mercoledì 7 ottobre 2015

Non è un vento amico, recensione di M. Eugenia Capodicasa

Pubblichiamo volentieri la recensione del libro Non è un vento amico, di Vincenzo Zonno, che ci ha inviato la signora Maria Eugenia Capodicasa.





Lettura affascinante, questo Non è un vento amico. Apparentemente, un mystery storico: siamo in Russia, più precisamente sul confine prussiano, a metà dell’Ottocento, e il protagonista, un giovane ufficiale zarista, viene chiamato a ricoprire un ruolo consolare e allo stesso tempo a risolvere il mistero della crudelissima morte del suo predecessore, colpito dalla mano dell’Angelo dell’Abisso. Ciò premesso, la vicenda si muove in direzioni inconsuete. Nonostante le premesse, Non è un vento amico non è un thriller: il protagonista non è un uomo d’azione ma un intellettuale in uniforme e i tempi del romanzo sono scanditi della contemplazione, delle emozioni, dal ritmo delle stagioni e dal suono delle campane. E anche dai tempi dell’amore, qui visto come conoscenza, desiderio e istinto di protezione, e come coscienza che la persona amata sarà sempre, nell’intimità della sua anima, qualcosa di irraggiungibile e mai davvero posseduto: la cifra finale dell’amore. La “lentezza” tuttavia non nuoce affatto al romanzo, che, anzi, si lascia leggere agevolmente, complice una scrittura misurata, leggera, pur senza affettazione. Zonno non ha fretta di portarci nel cuore dell’intrigo (ingegnosissimo!), che è intrigo politico e insieme religioso, e sorprese e colpi di scena non mancheranno di certo.
Un romanzo che avvolge e sorprende, elegante, ricco di chiavi di lettura. Forse, a cercargli dei difetti, chi cerca l’azione a tutti i costi potrebbe trovarlo un po’ lento nella parte centrale, dove il piacere della descrizione sovrasta l’interazione dei personaggi: ma sospetto che anche questo faccia parte della definizione di Non è un vento amico. Un romanzo della lunghezza giusta, con tempi a volte dilatati, ma senza una parola di troppo. L’autore a tratti si ferma e, con brevi incisi, porta volutamente il lettore fuori dal romanzo, per dargli modo di prendere le distanze dalla narrazione, respirare la distanza con la realtà romanzesca, reinventando con originalità la complicità tra autore e lettore. 
A fargli torto potrei dire, con formula abusata quanto sciocca, “Non è un vento amico è un romanzo che si legge d’un fiato” (e lo è davvero!), ma mi sento di dire piuttosto: “È un romanzo da assaporare come una musica, lasciandosi tutto il tempo di farlo decantare nella propria immaginazione”.

Maria Eugenia Capodicasa

Per ulteriori informazioni, o per acquistare il libro, vieni alla pagina di Non è un vento amico.

lunedì 20 aprile 2015

Nascosto tra gli scaffali

La curiosità era troppa. Così stamattina ho preso il primo volo e, dopo essere atterrato a Bergamo, ho raggiunto in autostop Negrar.
Come in altre occasioni, ho preferito dissimularmi: arrivato alla biblioteca comunale con largo anticipo, mi sono confuso tra le colonne di libri e ho atteso. In quelle due ore, oltre a sfogliare qualche testo degno di nota, mi sono chiesto come sarebbe andato l’appuntamento sull’etica di L’uomo il suo interrogarsi e il senso del meraviglioso, che ormai era arrivato alla sua terza puntata. 
Qualcuno si chiederà come mai non abbia voluto palesare la mia presenza. Presto detto: sono stato professore di Claudia Maschio ai tempi in cui frequentava l’università e, tra noi, è rimasto un rapporto di reciproca stima intellettuale. Una stima quasi eccessiva da parte sua, devo dire, e quindi temevo che, sapendomi lì, mi avrebbe ceduto il passo, e io volevo sentire cosa aveva da dire lei, non le solite cose che posso raccontarmi benissimo anche da solo.
Poco a poco sono arrivati tutti, relatori e pubblico.
Franco Ceradini, che non ho avuto l’onore di conoscere di persona, ha introdotto l’argomento parlando di Kant e, per contrappunto, di Hume. Con grande scioltezza, si è mosso dall’uno all’altro, portando anche esempi pratici di dove andava a cozzare la filosofia del primo, rivolgendo accese simpatie al secondo.
Cerchiamo di capirci: Kant è un razionalista, Hume un empirista. Stiamo parlando di fantasmi del passato. Oggi nessuno potrebbe credere solo nella ragion pura del primo o affidarsi ciecamente al dato osservativo del secondo. Si sa che la conoscenza si muove amalgamando le due cose, non fosse altro perché la matematica è fondamentalmente razionale e la scienza se ne avvale per testare i risultati delle osservazioni empiriche. 
Certo, quando si ha a che fare con le argomentazioni morali, sembra di muoversi in quel terreno di nessuno che sono i valori, ossia elementi che non si prestano a osservazione alcuna.
O almeno Hume sosteneva questo. Non a torto: perché – e qui entriamo nel vivo dell’intervento di Claudia Maschio – effettivamente non possiamo derivare i valori dalle nostre osservazioni. Come minimo per una questione logica, giacché nelle conclusioni comparirebbe un elemento (l’obbligo morale) non presente nelle premesse.
Ma il comportamento umano è riducibile solo a ciò che possiamo osservare? O quel che dobbiamo osservare comprende anche il non direttamente osservabile, ossia intenzioni, scopi, motivazioni che stanno dietro un’azione?
Ed è vero, come sosteneva Hume, che l’agire morale si basa sui sentimenti e non sulla ragione?

Non voglio anticiparvi troppo, anche perché so che il blog di Vocifuoriscena intende pubblicare un articolo con l’intero resoconto della conferenza. 
Mi soffermo solo su ciò che più mi ha colpito. A un certo punto, Claudia Maschio ha proposto una sua personale, sebbene meditata, scala di valori.
Cos’è una scala di valori è facile da immaginare: uno pone al vertice il valore che ritiene superiore a tutti gli altri e, a scendere, quelli che seguono, in un preciso ordine.
Nascosto dietro gli scaffali, poco a poco iniziavo a comprendere dove Claudia stesse andando a parare: ovviamente, non stava proponendo dei dogmi, ma un esempio di razionalità morale basata sull’esperienza. Ossia, un’applicazione del metodo scientifico all’etica. 
«Metto al vertice il rispetto della vita, in tutte le sue forme» ha esordito, «e ben sapendo che non ci sia alcun fondamento per farlo. È l’esperienza della convivenza civile, di quel che funziona, a suggerirmelo. In qualche modo, i nostri valori diventano prioritari vuoi perché ci sono stati trasmessi come veri, vuoi perché, dopo averli messi in discussione, li abbiamo ancora una volta riconosciuti, oppure sostituiti con altri che ci sembravano più adeguati.»
Ovviamente, ho estrapolato qua e là dai suoi discorsi. Vi sto riportando il succo. E su qualche punto sto ancora meditando, ma è questo il bello delle proposte coraggiose e intelligenti: ti dànno qualcosa di gustoso in cui affondare i denti. 
Al primo posto della scala di valori c’era il rispetto della vita, al secondo l’onestà/verità, al terzo il rispetto per la libertà propria e altrui, al quarto il rispetto per la legge e, all’ultimo gradino, il bon ton (che – come ha specificato Claudia – in realtà non ha nulla a che vedere con l’etica).
Sulle prime, a tutti questa scelta è sembrata arbitraria. Poi, più il discorso andava avanti, più si capiva che – se davvero si trattava di un esempio – era un esempio coi fiocchi. 
Sempre nascosto tra gli scaffali ho ascoltato il resto dell’esposizione, complimentandomi con me stesso per l’ottimo lavoro fatto su di lei quando ancora era una ragazzina, sebbene una ragazzina con un piglio già molto particolare.
E, via via che proseguiva, vedevo sempre più trionfare, nell’applicazione di giudizi pratici, la razionalità unita all’esame dell’esperienza: non ha risparmiato Breivik, responsabile di un’inutile quanto feroce strage in Norvegia, e con lui Giardiello, pluriomicida nel tribunale di Milano, e Lubitz, solo per restare a fatti di cronaca recente. Ma soprattutto si è scagliata contro le guerre, specie se condotte in nome della pace, citando i versi di Bertolt Brecht:

La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente
egualmente.

E non sono mancati gli accenni alla letteratura, con la visione di alcuni spezzoni tratti da una rappresentazione teatrale di Delitto e castigo.
«Dostoevskij era un ottimista. Nel senso che Rodion Raskol’nikov, dopo il suo terribile crimine, si pente. Si tortura interiormente e finisce per consegnarsi nelle mani del commissario Porfirij di propria volontà. Nella realtà, purtroppo, pochi si pentono delle atrocità compiute e vivono il tormento pieno del rimorso, magari chiedendosi – come fa Raskol’nikov – cosa possa riscattarli.»
Un’umanità senza possibilità di recupero?
Secondo Claudia Maschio forse sì. Ma non per questo smetterà di andare avanti per la sua strada, seppure senza rivoluzioni. Questo mi ha confidato quando alla fine mi ha scoperto: «Motivi per essere sfiduciati ce ne sono fin troppi. Sai, Oliviero, perché tengo questi incontri di filosofia, e gratis? Perché spero che quelle poche persone che vengono ad ascoltare siano stimolate a usare le loro teste. Hume aveva ragione. Ma il suo, alla resa dei conti, si configura come un suicidio intellettuale».
«Un suicidio intellettuale?» le ho chiesto io.
«Hume aveva ridotto l’etica alle impressioni del momento, ai sentimenti, alle passioni. Ma solo la razionalità, quella tanto cara a Kant, può dare una svolta all’etica, altrimenti ci ritroviamo ad assorbire dogmi, non valori. Un dogma è qualcosa che hai ereditato dall’esterno, che hai assorbito per osmosi, da cui sei condizionato senza una tua vera scelta. Un valore è tale solo se ci pensi sopra, se lo hai rivoltato come un guanto prima di farlo tuo, trasformandolo in un imperativo categorico nelle tua vita.» 
Poi qualcuno l’ha chiamata, lei voleva presentarmi, ma io le ho fatto cenno di no: molto meglio restarmene tra gli scaffali e accomodarmi per la notte su un divanetto, visto che, tra una cosa e l’altra, avevo dimenticato di prenotare un albergo. Fretta non ne avevo, e in biblioteca c’erano un sacco di bei libri per passare il tempo.

mercoledì 1 aprile 2015

"Il bove Pio alla stazione d'autunno", romanzo giovanile di Giosuè Carducci

Con un vero e proprio scoop editoriale, la piccola casa editrice Vocifuoriscena propone la prima edizione assoluta di un romanzo giovanile di Giosuè Carducci, riscoperto dal professor Oliviero Canetti all'interno della fodera di una cartellina esattoriale abbandonata dal 1885 negli archivi della vecchia biblioteca scolastica di Castelsardo, in provincia di Sassari.
«Praticamente ritrovato in un nurago!» scherza Canetti nel corso di un'affollata conferenza stampa tenutasi nell'aula magna della facoltà di lettere, all'Università di Sassari, dove il professore ha tenuto cattedra per molti anni. «Certamente, alla luce di questa scoperta, dovremmo rivedere l'intera biografia carducciana. Capire come e perché, in una fase precoce del suo percorso letterario, il Carducci abbia abbandonato il romanzo per dedicarsi alla poesia.»
Per quanto pecchi di qualche ingenuità, infatti, Il bove Pio alla stazione d'autunno è un capitolo prezioso nella grande stagione del romanzo ottocentesco europeo. Scritto tra il 1844 e il 1850, si avvertono profonde suggestioni romantiche, che rimandano a evidenti letture del Goethe e di altri tedeschi, ma sono anche presenti elementi simbolisti e stilistici che preludono addirittura all'iconografia del primo Novecento.




«La struttura è quella del Bildungroman, sebbene il romanzo manchi di un vero e proprio centro narrativo. L'economia della trama, tuttavia, rivela un istinto sorprendente nella composizione dell'intreccio e nell'introspezione psicologica, anche vista la giovane età del Carducci, praticamente in età scolare» ride Canetti. «Ci vorranno anni affinché i nostri critici letterari possano trarne un giudizio complessivo equilibrato.»
La trama del romanzo è piuttosto lineare. Un cacciatore sta sull'uscio a rimirar un bove, indeciso se sparargli e farne bistecche, quando un poeta (nel quale si ravvisa il giovane Carducci) interviene a difendere l'animale. Nel corso della colluttazione, il bove fugge dai pascoli liberi e fecondi e s'inerpica sugli irti colli mentre il cacciatore gli va sparando a sale. Ma il poeta, ammirando il bovino indugiare, solenne come un monumento, alle fonti del Clitumno, ricorda nonna Lucia e la sua infanzia a Bolgheri, dove nessuno era vegano, nemmeno san Guido, e dove i bovi maremmani al giogo s'inchinavano contenti, con gran soddisfazione degli allevatori che non dovevano convincerli con idilli locali e stupide dichiarazioni d'amore. Il romanzo si conclude in un sentito e sofferto afflato politico: dodici bovi si suicidano in duplice filar per protestare contro i moti del '48. I placidi ruminanti vengono sepolti tra pianti antichi: sei nella terra fredda e altri sei nella terra negra.
Un romanzo da leggere in stazione, possibilmente in autunno. In esclusiva su
Vocifuoriscena.

lunedì 2 marzo 2015

L'uomo, il suo interrogarsi... e il senso del meraviglioso

A partire da venerdì 6 marzo 2015, alla Biblioteca comunale di Negrar (VR) si terrà una serie di cinque incontri di approccio alla filosofia tenuti dal professor Franco Ceradini e da Claudia Maschio. L'uomo, il suo interrogarsi... e il senso del meraviglioso.
Organizza l'Assessorato alla Cultura con la collaborazione di Vocifuoriscena.

Il calendario degli incontri è il seguente:
06 marzo. Cos'è la filosofia e perché è utile al giorno d'oggi
20 marzo. Il nostro posto nell'universo
17 aprile. Cosa è giusto e cosa è sbagliato
08 maggio. Il tema della differenza come valore
29 maggio. Alla ricerca dell'insostenibile leggerezza del romanzo


Non solo l'ingresso è libero e gratuito, ma seguirà un filosofico aperitivo finale.




Per tutti gli interessati, il primo appuntamento è venerdì 6 marzo alle 17,30, per scoprire Cos'è la filosofia e perché è utile al giorno d'oggi.


Per saperne di più —› biblioteca@comunenegrar.it

sabato 24 gennaio 2015

Librerie Online?

Librerie online? Convengono?
Per quanto riguarda Vocifuoriscena, la risposta è no! 
E ora vi spiego perché.

Le librerie online (d'ora in poi L.O.) sono assai ben organizzate, assai più di noi, piccoli editori che arrancano per arrivare alla fine del mese. Voi andate su IBS, Amazon, Sansoni et similia, cercate un libro, qualsiasi libro (compresi i nostri), e li trovate lì, belli fiammanti e disponibili. 
Questi giganti della vendita online sono collegati con l’archivio dei libri in commercio e scaricano regolarmente le schede che vi abbiamo inserito noi editori quando abbiamo richiesto un codice a barre. Infatti, quando un editore pubblica un libro, crea una nuova scheda sull'archivio nazionale e nel giro di poche ore titolo, copertina e prezzo sono già sulle piattaforme delle L.O.
Non pensate però che le L.O. abbiano, nei loro gargantueschi, pantagruelici magazzini, le copie cartacee, fisiche contingenti e materiali di tutti i libri in commercio. Ne avranno molti, certamente moltissimi. Ma non quelle di noialtri piccoli editori pezzenti e indipendenti. 



Dunque, che cosa succede quando ordinate un nostro libro su IBS, Amazon et similia?
  1. Andate sul sito della L.O., scegliete il libro che vi piace e date l'ordine di acquisto.
  2. La L.O. riceve l’ordine e ordina il libro a noi.
  3. Noi prendiamo il libro, ne facciamo un bel pacchetto, ci mettiamo sopra il nostro timbro e glielo spediamo.
  4. La libreria online riceve il nostro pacco, lo scarta, tira fuori il libro, ne fa un altro pacco, ci mette sopra il suo timbro e lo spedisce all’acquirente.
Tutto ciò senza tener conto di una trafila burocratica, tra uffici e magazzini, documenti e fatture, che nemmeno Kafka nei suoi incubi peggiori ha mai osato immaginare. Una stima dei tempi di consegna? Due settimane minimo. Poi, se avete richieste particolari, dovete seguire le loro trafile, i loro form a risposta multipla, le loro offerte standardizzate; se avete problemi, i loro telefoni hanno tempi di attesa non indifferenti (sebbene rallegrati dalle prime battute della Primavera di Vivaldi). 
Inoltre (annotazione personale, intima, ma va doverosa), la L.O. a noi ci paga, se proprio va ricca, dopo novanta giorni, peraltro tenendosi il grosso del guadagni e lasciandoci le briciole.
E ora vediamo che cosa succede se ordinate da noi.
  1. Andate sul sito di Vocifuoriscena, scegliete il libro che vi piace e cliccate il bottoncino PayPal.
  2. Nel giro di qualche ora vi scriviamo per confermare l’ordine.
  3. Poi prendiamo il libro, ne facciamo un bel pacchetto, ci mettiamo sopra il nostro timbro e il giorno dopo (o anche il giorno stesso) siamo già a far la fila all’ufficio postale per spedirlo.
Tempo stimato: una settimana. O comunque, una settimana in meno rispetto a un ordine fatto alle L.O. Senza spese di imballaggio o di spedizione. 
Poi, se avete problemi, se avete richieste precise, se avete cambiato idea, se volete parlare con un'anima amica, basta fare il numero di telefono di Vocifuoriscena, che è su tutte le pagine web del sito e trovate dall'altra parte un essere umano lì a rispondervi. 
A volte quell'essere umano sono io.
Ora mi par d'immaginare le obiezioni del solito Qualcuno: “Sì, ma la L.O. ci fa il dieci, quindici per cento di sconto! E ci regala pure un panino al prosciutto!”
Bene, forse non lo avete notato, ma anche noi vi facciamo il 15% di sconto. Vocifuoriscena propone a tutti i suoi utenti il “Prezzo VSF”, che è appunto il prezzo di copertina scontato del 15%.

Insomma, se avete deciso di comprare il libro, tanto vale comprarlo direttamente da noi!


PS. Un'ottima alternativa all'acquisto presso di noi potrebbe essere quella di rivolgervi al vostro libraio di fiducia. Segnalategli il nostro sito e invitatelo a telefonarci. Saremo noi a inviare il libro direttamente a lui, con gli stessi tempi se il libro arrivasse a casa vostra. Tanto vale difendere gli ultimi piccoli librai indipendenti prima che gli squali delle L.O. finiscano di sbafarsi tutto il mercato… 

venerdì 12 dicembre 2014

Oltre la superficie dello sguardo. Recensione personale

Premetto che conosco l’autrice dai tempi in cui era ancora una studentessa universitaria. E anche di essere stato uno dei primi ad incitarla a pubblicare questa breve, ma intensa, «delizia letteraria».
Se ben ricordo, era intorno al 1987, e Claudia – mi permetto di utilizzare solo il nome di battesimo – non era convinta, le sembrava un romanzo troppo lacrimevole, «di altri tempi», qualcosa che non avrebbe mai incontrato i gusti del pubblico.
A nulla valsero le mie proteste: per un assurdo puntiglio, o magari per una forma di presunzione al contrario, era convinta di essere l’unica ad amare ancora le storie vere, con dei contenuti emozionali ed emozionanti.
Buttò in un angolo il dattiloscritto – all’epoca non aveva un pc – e smise di pensarci.
Me ne dimenticai anch’io, naturalmente. Fino a quest’estate, quando venni a sapere che il romanzo non soltanto era stato pubblicato, ma anche messo in scena al Teatro del Bosco di Negrar, presso Verona, con il patrocinio nientemeno di Giulio Brogi (vedi). Non sono potuto andare, purtroppo, ma ho subito ordinato una copia a Vocifuoriscena, curioso di vedere se e come fosse cambiato rispetto alla stesura originale. Pochissime variazioni, quasi impercettibili, del tutto trascurabili: il romanzo era lo stesso, eppure…



Ecco, vorrei parlarvi di questo «eppure».
La prima volta, e parlo di circa venticinque anni fa, mi aveva colpito la freschezza dello stile, quel saper scendere, oserei dire in punta di piedi, nell’intimità di entrambi i protagonisti, senza mai dare l’idea di parteggiare per l’uno o per l’altro. E, soprattutto, ero stato affascinato da Christine, l’esuberanza che faceva da contraltare alla sua rabbia, alla delusione per i rapporti con tutti, dai genitori al fidanzato. Mi era piaciuto il gioco, perché intuivo in Matteo un alter ego di Christine, come se fossero due facce di una stessa medaglia. E il finale mi aveva portato a pensare che si sarebbero ricongiunti…
Posso assicurare che non è a causa delle piccole variazioni, se ho cambiato idea.
Rileggendo il romanzo, anzi, bevendomelo tutto di un fiato, mi sono reso conto che la parte da padrone viene fatta dall’incomunicabilità: Christine e Matteo rappresentano due mondi distinti che cercano un punto di incontro, senza riuscirci. Che la prima a rendersene conto sia lei, la donna, non mi stupisce, oggi. Christine si spaventa, sente che Matteo vuole da lei qualcosa che ai suoi occhi è impossibile: tutta la verità, una condivisione assoluta.
«Cosa credi che vada a fare, a Bologna? Non c’è un altro, se è questo che temi. Solo io, nel mio appartamento, dove vorrei poter… oh, cavolo! Restare sola. Tutto qui.»
Matteo sa chi è lei, lo ha potuto constatare fin dall’inizio, fin dal loro primo incontro, ma spera di cambiarla. Poi la verità che tanto cercava gli giunge tra le mani, in forma di piccole confidenze scritte su dei foglietti, in una lettera, che Christine mai gli avrebbe fatto leggere. 
E qui il tocco di genio dell’autrice: se c’è la verità, non c’è più la persona. Christine è fuggita, introvabile.
Eppure… torniamo su questo «eppure»: se Christine è introvabile per il suo fidanzato, per i genitori, eccola invece a confidarsi con il lettore, a spogliarsi dinanzi a lui di ogni pudore. È al lettore che rivela i suoi dubbi, i tormenti che la accompagnano, a lui che chiede di essere compresa…
E il gioco si complica: Christine, personaggio letterario, può dire tutto di sé a chi la legge, a chi la ascolta oltre le pagine del libro stampato. Il suo monologo interiore è un interrogarsi delicato, lucido, sfiancante e nel contempo necessario: risposte, per noi esseri umani, non ce ne sono, almeno non quelle in grado di placare i tormenti dell’anima, ci sembra dire.
Eppure – di nuovo «eppure» – ecco la sofferta ironia con cui l’autrice congeda il lettore: «Tutto di noi è importante, anche l’attimo sprecato».
Forse non siamo capaci di capire gli altri e neppure noi stessi, ma arrendersi di fronte all’incomunicabilità, sia essa fittizia o effettiva, è il peggiore degli errori, l’unico davvero imperdonabile.
L’happy end è lasciato a chi lo pretende, e il finale è giustamente senza risposta, aperto a ogni interpretazione.

Per eventuali acquisti, rimando alla pagina: Oltre la superficie dello sguardo.

giovedì 4 dicembre 2014

Il titolo è l'ultima cosa. Un giallo metafisico... o meglio, utopistico

Nel 1935 Jorge Luís Borges introdusse la speculazione cosmologica nel poliziesco (in Finzioni, 1935). Nei decenni successivi, la letteratura e i lettori hanno decantato la lezione e oggi, le spalle coperte da sterminate biblioteche di critica letteraria, si può parlare, con la dovuta nonchalance, di “giallo metafisico”. Cliché pressoché indispensabile nel proprio repertorio qualora si frequentino circoli letterari con belle signore disposte a lasciarsi incantare da un sofisticato intellettuale, l’espressione è divenuta talmente comune – nelle recensioni amatoriali, nelle tesi di laurea, nei ritrovi radical-chic – da prestarsi all’abuso e al fraintendimento. 
Ma mentre i critici della domenica tendono ad appuntare la medaglia di METAFISICO a qualsiasi giallo recensiscano (sia poi romanzo d’indagine, poliziesco, hard-boiled o noir), quasi vergognandosi di aver ceduto alla tentazione di leggere della vile letterature di genere, secondo l’illustre argentino – e Borges è stato uno tra i più lucidi interpreti di quella che potremo chiamare una “filosofia della letteratura” – la definizione “metafisico” non va al singolo romanzo, ma al genere letterario nel suo complesso. Il giallo ristabilisce l’integrità dell’ordine cosmico, sovvertito dall’irruzione dell’evento delittuoso, attraverso la metafora della risoluzione dell’omicidio e il conseguente riassestamento dello stato di giustizia.
Secondo Borges, dunque, il romanzo giallo è di per sé un romanzo metafisico:

ROMANZO GIALLO —> ROMANZO METAFISICO

A mio avviso, questa definizione si adatta perfettamente (pur essendone allo stesso tempo tradita, o addirittura rovesciata), all'ultimo romanzo pubblicato da Vocifuoriscena, bello fin dal titolo. E Il titolo, si sa, è l’ultima cosa.



Conosco Claudia Maschio da molti anni e ho ben presente il suo curriculum culturale, che è poi l’unico curriculum che m’interessi, quel mélange di filosofia della scienza, matematica, logica, attenzione per il linguaggio, amore per la letteratura e per l’arte del Novecento (postmoderno e surrealismo in primis), che costituisce il suo côté intellettuale e il punto focale della sua produzione letteraria (e metaletteraria). Quindi, non mi stupisco se il suo primo approccio al “giallo” non si adegui assolutamente alla definizione “debole” del genere, che potremmo stabilire con la stringa

(ROMANZO GIALLO) METAFISICO

ma sia più un 

(ROMANZO METAFISICO) GIALLO

augurandomi che l’uso delle parentesi definisca l’esatta gerarchia degli attributi “giallo” e “metasico” nella mia personale definizione del Titolo è l’ultima cosa. Se questo è un giallo borgesiano, lo è dunque in senso inverso, quasi contromano:

ROMANZO METAFISICO —> ROMANZO GIALLO 

La metafisica diventa dunque la letteratura gialla per eccellenza (e ogni ricerca di un criminale prelude forse a quel “giallo definitivo” dove riusciremo finalmente a mettere le manette al Colpevole della creazione dell’universo.) 
E qui arriviamo al Titolo è l’ultima cosa, già edito nel 2013, in una veste giallomondadoriana, dalle coraggiose Edizioni PerSempre e oggi ristampato dopo un ulteriore editing da Vocifuoriscena. A una prima lettura, Il titolo si svela come una provocazione filosofica. Un mondo in cui le barzellette – le comuni facezie che si raccontano per strada, a scuola, tra gli amici, sul posto di lavoro – invece di essere un esito della comune attività demopsicologica, vengono create da un’apposita macchina (l’Anecdotomatic, residuo sferragliante e fumante della rivoluzione industriale), per poi essere diffuse tra la popolazione dagli agenti di un fantomatico Ministero della Cultura Popolare, i quali controllano anche se le barzellette siano conformi alle direttive imposte dai burocrati. Già una tale premessa, che rimanda ai tentativi post-rinascimentali di creare una lingua perfetta tramite la permutazione e la combinazione di “enti universali”, dovrebbe far tremare i polsi ai filosofi del linguaggio. 
Il romanzo si svolge negli anni Settanta. L’epoca è stata scelta con oculatezza: ci troviamo appena a valle della crisi del conformismo borghese del decennio precedente (ricordate le esplosioni al rallentatore di Antonioni?) ma a monte della rivoluzione informatica e della digitalizzazione dell’informazione. Insomma, nel punto di disequilibrio tra la fine di un mondo e l’inizio del successivo: alle spalle l’auctoritas delle convenzioni libresche e la rassicurante censura di mamma Rai, di fronte il magma di brodaglie propinate dalle televisioni private e poi da internet. 

Ma a questo punto ci scontriamo con un anacronismo. La storia ci insegna che il Ministero della Cultura Popolare, istituito dal regime fascista nel 1937, venne sciolto verso la fine della Seconda guerra mondiale. La contraddittoria presenza di questo ingombrante istituto governativo nel 1977 – anno in cui si svolge la vicenda – getta sull’intero romanzo una sfumatura sinistra (e di sinistra). Il puzzle, apparentemente composto dalla lettura metafisica, si scompone di nuovo, mostrando imprevisti ordini di difficoltà. Un solo genere letterario non basta a contenere Il titolo è l’ultima cosa: oltre a quella di giallo metafisico proporrei l’etichetta di romanzo (anti)utopistico. Non vi vedo solo Simenon, Chesterton e Camilleri, ma anche Orwell, con la sua neolingua, Bordewijk e Zamjatin.
Ed è appunto passando per le distopie che arriviamo a Dario Giansanti, il coautore di questo romanzo, che è anch’egli una mia vecchia conoscenza. Ho avuto a che fare con lui grazie al suo progetto di studi mitologici al tempo in cui mi occupavo di saghe e letteratura scaldica. Pur essendo essenzialmente un saggista, Giansanti sa muoversi con sorprendente agilità nello slalom della letteratura come autore: basti vedere i fortunati romanzi del ciclo Agenzia Senzatempo (anch’essi scritti a quattro mani con Claudia Maschio), oppure Mr. Smith va in vacanza, una rivisitazione fantascientifica, ferocemente ironica, della filosofia “ingombrante”, incapace di relazionarsi al mondo. Data la sua attenzione per la narrativa speculativa e per la fantascienza, Giansanti ha dato un contributo certamente importante al Titolo è l’ultima cosa, e posso solo provare a indovinare quali pagine, idee e personaggi siano farina del suo sacco. 
In effetti – e può sembrar ridicolo – nessuno dei due autori ricorda di aver inventato l’Anedoctomatic, anche se entrambi ammettono di aver buttato lì delle idee. Dario Giansanti afferma di aver voluto farne una versione julesverniana dell’Ars magna di Lullo, con un occhio alle ruote combinatorie nel De umbris di Bruno. Claudia Maschio di essere andata a ripescare l’utopia mai realizzata dal Circolo di Vienna. Poi si incolpano l’un l’altro per quella che definiscono “una cavolata, benché costruita bene”. Ma al di là delle scarse concordanze, delle molte connotazioni metafisiche, utopistiche e filosofiche, questo romanzo non dimentica di essere un giallo a tutti gli effetti. 
E che giallo! 
C’è un ricatto, un omicidio, e anche uno spaccio, sebbene di… barzellette false. C’è un colpevole da consegnare alla giustizia. E c’è un detective a tutto tondo, l’iberico Pepe Escamillo Salvado, che se non un seggio meriterebbe almeno uno sgabello nel Walhalla dei grandi investigatori, accanto agli scranni dove stanno assisi Holmes, Poirot, Maigret e Montalbano. Ma la provocazione è subito dietro la porta. Certo è indispensabile consegnare il colpevole alla giustizia (fosse anche per ristabilire l’ordine cosmico, ricordate?), ma l’autentico mystery che attraversa questo libro, a mio avviso, non sta nello svelamento di un banale omicidio. 
Infine, con buona pace di Borges, avendo un po’ di dimestichezza col modus operandi dei nostri due autori, sono certo che né Claudia né Dario abbiano mai inteso collocare il romanzo in un genere letterario ben codificato, né pensato a un target di lettori specializzati. L’unico pubblico che entrambi prediligono è quello dei lettori intelligenti. Hanno fuso le loro rispettive propensioni per la saggistica e per la narrativa al semplice scopo di produrre un romanzo. Il che vuol dire – e qui ci stiamo avvicinando all’etica dello scrivere – una narrazione che, introducendo personaggi e situazioni, produce idee, simboli e significati. 


Altro non serve per una letteratura che sappia regalarti qualcosa di indimenticabile e soprattutto onesto, qualità che molti lettori dimenticano di chiedere quando comprano un libro.

Per informazioni ed eventualmente acquistare il libro al prezzo speciale di € 14.00:


Claudia Maschio • Dario Giansanti

ISBN: 9788890972669
Collana: i Ciottoli
Genere: noir, surreale, umoristico
Edizione: brossura
Pagine: 452
Prezzo: € 16,50

Prezzo Vocifuoriscena: € 14,00