sabato 4 settembre 2021

Timo K. Mukka, "L'urlo della terra", la recensione della Gazzetta di Parma

 


Il capolavoro scritto nel 1964 dal finlandese Timo K. Mukka

L'urlo della terra, amore e morte in Lapponia

Non aveva ancora vent'anni il finlandese Timo K. Mukka quando, nel 1964, scrisse il suo capolavoro, L'urlo della terra, la cui forza narrativa ora anche il lettore italiano può apprezzare grazie alle edizioni Vocifuoriscena, specializzate in letterature nordiche, e alla magistrale cura e traduzione di Antonio Parente e Nicola Rainò



Romanzo corale, ha come protagonista una 
terra estrema, di confine fra Finlandia e Lapponia, sferzata dalla neve e dal gelo. I personaggi sono come quella terra, aspri e selvatici, caratterizzati da una fisicità dirompente, da una sessualità impulsiva. Sotto la scorza di un realismo a tratti crudo, trapelano sentimenti di profondo lirismo

È un romanzo impetuoso, che si svolge fra stalle, boschi, mandrie di renne, laghi ghiacciati, sauna. Ci sono silenzi e morti violente. Scorre molto sangue: di una donna morta di parto, di uomini accoltellati, sangue nel cielo di albe e tramonti, nelle aurore boreali, sangue di Cristo evocato da un predicatore che col suo fervore revivalista suscita estasi mistiche e lascive. La sofferenza percorre le pagine come un incantesimo maligno. L'autore ha composto un testo che ha il tono del teatro greco, in cui bene e male si intrecciano turbando le menti e alternandosi come le notti bianche e la notte artica. La protagonista, Martta, è una straordinaria giovane donna che appartiene in modo simbiotico al paesaggio nei suoi aspetti più truci e poetici. Lavora nella stalla, in casa si aggira nuda con una spontaneità disarmante. Vive con il nonno, con la madre ammalata e con il padre boscaiolo spesso ubriaco. Martta è innamorata di un lappone, inviso alla famiglia e alla comunità perché considerato "diverso". Eppure, senza troppo imbarazzo, si concede anche a chi non stimola in lei alcun sentimento. E finisce per partorire un figlio senza padre: il lappone giace in fondo al lago e la colpa di chi lo ha spinto sotto i ghiacci è insopportabile. Si toglie la vita, tanto alla fine, sempre, «arriva la notte»

Il testo è arricchito da un'appendice, con immagini tratte dal film omonimo di Rauni Mollberg, che aiutano a collocare la storia in una «dimensione senza tempo» come dice Viola Čapková nella postfazione.

 

Elisa Fabbri - Gazzetta di Parma

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