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venerdì 15 ottobre 2021

Vincenzo Zonno: gli alberi vivono più di noi


Vincenzo Zonno è un uomo dagli interessi più disparati: ha un passato come cantante e musicista, nonché di ballerino e coreografo di danza classica e contemporanea, passioni a cui è poi subentrata quella ancor viva per la scultura del legno e la liuteria.
È anche molto interessato alla fisica – forse il campo che lo appassiona maggiormente – ma il suo percorso ha virato decisamente verso il mondo dell’espressione artistica, lasciando l’indagine sulle leggi che governano l’universo in una sorta di limbo.

Scultura di Vincenzo Zonno

Vincenzo, qual è la cosa che più ti dà fastidio al mondo? 

Odio le corporazioni, di qualsiasi tipo, dalle società mafiose fino alle associazioni cattoliche. Non sopporto i gruppi, che si uniscono per vari motivi, ma che poi finiscono ad avere come unico obbiettivo tutelare sé stesse e sé stessi. Se fai parte del gruppo, il gruppo ti aiuterà, ti spingerà, farà di tutto affinché tu possa passare avanti anche a chi lo merita più di te. Credo che le corporazioni siano il male assoluto e che l’uomo tenda per natura a fare gruppo a discapito del bene comune.
“L’ingresso è consentito soltanto ai soci”, “La famiglia prima di tutto”, “Dobbiamo farlo vincere perché è dei nostri…”
Licio Gelli con i suoi fratelli, come il signor X e il suo club del libro, tutti uguali. E io non li sopporto.

E quella che apprezzi di più?

La natura, in particolare gli alberi. Gli alberi sono rappresentativi come nient’altro della vita. Poi vivono più di me e ciò mi affascina oltremodo.
L’uomo passa la vita a cercare di procurarsi l’immortalità, una cosa impossibile, e costruire, dalla notorietà alle cose materiali fino allo stesso accumulo di denaro, è un modo per ottenere una sorta di immortalità.
Gli alberi vivono più di noi uomini.
Non cercano l’immortalità ma vivono più di noi.
Hanno già vinto, e con indubbia classe. 

Come mai hai deciso di scrivere Non è un vento amico e per quale ragione un romanzo con ambientazione storica?

Non c’è un motivo particolare. Avevo un’idea che è divenuta un romanzo, l’ho vissuto e poi l’ho scritto. L’ambientazione storica è un colore che mi ha restituito l’energia perché la vicenda continuasse a evolversi.

La scelta della Russia di metà Ottocento sembra piuttosto curiosa, visto che sei un autore italiano. Cosa ti affascina della patria della vodka e di quel momento storico?

Ho letto molto sulle vicende della Russia, di quello come di altri periodi. Ho letto molto anche sulla Siberia, sull’Asia Centrale e tantissimo sul Tibet. Il romanzo prende una prima ispirazione dai fatti legati alle mogli dei decabristi che decidevano di seguire i propri mariti deportati in Siberia, poi si evolve attingendo alle reali e grottesche vicende accadute nello stesso periodo in quelle come in altre parti del mondo.

Il tuo romanzo si potrebbe collocare in più categorie: storico, noir, introspettivo. Tu cosa ne pensi?

Non saprei, scrivo un romanzo senza pormi il cruccio di dargli un genere. Non è da me etichettare le cose. È come quando suono o scrivo un brano musicale, per me è tutto rock oppure non lo è. Bisognerebbe capire se Non è un vento amico è rock oppure non lo è. Non so neanche questo.

Vincenzo Zonno

Che difficoltà hai incontrato nella ricostruzione dei dettagli storici e nell’elaborare la struttura?

La ricostruzione non è stata difficile perché tutto ciò che è descritto nel romanzo apparteneva già al mio bagaglio di conoscenze. Ho scritto quello che sapevo e non ho scritto ciò che ignoro. Mentre le supposizioni pericolose o le chiare invenzioni fantastiche erano nate nella mia testa già mentre apprendevo le vicende storiche, molto prima che nascesse la sola idea del romanzo: l’ipotesi che la prematura incoronazione dello zar fosse stata creata a tavolino per smuovere il movimento decabrista con l’obbiettivo portarlo allo scoperto e abbatterlo, per esempio.
Per i dettagli, quelli più ricercati, mi è venuto incontro l’editore Dario Giansanti che è persona molto più preparata di me in special modo sulla Russia e le sue diavolerie.

In quale dei personaggi di Non è un vento amico ti identifichi maggiormente e perché?

Il conte Bogdanov. Sì, è un personaggio molto ambiguo, ma l'ho costruito sulla mia persona. Non c’è un valido motivo, in ogni mio romanzo sono presente e non è detto che sia il protagonista. A volte mi identifico in più personaggi, anche nella stessa vicenda.
Più facile rispondere che non mi identifico, sono volutamente io così come ho scelto di vedermi in quel momento.

Cosa significa, per te, avere successo come scrittore?

Te lo dirò quando e se avrò successo. Ho successo come essere umano in mezzo ai miei amici umani, e ciò è molto figo. 

Non è un vento amico è stato pubblicato nel 2015. Da allora hai scritto e/o pubblicato qualcos’altro?

Ho pubblicato altri tre romanzi.
Un altro romanzo storico, un apocrifo di Sherlock Holmes ambientato nella Russia pre-rivoluzione. Il periodo di Rasputin, per intendersi. Poi ho pubblicato un thriller psicologico, Caterina, la storia di una ragazzina al seguito di un piccolo circo che affronterà vicende terrifiche e surreali. Infine un romanzo visionario che non saprei descrivere: L’ultimo spettacolo, la storia di Harpo, un uomo davvero poco comune in un contesto distopico.
Non pubblico spesso, ma ho scritto tanto in passato. Ho molti manoscritti pronti che cedo soltanto quando si presentano delle occasioni.
Il mondo dell’editoria è difficile e molto ambiguo e non val la pena perderci l’intelletto, ché lo scrittore dovrebbe usare soltanto per inventare favole.

martedì 9 marzo 2021

Kalevalan päivä, il "giorno del Kalevala"

 


Cari lettori,

vi proponiamo un nostro articolo dedicato al poema epico finlandese Kalevala e pubblicato da ClassiCult.it in occasione della nostra diretta live per il Kalevalan päivä ("giorno del Kalevala") dello scorso 28 febbraio.

Ecco a voi il link: https://www.classicult.it/kalevalan-paiva-il-giorno-del-kalevala/

Buona lettura!

giovedì 4 dicembre 2014

Il titolo è l'ultima cosa. Un giallo metafisico... o meglio, utopistico

Nel 1935 Jorge Luís Borges introdusse la speculazione cosmologica nel poliziesco (in Finzioni, 1935). Nei decenni successivi, la letteratura e i lettori hanno decantato la lezione e oggi, le spalle coperte da sterminate biblioteche di critica letteraria, si può parlare, con la dovuta nonchalance, di “giallo metafisico”. Cliché pressoché indispensabile nel proprio repertorio qualora si frequentino circoli letterari con belle signore disposte a lasciarsi incantare da un sofisticato intellettuale, l’espressione è divenuta talmente comune – nelle recensioni amatoriali, nelle tesi di laurea, nei ritrovi radical-chic – da prestarsi all’abuso e al fraintendimento. 
Ma mentre i critici della domenica tendono ad appuntare la medaglia di METAFISICO a qualsiasi giallo recensiscano (sia poi romanzo d’indagine, poliziesco, hard-boiled o noir), quasi vergognandosi di aver ceduto alla tentazione di leggere della vile letterature di genere, secondo l’illustre argentino – e Borges è stato uno tra i più lucidi interpreti di quella che potremo chiamare una filosofia della letteratura” – la definizione “metafisico” non va al singolo romanzo, ma al genere letterario nel suo complesso. Il giallo ristabilisce l’integrità dell’ordine cosmico, sovvertito dall’irruzione dell’evento delittuoso, attraverso la metafora della risoluzione dell’omicidio e il conseguente riassestamento dello stato di giustizia.
Secondo Borges, dunque, il romanzo giallo è di per sé un romanzo metafisico:

ROMANZO GIALLO ROMANZO METAFISICO

A mio avviso, questa definizione si adatta perfettamente (pur essendone allo stesso tempo tradita, o addirittura rovesciata), all'ultimo romanzo pubblicato da Vocifuoriscena, bello fin dal titolo. E Il titolo, si sa, è l’ultima cosa.



Conosco Claudia Maschio da molti anni e ho ben presente il suo curriculum culturale, che è poi l’unico curriculum che m’interessi, quel mélange di filosofia della scienza, matematica, logica, attenzione per il linguaggio, amore per la letteratura e per l’arte del Novecento (postmoderno e surrealismo in primis), che costituisce il suo côté intellettuale e il punto focale della sua produzione letteraria (e metaletteraria). Quindi, non mi stupisco se il suo primo approccio al “giallo” non si adegui assolutamente alla definizione “debole” del genere, che potremmo stabilire con la stringa

(ROMANZO GIALLO) METAFISICO

ma sia più un 

(ROMANZO METAFISICO) GIALLO

augurandomi che l’uso delle parentesi definisca l’esatta gerarchia degli attributi “giallo” e “metasico” nella mia personale definizione del Titolo è l’ultima cosa. Se questo è un giallo borgesiano, lo è dunque in senso inverso, quasi contromano:

ROMANZO METAFISICO ROMANZO GIALLO 

La metafisica diventa dunque la letteratura gialla per eccellenza (e ogni ricerca di un criminale prelude forse a quel “giallo definitivo” dove riusciremo finalmente a mettere le manette al Colpevole della creazione dell’universo.) 
E qui arriviamo al Titolo è l’ultima cosa, già edito nel 2013, in una veste giallomondadoriana, dalle coraggiose Edizioni PerSempre e oggi ristampato dopo un ulteriore editing da Vocifuoriscena. A una prima lettura, Il titolo si svela come una provocazione filosofica. Un mondo in cui le barzellette – le comuni facezie che si raccontano per strada, a scuola, tra gli amici, sul posto di lavoro – invece di essere un esito della comune attività demopsicologica, vengono create da un’apposita macchina (l’Anecdotomatic, residuo sferragliante e fumante della rivoluzione industriale), per poi essere diffuse tra la popolazione dagli agenti di un fantomatico Ministero della Cultura Popolare, i quali controllano anche se le barzellette siano conformi alle direttive imposte dai burocrati. Già una tale premessa, che rimanda ai tentativi post-rinascimentali di creare una lingua perfetta tramite la permutazione e la combinazione di “enti universali”, dovrebbe far tremare i polsi ai filosofi del linguaggio. 
Il romanzo si svolge negli anni Settanta. L’epoca è stata scelta con oculatezza: ci troviamo appena a valle della crisi del conformismo borghese del decennio precedente (ricordate le esplosioni al rallentatore di Antonioni?) ma a monte della rivoluzione informatica e della digitalizzazione dell’informazione. Insomma, nel punto di disequilibrio tra la fine di un mondo e l’inizio del successivo: alle spalle l’auctoritas delle convenzioni libresche e la rassicurante censura di mamma Rai, di fronte il magma di brodaglie propinate dalle televisioni private e poi da internet

Ma a questo punto ci scontriamo con un anacronismo. La storia ci insegna che il Ministero della Cultura Popolare, istituito dal regime fascista nel 1937, venne sciolto verso la fine della Seconda guerra mondiale. La contraddittoria presenza di questo ingombrante istituto governativo nel 1977 – anno in cui si svolge la vicenda – getta sull’intero romanzo una sfumatura sinistra (e di sinistra). Il puzzle, apparentemente composto dalla lettura metafisica, si scompone di nuovo, mostrando imprevisti ordini di difficoltà. Un solo genere letterario non basta a contenere Il titolo è l’ultima cosa: oltre a quella di giallo metafisico proporrei l’etichetta di romanzo (anti)utopistico. Non vi vedo solo Simenon, Chesterton e Camilleri, ma anche Orwell, con la sua neolingua, Bordewijk e Zamjatin.
Ed è appunto passando per le distopie che arriviamo a Dario Giansanti, il coautore di questo romanzo, che è anch’egli una mia vecchia conoscenza. Ho avuto a che fare con lui grazie al suo progetto di studi mitologici al tempo in cui mi occupavo di saghe e letteratura scaldica. Pur essendo essenzialmente un saggista, Giansanti sa muoversi con sorprendente agilità nello slalom della letteratura come autore: basti vedere i fortunati romanzi del ciclo Agenzia Senzatempo (anch’essi scritti a quattro mani con Claudia Maschio), oppure Mr. Smith va in vacanza, una rivisitazione fantascientifica, ferocemente ironica, della filosofia “ingombrante”, incapace di relazionarsi al mondo. Data la sua attenzione per la narrativa speculativa e per la fantascienza, Giansanti ha dato un contributo certamente importante al Titolo è l’ultima cosa, e posso solo provare a indovinare quali pagine, idee e personaggi siano farina del suo sacco. 
In effetti – e può sembrar ridicolo – nessuno dei due autori ricorda di aver inventato l’Anedoctomatic, anche se entrambi ammettono di aver buttato lì delle idee. Dario Giansanti afferma di aver voluto farne una versione julesverniana dell’Ars magna di Lullo, con un occhio alle ruote combinatorie nel De umbris di Bruno. Claudia Maschio di essere andata a ripescare l’utopia mai realizzata dal Circolo di Vienna. Poi si incolpano l’un l’altro per quella che definiscono “una cavolata, benché costruita bene”. Ma al di là delle scarse concordanze, delle molte connotazioni metafisiche, utopistiche e filosofiche, questo romanzo non dimentica di essere un giallo a tutti gli effetti. 
E che giallo! 
C’è un ricatto, un omicidio, e anche uno spaccio, sebbene di… barzellette false. C’è un colpevole da consegnare alla giustizia. E c’è un detective a tutto tondo, l’iberico Pepe Escamillo Salvado, che se non un seggio meriterebbe almeno uno sgabello nel Walhalla dei grandi investigatori, accanto agli scranni dove stanno assisi Holmes, Poirot, Maigret e Montalbano. Ma la provocazione è subito dietro la porta. Certo è indispensabile consegnare il colpevole alla giustizia (fosse anche per ristabilire l’ordine cosmico, ricordate?), ma l’autentico mystery che attraversa questo libro, a mio avviso, non sta nello svelamento di un banale omicidio. 
Infine, con buona pace di Borges, avendo un po’ di dimestichezza col modus operandi dei nostri due autori, sono certo che né Claudia né Dario abbiano mai inteso collocare il romanzo in un genere letterario ben codificato, né pensato a un target di lettori specializzati. L’unico pubblico che entrambi prediligono è quello dei lettori intelligenti. Hanno fuso le loro rispettive propensioni per la saggistica e per la narrativa al semplice scopo di produrre un romanzo. Il che vuol dire – e qui ci stiamo avvicinando all’etica dello scrivere – una narrazione che, introducendo personaggi e situazioni, produce idee, simboli e significati. 


Altro non serve per una letteratura che sappia regalarti qualcosa di indimenticabile e soprattutto onesto, qualità che molti lettori dimenticano di chiedere quando comprano un libro.

Per informazioni ed eventualmente acquistare il libro al prezzo speciale di € 14.00:


Claudia Maschio • Dario Giansanti

ISBN: 9788890972669
Collana: i Ciottoli
Genere: noir, surreale, umoristico
Edizione: brossura
Pagine: 452
Prezzo: € 16,50

Prezzo Vocifuoriscena: € 14,00