra? Lo spirito d’avventura non conosce la pagina bianca. E la riempie.

Hai introdotto in letteratura il concetto di vampirismo energetico: raccontaci cosa significa e che pericoli nasconde.

Io credo che il vampiro della letteratura, quello con i lunghi canini, il colorito tombale e il morso che infetta le vittime con il suo morbo sia la metafora di un tipo umano estremamente diffuso nel nostro mondo: il vampiro energetico, appunto. Come il vampiro della tradizione letteraria si appropria del sangue dei viventi, così il vampiro umano sottrae loro energia vitale, applicando modalità di rapina semplici ma efficaci, che possono andare dalla negazione di un saluto, di un sorriso, di un atto di gentilezza, del riconoscimento di un merito, fino al raggiro, alla sopraffazione, alla violenza psicologica e alla privazione della libertà di pensare, o addirittura di vivere. Tale sottrazione avviene sempre attraverso una lesione alla dignità altrui. Letti in questa chiave, personaggi di Ad bestias come Iole e Giunta si rivelano Vampiri energetici da manuale. Di Iole, per esempio, nel romanzo si dice che

«vagava in una tenebra sconfinata» e che «l’infelicità della sua condizione non si accontentava dell’esercizio quotidiano dell’astio e della malevolenza, ma la spingeva anche a combattere gli intenti buoni che leggeva negli altri, come se avesse ricevuto il mandato di debellare anche in loro ogni speranza, ogni cosa delicata, ogni scrupolo e ogni intento di fondarsi su ciò che è giusto. Dovunque guardasse, non poteva fare a meno di augurarsi che anche gli altri morissero dentro, che sentissero spegnersi ogni sentimento e lo sostituissero, come aveva fatto lei, con tutte le vuote contraffazioni del sentimentalismo». 

Il vampiro energetico è più che un antagonista, è il Nemico che attende al varco la vittima di turno, nel caso di Ad bestias un bambino creativo, un po’ magico, capace di incredibili voli di fantasia e animato da una straordinaria riserva di energia vitale.

Qual è il libro migliore che non hai scritto?

In ogni libro c’è qualcosa di chi scrive. Ma in ogni mia storia, alla fine, io mi identifico con tutti, buoni e cattivi. Forse non arriverei a fare tutto ciò che di buono fanno i buoni e sicuramente non farei mai il male che fanno i cattivi. Comprendo e approvo i primi, comprendo e disapprovo i secondi. Ma comprendo tutti. La verità è che, in questo navigare di conserva con i miei personaggi, io non ho mai scritto la mia storia. Ho preso spunto da fatti che mi sono capitati, ho anche lasciato credere che quelli che scrivevo fossero eventi e sentimenti davvero personali. Ma la verità è che non ho mai davvero portato me stesso in scena, non ho mai parlato veramente di me. Ho parlato di qualcuno che mi somigliava, anche molto, ma che non ero io. Il libro che non ho scritto, non so se il migliore, è quello che racconterebbe la mia storia. Ma credo che non lo scriverò perché farlo mi porterebbe ad attenuare le responsabilità che, in tanti momenti e con tante persone incontrate nella mia ormai lunga vita, ho accettato di prendermi interamente, senza precisarne troppo i confini. Una cosa, questa, che mi ha sollevato dalla pedante necessità di sottilizzare, chiarire, disputare per aver ragione. E mi ha dato la pace che solo il perdono può dare.

Quale dei tuoi personaggi vorresti essere e perché?

Michelino, senza dubbio. Perché Michelino, al culmine del suo penoso percorso, capisce che la fine della paura può passare soltanto dall’accettazione di una semplice e terribile verità: che l’unico protagonista dei misteriosi eventi che ha vissuto è lui, e che non può pretendere di essere capito da chi non li ha vissuti. Gli altri sono fantasmi che, se fossero sottoposti alla tortura della verità, si scioglierebbero come cera. Non sono pronti. Si vede «dalle loro facce, dalla vacuità dei loro sguardi, da quel senso di affettuosa e impaurita distanza» con cui lo accolgono, come a volergli dire:

«Sei un caro bambino, ma non togliermi la mia pace: lasciami dove sono, non portarmi dove non saprei più che cosa risponderti perché non saprei più neanche chi sono io e che cosa ho imparato della vita».
Michelino ce la fa da solo, e da solo sperimenta «quel momento sacro e terribile che è la fine della paura, e con essa dell’indegnità, della colpa, della condanna di sé e della propria condizione». E lo fa senza neanche una voce che gli dica: «Sei la mia stella».

giovedì 21 gennaio 2021

Il surrealismo di Zeno Toppan


Abbiamo con noi oggi Zeno Toppan, autore per Vocifuoriscena di Il funerale di Edward Block. Per iniziare, la domanda spauracchio di ogni scrittore: come reagisci alla sindrome della pagina bianca?

Tendenzialmente non la ho. Esistono momenti, però, in cui non scrivo nulla. Momenti che durano giorni o mesi. Ma quando capita non è mai una sindrome, è semplicemente l'avere poco o nulla da dire. In quei casi è bene leggere di più e scribacchiare alla stessa maniera in cui si scarabocchia.

In generale, hai tu il controllo dei personaggi o loro fanno quello che vogliono?

Le narrazioni possono essere character driven (guidate dal personaggio) o plot driven (guidate dalla storia). Le une seguono i binari di una trama già stabilita, le altre quella tratteggiata, poco a poco, dai personaggi inseriti in un contesto particolare. Il gioco sta nel trovare un equilibrio: i romanzi fondati solo sulla trama perdono l'aspetto letterario, mentre quelli fondati esclusivamente sull'interiorità dei personaggi possono essere capolavori letterari, ma non fanno davvero i conti con la realtà: le nostre vite hanno una trama. Le cose capitano all'essere umano come capitano al personaggio letterario. Le fortune, le disgrazie, gli incidenti e i successi. Bisogna trovare un giusto bilanciamento, quindi, tra il controllare e il lasciarsi trascinare da un personaggio. Un equilibrio tra il destino (il plot, la trama) e il libero arbitrio (i personaggi e i loro mondi interiori).


Da dove nasce l’idea del romanzo Il funerale di Edward Block?

Da alcuni articoli in cui mi ero imbattuto, da ragazzino, sul ruolo della creatività nella vita umana. Da questi scritti sembrava che proprio non si potesse sfuggire all'istinto creativo: la quasi totalità di lavoratori impiegati in mansioni monotone e noiose, refrattari a qualsivoglia produzione creativa, finivano per sfogarsi scarabocchiando su post-it o fogli di carta. Facendo piccoli disegni qua e là, colorando questo o quello. Canticchiando in bagno, mentre si lavavano le mani. Mi è venuta così l'idea di Edward Block: un personaggio rotto che, per un qualche inceppamento psichico ed esistenziale, non aveva mai esperito la necessità di essere creativo. Ma cosa succede a una diga dopo decenni di temporali?

Quale dei tuoi personaggi vorresti essere e perché?

Ogni personaggio è una proiezione del suo autore. Siamo sempre un po' tutti loro. Ci prestano nomi e volti nuovi, ci aiutano a mascherarci, ma alla fine ci nascondiamo sempre, svelandoci tra le righe di ogni personaggio.

Qual è il libro migliore che non hai scritto?

Mi riprometto che sarà sempre il prossimo.

Cosa vuol dire, secondo te, avere successo come scrittore?

Trovare un equilibrio tra l'ossessione per parola e il bisogno o il desiderio di denaro.


giovedì 14 gennaio 2021

Le dodici notti, tra mistero, magia, speranza e… terrore







Tra Natale e Epifania intercorrono esattamente dodici notti, tante quanti i mesi dell’anno. 
Premetto che non sono un’esperta in materia. Ma, circa sedici anni fa, ho pubblicato il saggio Storia e magia del Natale nel mondo per la casa editrice veronese QuiEdit. E, tra le altre cose, narravo il fascino, ancor oggi vivo in alcuni Paesi, delle fatidiche dodici notti. 
Così ho pensato di riproporlo nelle seguenti righe, seppure in forma ridotta. 

Perché festeggiamo il 6 gennaio?

L’Epifania condensa una miriade di festività antiche e culti pagani solstiziali, in seguito amalgamati e inseriti nella tradizione giudaica e cristiana. In alcuni Paesi ortodossi, per esempio, il 6 gennaio coincide ancor oggi con la vigilia (o antivigilia) del Natale, mentre questa data è praticamente priva di significato per i popoli di tradizione musulmana o buddhista. 
Una solennità prevalentemente occidentale, dunque, anche se la sua origine storica è nettamente orientale. Come ci illumina Alfredo Cattabiani in Calendario. Le feste, i miti, le leggende e i riti dell’anno, la nascita dell’Epifania risale al 120-140, per opera degli gnostici basilidiani di Alessandria d’Egitto, una setta eretica di matrice cristiana del II secolo. I basilidiani ritenevano che l’incarnazione del Messia fosse avvenuta con il battesimo nel fiume Giordano, ossia in coincidenza con la sua manifestazione (epipháneia) pubblica a tutti gli uomini.
Infatti, Epifania, dal greco epipháneia, significa “manifestazione”, “apparizione”, “rivelazione di una divinità”, e coincideva in Oriente con i riti del solstizio invernale, che festeggiavano la rinascita del Sole e il rinnovamento del tempo. Molte divinità solari del mondo orientale, come Eone, Helios e Dionisio, venivano onorate il 6 gennaio. 

Poi l’avvento del Cristianesimo che, durante i primi secoli, si diffuse soprattutto nelle aree orientali dell’impero romano, dove la libertà di culto era maggiormente consentita.
Fu in seguito all’affermarsi della nuova religione che all’inizio del II secolo, ad Alessandria d’Egitto, si cominciò ad attribuire all’Epifania un valore diverso, configurandola, almeno inizialmente, come celebrazione del battesimo nel fiume Giordano.
In seguito, nella stessa data, si aggiunsero altre tre commemorazioni: la nascita del Messia, il suo primo miracolo e l’adorazione dei Magi.
È in quest’ultima prospettiva che la Chiesa romana, una volta che la festività venne importata nelle regioni occidentali dell’Impero, ha interpretato il significato di questa solennità religiosa, mantenendolo inalterato fino ai nostri giorni. 

La dodicesima notte

A livello popolare, tuttavia, il 6 gennaio ha inizio dopo la dodicesima notte, chiudendo il cerchio magico dei giorni sottratti al tempo in cui tutto era possibile, perfino predire il futuro.
Ma la sospensione del tempo apre anche la porta su un affascinante mondo fantastico, dove gli animali parlano, si compiono prodigi, le signore notturne cavalcano sulle scope e i morti fanno ritorno sulla Terra, allentando il rigore delle leggi scientifiche e fisiche che governano il mondo.
E sull’atmosfera fiabesca delle dodici notti la fantasia popolare si è sbizzarrita, vivendo questo magico periodo all’insegna della trasgressione e del sovvertimento dei ruoli. Solo con il 6 gennaio ogni orgia e festeggiamento si concludono per rientrare nel tempo della normalità.

Alcune curiosità sulle dodici notti

Sebbene oggi queste manifestazioni di rivoluzione temporanea siano decisamente meno appariscenti che in passato, di certo non sono scomparse e sussistono ancora in molti Paesi.
L’esempio forse più diffuso, sebbene limitatamente all’Occidente europeo e americano, sono le sfilate in maschera o, comunque, il travestimento, che simboleggia la trasposizione dei ruoli, come la tradizione dei mummers in Inghilterra: persone mascherate, cercavano un tempo ospitalità nelle case durante il periodo natalizio (oggi la tradizione si è commutata in rappresentazioni teatrali).
Questa usanza risale al 1512, quando re Enrico VIII stabilì di celebrare le dodici notti in modo decisamente originale, facendo costruire un castello in dimensioni ridotte, con tanto di torrioni e cancelli, che venne trasportato per le sale del palazzo. Al suo interno dame vestite con abiti di raso ricamati con foglie d’oro e acconciature e copricapi anch’essi dorati.
Il re con cinque cavalieri, tutti vestiti altrettanto riccamente, assalirono la roccaforte ingiungendo alle dame di uscire per danzare con loro. Dopo ore di balli, le deliziose damigelle invitarono i prodi vincitori a seguirle nel castello, che venne velocemente trasportato fuori dal salone principale in cui si svolgeva la festa. Lascio all’immaginazione del lettore come si conclusero i festeggiamenti... 

Tuttavia Enrico VIII, forse troppo entusiasta dell’atmosfera godereccia vissuta nel corso delle dodici notti, dovette poi fare i conti con i disordini che seguirono e di cui si erano avute avvisaglie anche in passato.
Sempre in occasione del 6 gennaio, nel 1393, in Francia, una festa alla corte di re Carlo si era trasformata in tragedia: molti partecipanti, per voler assomigliare ai “selvaggi” neri, si erano ricoperti il corpo di pece e pelame. La vicinanza alle torce, che illuminavano la notte e accompagnavano le danze, aveva fatto divampare un grande incendio, proprio in virtù dell’alta infiammabilità dei travestimenti, ed era stato enorme il numero dei morti carbonizzati.
Soprattutto, il travestimento non consentiva di riconoscere i volti e così capitava spesso che sgraditi ospiti partecipassero alle feste dei nobili, pur non essendo stati invitati, creando inevitabilmente scompiglio.
Pur a malincuore, Enrico VIII fu costretto a emanare una legge che proibiva i travestimenti, ma questo trasgressivo costume continuò a sopravvivere e a diffondersi, nonostante le proteste della nobiltà. 

In Grecia vige una curiosa credenza popolare: nel corso delle dodici notti dei demòni sotterranei (kallikántzaroi) si introducono nelle case, spesso scendendo dal camino, e compiono innumerevoli dispetti, come far andare a male il latte o impossessarsi delle persone costringendole a danze sfrenate per tutta la notte. L’unico modo per contrastarli è lasciare da Natale all’Epifania il ceppo acceso nel camino, oppure attendere il 6 gennaio, quando grazie ad una suggestiva benedizione vengono ricacciati nel sottosuolo per un intero anno.
Sebbene l’acqua benedetta possa porre termine alle insidie dei kallikántzaroi, nei dodici giorni precedenti i greci prendono ogni precauzione contro i loro influssi malefici: in particolare, è convinzione diffusa che tutti i bambini nati il 25 dicembre possano trasformarsi in questi fastidiosi demòni e, per scongiurare tale pericolo, i neonati vengono avvolti in trecce d’aglio o viene loro bruciata l’unghia di un piede.

E la Befana?

In molti parti del mondo l’Epifania è considerata il momento propizio per scacciare il male e gli spiriti maligni. Tra i riti di purificazione del 6 gennaio spiccano i falò, come il Rogo della Vecchia, con cui si bruciano simbolicamente tutti gli elementi negativi dell’anno appena trascorso.
I fuochi dell’Epifania si ricollegano agli antichi riti solstiziali, in cui le cataste venivano bruciate per rigenerare il Sole, ma anche ai culti della fertilità delle popolazioni preelleniche. Era infatti la Dea Madre, confluita poi nell’immagine della Befana, la principale divinità venerata dalle civiltà arcaiche.

La vera antenata della Befana, tuttavia, va fatta risalire alla dea Diana e al culto della fertilità, “allorché si riteneva che, nelle dodici magiche notti tra il 25 dicembre e il 6 gennaio, fantastici voli notturni di misteriose figure femminili, sopra i campi seminati, avessero una funzione propiziatoria per il futuro raccolto” (C. Sacchettoni, La storia di Babbo Natale).
La dea Diana, prima di sedimentarsi nella popolare e benevola immagine della vecchina portatrice di doni, ha subito una serie di metamorfosi straordinarie, in sintonia con l’atmosfera magica della dodicesima notte. Poiché volava di notte, ella venne identificata dapprima con una strega, in perenne combutta con Satana, per poi commutarsi in Befania, la regina delle signore notturne. In queste nuove vesti cambiò radicalmente il suo ruolo, divenendo mediatrice delle liti tra le streghe nonché antagonista del Diavolo.

Le varianti della Befana

La Befana ha assunto caratteristiche e aspetti diversi a seconda delle tradizioni popolari di ogni Paese.
I popoli della Germania la chiamavano Frau Holle, protettrice dell’agricoltura e dei bambini morti in circostanze violente o senza aver ricevuto il sacramento del battesimo. Giovane, con lunghi capelli biondi, questa divinità solcava i cieli su un carro trainato da cavalli d’oro, accompagnata da un innumerevole corteo di streghe.
Nella versione della Germania meridionale prendeva invece il nome di Frau Berchta e volava scortata dalle anime dei bambini defunti. Decisamente meno affascinante di Frau Holle, questa “Befana” dai capelli arruffati pretendeva di essere ricevuta secondo precisi cerimoniali, come la preparazione di un pranzo a base di aringhe e knödel. Non osservare queste regole significava attirare la sua spietata vendetta. 

Nonostante i tentativi delle autorità religiose di neutralizzare questi personaggi fantastici e a un tempo inquietanti, Frau Holle, Frau Berchta e anche la Posterli della Svizzera e la strega Zuscheweil del Tirolo continuano ad alimentare la fantasia popolare.
Amata e temuta, la Befana viene regolarmente celebrata in molti Paesi europei, dove ormai ha perduto ogni valenza negativa. La dolce nonnina è conosciuta anche in Sudamerica, con il suadente nome di Vieja Belén (la Vecchia di Betlemme), ed è colei che per tradizione dispensa i doni ai bambini poveri nella Repubblica Dominicana.
Girovagando per il mondo incontriamo anche altre portatrici di doni: in CanadaMamma Goody, che distribuisce i regali a Capodanno e la Tante Arie della Franca Contea (una regione della Francia orientale), che sostituisce in tutto e per tutto Babbo Natale.
La Babuška ("nonna") della Russia, probabilmente una versione della Baba Jaga, che si nutriva di carne umana, specie quella tenera dei bambini, invece è una candida vecchina che adora i bambini e intorno a lei sono sorte svariate leggende.
La più celebre narra che i Magi, mentre si recavano a Betlemme, bussarono alla porta della sua dimora, chiedendole indicazioni ed invitandola a seguirli. Ella però rifiutò la gentile proposta, per poi pentirsene amaramente. Corse allora fuori, con una cesta colma di doni per Gesù, ma non riuscì a rintracciare i tre re. Così da allora, per espiare la sua colpa, porta i doni a tutti i bambini del mondo la notte dell’Epifania.

Alcuni aspetti del suo turbolento passato permangono ancora, soprattutto il suo intrinseco legame con gli antichi riti propiziatori, dove la Befana personifica il ciclo della vita e della trasformazione: i suoi capelli bianchi simboleggiano l’anno giunto rinsecchito al termine dei suoi giorni e così la vecchia signora dell’Epifania troneggia sulle cataste ardenti, emblema dell’eterno concludersi e rinascere della natura e della vita.