Cari followers,
il traduttore Nicola Rainò, intervistato presso la Radio Svizzera Italiana, ci parla del romanzo L'urlo della terra, dello scrittore finlandese Timo K. Mukka. Al seguente link potrete ascoltare l'intervista:
Buon ascolto!
Cari followers,
il traduttore Nicola Rainò, intervistato presso la Radio Svizzera Italiana, ci parla del romanzo L'urlo della terra, dello scrittore finlandese Timo K. Mukka. Al seguente link potrete ascoltare l'intervista:
Buon ascolto!
Panu Rajala, noto drammaturgo e uno tra i più apprezzati critici letterari in Finlandia, ha scritto una lettera a Nicola Rainò per felicitarsi della traduzione del romanzo L'urlo della terra di Timo K. Mukka da noi pubblicato. Vi riportiamo il testo nella traduzione italiana gentilmente realizzata da Marcello Ganassini.
Egregio
Nicola Rainò,
Mi
scuso per la spropositata tardività del mio messaggio, il tempo passa troppo in
fretta. Timo Mukka è momentaneamente annegato nei miei trambusti estivi.
Già allora avevo riflettuto sulla collocazione di questo scrittore finlandese nel contesto attuale della letteratura europea. Mukka non ha mai sfondato i confini del suo paese come avrebbe meritato. La Sua traduzione de L’urlo della terra (Maa on syntinen laulu) costituisce al riguardo una corroborante eccezione, come un messaggio in bottiglia da mondi lontani. In forma cinematografica il romanzo ha spezzato molti confini, in patria e anche in parte all’estero, sebbene io consideri l’interpretazione di Rauni Mollberg improntata a un eccessivo realismo: nel film manca infatti lo spirito originale della ballata. Ne sono in parte responsabile: nel mio contributo alla sceneggiatura ricordo di avere difeso la poeticità del testo ma Mollberg era affascinato soprattutto dalla sua estetica più sanguigna.
Anche opere come Tabu o Paura della neve (Lumen pelko) si presterebbero egregiamente a essere accolte nell’immaginario dell’Europa meridionale e, forse, più a oriente. La carica sessuale ed etnografica dello scrittore lo legava alla realtà nordica natìa al punto che, per noi, era difficile individuare più vaste dimensioni. Ora che la Lapponia è diventata una molla del turismo internazionale, anche questo elemento potrebbe contribuire a far volare l’opera di Timo Mukka sulle proprie ali, nonostante ricordi perfettamente quanto lo scrittore detestasse la massificazione della Lapponia come meta di viaggio e la mercificazione della sua terra.
Tutto
ciò sono semplici corollari, la cosa importante è che i lettori italiani
possano finalmente conoscere L’urlo della terra. Sarebbe stimolante sapere
quanto quest’opera verrà letta e apprezzata da voi. La Finlandia sembra stia
gradualmente dimenticando Mukka, come accade per molti altri classici moderni.
La ringrazio per il libro che mi accingo a esaminare, e per l’interesse che ha
voluto rivolgere a un autore cui è toccata una dura sorte.
Il capolavoro scritto nel 1964 dal finlandese Timo K.
Mukka
L'urlo della terra, amore e morte in Lapponia
Non aveva ancora vent'anni il finlandese Timo K. Mukka quando, nel 1964, scrisse
il suo capolavoro, L'urlo della terra, la cui forza narrativa
ora anche il lettore italiano può apprezzare grazie alle edizioni
Vocifuoriscena, specializzate in letterature nordiche, e alla
magistrale cura e traduzione di Antonio Parente e Nicola Rainò.
È un romanzo impetuoso, che si svolge fra
stalle, boschi, mandrie di renne, laghi ghiacciati, sauna. Ci sono
silenzi e morti violente. Scorre molto sangue: di una
donna morta di parto, di uomini accoltellati, sangue nel cielo di albe e
tramonti, nelle aurore boreali, sangue di Cristo evocato da un predicatore che
col suo fervore revivalista suscita estasi mistiche e lascive.
La sofferenza percorre le pagine come un incantesimo
maligno. L'autore ha composto un testo che ha il tono del teatro
greco, in cui bene e male si intrecciano turbando le menti e alternandosi
come le notti bianche e la notte artica. La protagonista, Martta, è
una straordinaria giovane donna che appartiene in modo simbiotico al paesaggio
nei suoi aspetti più truci e poetici. Lavora nella stalla, in casa si
aggira nuda con una spontaneità disarmante. Vive con il nonno,
con la madre ammalata e con il padre boscaiolo spesso ubriaco. Martta è
innamorata di un lappone, inviso alla famiglia e alla comunità
perché considerato "diverso". Eppure, senza troppo
imbarazzo, si concede anche a chi non stimola in lei alcun sentimento. E
finisce per partorire un figlio senza padre: il lappone giace
in fondo al lago e la colpa di chi lo ha spinto sotto i ghiacci è
insopportabile. Si toglie la vita, tanto alla fine, sempre, «arriva la
notte».
Il testo è arricchito da un'appendice, con
immagini tratte dal film omonimo di Rauni Mollberg, che aiutano a
collocare la storia in una «dimensione senza tempo» come
dice Viola Čapková nella postfazione.
Elisa Fabbri - Gazzetta di Parma
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