lunedì 7 marzo 2016

Intervista: Luca Taglianetti

Il nome di Theodor Kittelsen (1857-1914) è ben noto agli amanti del metal scandinavo, quello estremo in particolare. I dipinti dell’artista norvegese sono stati utilizzati più volte come copertine dei vari dischi marchiati Burzum, Taake, Otyg, Satyricon e molti altri, segno inequivocabile della notorietà del pittore/poeta nel circuito metal. Incredibilmente il suo libro illustrato Svartedauden. La Morte Nera, descritto da Leif Østby come “il punto più alto della carriera artistica di Kittelsen, lavoro originale, immaginifico e unico” non è mai stato tradotto in nessuna lingua, fino a quando, in occasione dei cento anni dalla morte dell’artista norvegese, la casa editrice Vocifuoriscena ha pubblicato il volume tradotto, curato e commentato da Luca Taglianetti: un librino affascinante e cupo,  romantico quanto macabro nelle descrizioni e nelle gelide atmosfere descritte da Kittelsen. Con un tema come la Morte Nera, la peste che devastò l’Europa del XIV secolo, non poteva essere diversamente. Importanti al pari delle poesie, le illustrazioni non lasciano speranza tanto sono lo strazio e il decadimento, la morte e la sconfitta dell’uomo dinanzi a Pesta, colei che rastrella tutte le persone che trova.

Ho intervistato Luca Taglianetti per saperne di più sul libro Svartedauden. La Morte Nera, ma anche per farvi conoscere uno studioso che ha pubblicato in precedenza due libri sulle leggende e i racconti popolari della Norvegia, nonché appassionato di heavy metal e degli Otyg in particolare.




Per prima cosa direi di presentarti ai lettori di Mister Folk.

Ciao Fabrizio, sono studioso e traduttore di letteratura scandinava; dal 2012 sono membro onorario dell’Asbjørnsenselskapet per cui svolgo ricerca nell’ambito delle tradizioni popolari, leggende, racconti e ballate scandinave; ho partecipato a vari convegni di scandinavistica e seminari (Firenze 2013, Milano 201).

Partiamo dal recente Svartedauden. La Morte Nera, libricino contenente le ballate di Theodor Kittelsen sulla peste, arricchito dai disegni in bianco e nero dell’autore. Come e quando ti è venuta l’idea di tradurre quest’opera?

La prima volta che ho visto i disegni di Kittelsen per Svartedauen è stato più di dieci anni fa, quando ho acquistato Hvis lyset tar oss di Burzum, da allora mi sono sempre più appassionato a questo artista, sia per i suoi dipinti che per il suo modo di intendere la natura e l’arte, ma solo di recente, nel mio ultimo soggiorno in Norvegia, ho scoperto che a quei disegni si accompagnavano anche delle poesie; mi trovavo a casa di un amico norvegese che aveva una delle ristampe del libro e leggendole ho capito l’alta qualità delle composizioni; tornato in Italia, dopo una breve ricerca, ho scoperto che non erano mai state tradotte in nessuna lingua, così ho deciso che anche chi non aveva facile accesso al norvegese, potesse godere di questo capolavoro!

In quale misura pensi che Kittelsen abbia influenzato il mondo dell’heavy metal?

Dal punto di vista dell’imagery tantissimo, penso sia l’unico pittore i cui quadri/dipinti siano stati utilizzati da così tante band.

Quando si parla di Theodor Kittelsen si pensa immediatamente ai dipinti che sono poi diventati le copertine dei vari Burzum, Wongraven, Taake, Surturs Lohe, Empyrium e Satyricon per fare solo alcuni nomi. Qual è l’elemento di quei dipinti che secondo il tuo parere ha colpito così tanti musicisti?

In Norvegia, Kittelsen è un’istituzione, tutti, quando pensano ai troll e agli esseri soprannaturali, hanno in mente le raffigurazioni fatte da lui; la fortuna ha voluto che fosse uno tra i primi e principali illustratori delle fiabe norvegesi con cui i giovani norvegesi sono cresciuti, penso che una reminiscenza di quelle storie fantastiche sia rimasta nei musicisti e che quindi da adulti abbiano trovano naturale utilizzare quelle immagini associate ai loro dischi.


Sei a conoscenza se alcuni gruppi hanno preso in considerazione le sue poesie per alcune canzoni?

Che io sappia solo un gruppo ha utilizzato Svartedauen come concept di un proprio disco, i When.

Nel 2012 hai pubblicato Racconti e leggende popolari norvegesi per l’editore Controluce: si tratta della prima traduzione integrale delle leggende trascritte da Peter Christen Asbjørnsen. Come mai abbiamo dovuto aspettare fino al 2012 per avere un libro del genere? Poco interesse verso la materia?

Se a oggi, esclusa la mia opera, non esiste una traduzione completa delle Norske huldreeventyr og folkesagn, non è dato solo dall’effettiva complessità della traduzione di un’opera che incorpora in sé tanti dialetti diversi, tanti modi di dire ormai non più in uso e di difficile recezione dagli stessi norvegesi, ma soprattutto dal fatto che le Norske huldreeventyr og folkesagn hanno sempre vissuto all’ombra delle Norske folkeeventyr, le fiabe norvegesi, raccolte e pubblicate da Asbjørnsen e Moe negli anni 1841-1844.


Due anni dopo, invece, hai pubblicato con Aracne il volume Leggende popolari norvegesi di Andreas Faye, risalente al 1833 nella prima versione. Quali sono i temi ricorrenti di queste leggende?

L’antologia di Faye è divisa in varie parti, come era uso nelle prime raccolte di leggende popolari ottocentesche, si va dalla descrizione e alle relative leggende sugli esseri soprannaturali (giganti, troll, esseri acquatici, folletti e non-morti), alle leggende storiche su personaggi delle saghe e della storia norvegese (sant’Olav, Haraldr Bellachioma), alle leggende sulla peste e sull’origine del nome di alcuni luoghi naturali di Norvegia (leggende eziologiche).

C’è una domanda che potrebbe porsi la persona che non ha avuto modo di leggere i libri di Asbjørnsen e Faye, ovvero: cosa cambia tra i due se entrambi riportano le leggende norvegesi?

Le leggende di Asbjørnsen provengono prettamente dall’area intorno Oslo e dalla zona orientale della Norvegia (escluse alcune dal Nordland), Faye copre un più ampio spettro di indagine, inoltre le leggende di Asbjørnsen vengono sempre introdotte da una cornice in cui l’autore spiega i modi e i tempi di ricezione della materia popolare, e quindi hanno anche un valore letterario, le leggende di Faye invece non sono “abbellite” da nessuna premessa, la leggenda viene presentata così come è.

Quale pensi che sia il ruolo delle leggende popolari nel mondo odierno?

Da un punto di vista speculativo penso possano offrirci la chiave di lettura di molti comportamenti, rituali, e la Weltanschauung dell’uomo pre-rivoluzione industriale.



Musicalmente sei molto legato a Otyg e Vintersorg in particolare, da dove nasce questo amore?

Insieme a Bergtatt degli Ulver, penso che i loro album siano stati i primi a offrire una “colonna sonora” ai miei studi sul folklore scandinavo credibile in fatto di accuratezza nei confronti della materia trattata, mentre altre band incentravano i loro lavori su tematiche più ideologiche, religiose o altro, Otyg e Vintersorg parlavano degli “esseri sotterranei” scandinavi e dei loro contatti col mondo esterno.

Abbiamo collaborato per il libro Folk Metal. Dalle origini al Ragnarök: il tuo aiuto per i testi di Otyg e Windir è stato fondamentale. Di cosa trattano le liriche di questi gruppi e cosa ti colpisce in particolare degli Otyg?

Le tematiche degli Otyg riguardano in generale gli esseri soprannaturali e le leggende scandinave con uno sguardo alla natura sognante, romantica ma anche aspra del Norrland, la regione da dove proviene Hedlund; i testi dei Windir sono più personali e associati alla storia del Sognedal. Degli Otyg mi colpiscono sia i testi, come già detto, molto accurati e mai banali, sia le musiche originali e vicine al folk scandinavo.

Quali sono i tuoi ascolti sia in ambito metal che al di fuori? Vuoi segnalare qualche band poco nota in Italia che segui con interesse?

A parte i classici del black norvegese dei ’90, al momento sono molto preso da Chelsea Wolfe e dal suo ultimo album, è praticamente fisso nel mio lettore! Segnalo un gruppo di folk rock/metal norvegese, Bergtatt, con all’attivo due album, soprattutto il primo Røtter, e la discografia dei Gåte; immensi anche i finlandesi Tenhi.

Hai mai pensato di scrivere un libro “musicale”?

Nei primi anni del 2000 avevo un sito, Nordens Skalder, in cui pubblicavo le mie traduzioni di testi di gruppi norvegesi, ed era abbastanza famoso all’epoca, poi ho scoperto che molti “saccheggiavano” le mie traduzioni senza riconoscerne la mia paternità affibbiando a loro stessi il mio duro lavoro, quindi decisi di chiuderlo; se dovessi scrivere un libro sarebbe incentrato sui testi e la loro spiegazione.

Stai lavorando a qualcosa di nuovo?

Sto preparando un articolo sugli Otyg e la rappresentazione degli esseri soprannaturali che ne risulta dai loro testi, e sarà pubblicato in una miscellanea spero entro la fine dell’anno. Sto traducendo alcune fiabe e ormai sto concludendo un lavoro decennale su una ballata medievale norvegese in dialetto. A breve dovrebbe essere pubblicato un mio articolo su Ibsen sugli Annali dell’Istituto Orientale di Napoli.

Sono felice di averti ospitato sulle pagine di Mister Folk, come possono i lettori essere aggiornati sui tuoi lavori?

Possono seguirmi su academia https://asbjornsenselskapet.academia.edu/LucaTaglianetti. Per acquistare Svartedauen. La Morte Nera, il modo più veloce ed economico e farlo direttamente dalla pagina della casa editrice, QUI.


Articolo postato su Mister Folk, che si ringrazia per il cortese permesso di pubblicazione.

lunedì 8 febbraio 2016

La Biarmia di Martti Haavio: un confine immaginato

Durante l’Operazione Barbarossa, Vidkun Qvisling volle che la mai realizzata colonia norvegese della Russia del nord prendesse il nome di “Bjarmeland”, riesumando così dalla storia e dal mito quella sorta d’Iperione delle mappe settentrionali, enigmatica culla della nazione di Pohjola, potenza commerciale del Mar Bianco, prospero regno dai mille tesori che, nei secoli, è tramontato e risorto all’orizzonte della storia, scaldando il cuore dei suoi esploratori. 
L’argomento è ora all’attenzione del pubblico italiano: ad agosto 2015 la piccola casa editrice Vocifuoriscena ha pubblicato la traduzione italiana del saggio di Matti Haavio Splendore e declino del regno di Biarmia (Bjarmian vallan kukoistus ja tuho, 1965). Un saggio finlandese in traduzione italiana è, già di per sé, un evento di un certo interesse, tanto più se l’argomento è tra i più sfuggenti e proteiformi dell’antichità finnica, trattato in modo organico e approfondito, non senza qualche spericolatezza, da una figura eclettica del mondo accademico finlandese. 


Martti Henrikki Haavio nasce a Temmes (Ostrobotnia Settentrionale) nel 1899; laureato in filosofia nel 1932 presso l’Università di Helsinki, un anno prima diventa funzionario dell’Archivio di poesia popolare della Suomen Kirjallisuuden Seura, la Società di Letteratura Finlandese, istituto del quale, a partire dal 1934, è direttore. In quegli anni inizia la sua carriera di ricercatore e interprete della lirica baltofinnica: i suoi studi, permeati dall’acerbo fenomenologismo di Julius Krohn e, soprattutto, dal “ponderato diffusionismo” di Uno Harva, lo portano alla pubblicazione del primo studio, Suomalaisen muinaisrunouden maailma (Il mondo della poesia finnica, 1935), cui seguono, tra i saggi di maggior rilievo Väinämöinen. Suomalaisten runojen keskushahmo (Väinämöinen. Figura centrale dei carmi finnici”, 1950), Karjalan jumalat (“Gli dèi di Carelia, 1959) e Suomalainen mytologia (“Mitologia finnica, 1967), lavori centrati sullo sviluppo e la funzione dei miti nelle loro descrizioni liriche. Dal 1947 al 1956 detiene la cattedra di studi comparati sulla tradizione orale presso l’Università di Helsinki e, dal 1956 al 1959, è membro dell’Accademia di Finlandia. Come poeta scrive sotto lo pseudonimo di P. Mustapää, nome derivato dalla cinquecentesca Casa delle Teste Nere di Tallin, sede dell’omonima Confraternita, gilda di mercanti baltici fondata nei primi del ‘400 a Rīga, il cui patrono era San Maurizio (la testa nera è un riferimento all’iconografia duecentesca del soldato moro e alle presunte origini egiziane del Santo). Nelle prime due raccolte, Laulu ihanista silmistä (“Canto d’occhi incantevoli”, 1925) e Laulu vaakalinnusta (“Canto su un grifo”,1925), troviamo una commistione tra contemplazione cosmica, stilemi tardoromantici ed esprit européen, elementi caratteristici di Tulenkantajat, movimento letterario al quale il giovane Haavio aderisce, quantunque ufficiosamente, prendendone poi le distanze per divergenze verso Mika Waltari e altre figure da lui definite “pseudointellettuali maturati in botte” e ranskanpullansyöjät, “divoratori di pandolci francesi” ovvero gagà esterofili. Tra le opere più significative, Jäähyvaiset Arkadialle (“Addio, Arcadia”, 1945), introspezione reorientativa sulla disillusione del dopoguerra, e Ei rantaa ole, oi Tethis (“Non v’è costa, o Tethis”, 1948), sincretismo “leinoniano” tra mito classico e simbolo cristiano, motivo riproposto anche in Linnustaja (“L’uccellatore”, 1952). Nelle due raccolte Kirjokansi (“Coperchio screziato”, 1952) e Laulupuu (“L'albero dei canti”, 1952), falsarighe rispettivamente del Kalevala e della Kanteletar, Haavio tenta una ricostruzione “in provetta” degli archetipi della lirica popolare, accostando metodo filologico e ricerca del risultato poetico, posizione che potremmo definire il motivo dominante della sua opera letteraria e divulgativa. Sulla stessa linea, nell’ambito degli studi filologico-folcloristici, è sviluppata anche l’opera da poco tradotta in italiano, il cui sottotitolo, Historiaa ja runoutta (Storia e poesia), è stato deliberatamente eliminato, per volontà di editore e traduttore, al fine di sottrarre lo spessore scientifico dello studio alla scorciatoia di un’interpretazione forzatamente evemeristica delle fonti lirico-folcloristiche, espediente cui l’autore indulge piuttosto frequentemente. 



Della Biarmia (Bjarmaland, prospera terra popolata dai beormas citati dal viaggiatore norvegese Óttar di Hålogaland, come da altre fonti scandinave, tedesche, russe, finno-permiane, turciche, arabe, greche e latine), si sono occupati intellettuali finlandesi quali l’etnologo, linguista e storico Kustaa Vilkuna, l’archeologo Aarne Michaël Tallgren, il poeta e traduttore Joel Lehtonen e, nella sua fugace esperienza di scrittore, Akseli Gallén-Kallela, a titolo proprio tutti affascinati dalla romantica finnicità di questa misteriosa terra menzionata dalle antiche scritture, importante crocevia dei mercati del Settentrione e meta ambìta di scorrerie da parte dei popoli vicini per le sue inusitate ricchezze. 
Nell’introduzione, Haavio spiega come maturò l’idea di affrontare il nodo archeo-filologico della Bjarmia durante la guerra di continuazione (1941-1942) allorché, a capo della 7ma Propagandakompanie (TK-komppania), di stanza nell’Olonec al fianco di poeti e intellettuali quali Olavi Paavolainen e Yrjö Jylhä, ebbe modo di visitare villaggi vepsi e ludi e di conoscere rappresentanti di questi due ceppi baltofinnici. Dalle esperienze di guerra nacquero due pubblicazioni, il diario Me marssimme Aunuksen teitä (“Marciamo sulle vie dell’Olonec, 1969) e, a quattro mani con Paavolainen, Taistelu Aunuksta (“Battaglia per l’Aunus), testo posto all’indice nel dopoguerra e recentemente riproposto da SKS. Ricordiamo che, nella sua forma più condivisa, la cartografia dell’irredentismo finlandese (Suur-Suomi-aate) poneva il “confine naturale” più orientale della Grande Finlandia nell’Olonec e nella Vepsia, come già descritto nell’ultima strofa di Suomen valta (“Dominio finlandese”, 1860) di August Ahlqvist o nella prima versione della Jääkärimarssi (“Marcia dello Jäger”) di Heikki Nurmio, musicata da Jean Sibelius (Op. 91, 1917). 
Negli anni della guerra la macchina propagandistica formalizza l’utopia pan-finnica nell’apologia Finnlands Lebensraum, redatta dal geografo Väinö Auer, dallo storico Eino Jutikkala e dal già menzionato Kustaa Vilkuna, nonché nel saggio Idän kysymys dello storico Jalmari Jaakkola: di questi ricercatori due, Vilkuna e Jaakkola, sono stati emeriti indagatori della Biarmia storica. Ricordiamo di passaggio che, politicamente, Haavio fu una figura piuttosto obliqua: se da un lato il rifiuto di un eccessivo cosmopolitismo lo portò ad allontanarsi dal gruppo Tulenkantajat (nel 1925, durante la festa annuale della Società Accademica di Carelia, tenne un discorso sul danno del bilinguismo all’identità finlandese), dall’altro nel 1932, come Urho Kekkonen, Vilkuna e altre personalità vicine al Maalaisliitto, dette le proprie dimissioni dalla Akateeminen Karjala-Seura poiché il consiglio direttivo non fece atto formale di condanna verso il fallito colpo di stato dei nazionalisti, conosciuto come Ribellione di Mäntsälä. L’attività scientifica di Haavio, dagli studi sulle religioni dei popoli finni-careliani alla “caccia al tesoro” della Biarmia è, in vario modo, sempre solidale agli orientamenti individuali dell’autore. Dimostrare che vepsi e voti fossero i discendenti dei Biarmi significava spostare l’asse dell’indagine dall’ipotesi finno-permiana (già sostenuta da Olaus Rudbeck e sviluppata nel primo ‘800 fino a Jaakkola) a quella baltofinnica, il cui perno è l’incrocio tra le fonti cronachistiche russe sulla Biarmia e l’etnonimo “Čudi” (voce peraltro presente nel lessico mitico-folcloristico di Komi e Udmurti): con l’assimilazione dei vepsi ai così detti “Čudi d’oltre corso” (Čud' zavoločskaja), ovvero i finni alla foce o al basso corso della Dvina Settentrionale, la “Biarmia storica” della Carta di Olaus Magnus poteva essere agevolmente sovrapposta al mythomoteur della Grande Finlandia, mercé un robusto apparato filologico in grado di collocare, non senza qualche forzatura, le tessere materiali delle fonti, frammentarie e spesso tra loro contraddittorie, nel mosaico della narrazione storica. 
Haavio illustra l’etnogenesi ricorrendo ad un’etimologia descrittiva presumibilmente comune a fenni, kveni, biarmi e vepsi (wizzi in Adamo di Brema, wisinni in Saxo Grammatico): dietro questi etnonimi vi sarebbero parole legate al colore chiaro di capelli e carnagione. Le varianti arabe Wīsū, Īsū, etc., confermerebbero il ruolo nodale della “Biarmia vepsa” nella poderosa rete commerciale lungo le fitte vie d’acqua nei bacini del Volga e della Dvina, grazie alla quale merci, principalmente argento e pelli ma anche prodotti del Mare di Barents, circolavano tra Settentrione orientale, Grande Bulgaria, Medio Oriente e Asia Centrale, arricchendo tra i popoli il reciproco sviluppo di miti, leggende e bestiari. Come ha osservato Urpo Vento (Filologi Bjarmian rajoilla, in Virittäjä”, 1966, 70), la più autentica scoperta di Haavio consiste nell’individuazione di un tratto comune tra le fonti scandinave e il racconto degli arabi: un popolo detto biarmo, in grado di esercitare il controllo sui venti del nord e di suscitare il gelo (al-Qazwīnī e Saxo). Da una fonte come quella di Saxo Grammaticus, materiale che l’autore riteneva andasse maneggiato con estrema cautela, il folklorista ha il compito di filtrare la sostanza storica dalla scenografia verosimile del mito: nel contenuto russo-variago delle vicende del re e viaggiatore leggendario Ragnarr loðbrók vi è il riflesso delle spedizioni che gli scandinavi intrapresero oltre il Baltico verso nord-est, il risultato delle quali fu la colonizzazione della Russia sotto il nome di Rjurik. 
La trattazione delle fonti scaldiche costituisce senza dubbio la componente più criptica dell’intera questione: Haavio affida la traduzione dei testi ad Aale Tynni, seconda moglie dell’autore, anch’ella, in definitiva, una poetessa votata alla filologia. Le frequenti concessioni ad una linea in grado di suffragare le tesi del marito sono, nella versione italiana, coscienziosamente corrette nel quadro di una restituzione dell’argomento all’indagine scientifica (in appendice vi è una versione filologica della Þórsdrápa, fonte nella quale l’accavallarsi di kenningar e artifici allegorici costituisce ostacolo ad una soluzione interpretativa univoca). 
Nel giudizio sulla veridicità del materiale scaldico Haavio si pone in linea con l’esegesi di Jan De Vries e di altri scandinavisti dell’epoca: le istanze di una “lirica operativa”, declamata ad un pubblico scelto per celebrare le memorie di re ed eroi, comportava l’elaborazione del tema narrativo a partire da un fatto storico. L’autore considera affidabile anche il racconto di Snorri sui viaggi in Biarmia di Þórir hundr e Karle, nonché la menzione del dio Jómali, la cui statua era ornata dalle vagheggiate ricchezze dei Biarmi. All’accostamento tra il nome e le orbite della voce uralica *juma (juamala, juma), segue un’audace tragitto etimologico che, dalla divinità finno-lappone Iuma citata da Tornaeus, attraverso la figura agrario-apotropaica dello Jumis lettone, giunge fino allo Yama vedico ed allo Yima iranico, sottolineandone la funzione eponimo-titanica, in linea con la coeva fenomenologia delle religioni (Zaehner, Eliade), nonché il ruolo nella topografia ctonia (il lemma jumi e il coleottero noto come orologio della morte). 
Il saggio si conclude con la descrizione delle spedizioni condotte a metà Ottocento presso il Cholmogorskij rajon (oblast' di Arcangelo) alla ricerca del bosco di Holmogor, sepolcro čudo e, presumibilmente, luogo sacro dei biarmi: un piccolo caso archeologico dal quale già il Castrén sperò di trarre segni tangibili di una civiltà i cui insediamenti, prima di allora, erano presenti solo nelle carte immaginifiche del mito nordico. Lo studio di Haavio è l’ultimo tentativo, per molti aspetti il più affascinante e spettacolare, di rinfocolare lo spirito di un’antichità settentrionale a metà tra il tema iperboreo (l’Eridano come la Dvina Settentrionale, i monti Ripei e la “porta di Alessandro”) e il Nationalcharakter herderiano (il ritorno in patria di Apollo come la visita del “gigante vepso” alla corte del qan di Bulgaria, la diaspora linguistica dei finni). Sulla Biarmia non si è scritto più; parlarne ancora da un punto di vista storico-filologico suona forse un poco démodé, ma il nome ricorre nella coscienza dei finlandesi come il sogno nel Laulu Kuujärvestä (Canto di Kuujärvi”) di Yrjö Jylhä: per qualche giornalista regioni come la Repubblica dei Komi e l’oblast' di Arcangelo, importanti interlocutori commerciali della Finlandia, sono ancora “Biarmia”; altri (il giovane scrittore e giornalista Ville Ropponen, 2015) vi intitolano antologie di poeti contemporanei d’ambito finno-ugrico. L’arcadico mistero del “popolo bianco” continua ad affascinare.

articolo di

Marcello Ganassini


Per informazioni, vieni alla pagina di Splendore e scomparsa del regno di Biarmia

mercoledì 7 ottobre 2015

Non è un vento amico, recensione di M. Eugenia Capodicasa

Pubblichiamo volentieri la recensione del libro Non è un vento amico, di Vincenzo Zonno, che ci ha inviato la signora Maria Eugenia Capodicasa.





Lettura affascinante, questo Non è un vento amico. Apparentemente, un mystery storico: siamo in Russia, più precisamente sul confine prussiano, a metà dell’Ottocento, e il protagonista, un giovane ufficiale zarista, viene chiamato a ricoprire un ruolo consolare e allo stesso tempo a risolvere il mistero della crudelissima morte del suo predecessore, colpito dalla mano dell’Angelo dell’Abisso. Ciò premesso, la vicenda si muove in direzioni inconsuete. Nonostante le premesse, Non è un vento amico non è un thriller: il protagonista non è un uomo d’azione ma un intellettuale in uniforme e i tempi del romanzo sono scanditi della contemplazione, delle emozioni, dal ritmo delle stagioni e dal suono delle campane. E anche dai tempi dell’amore, qui visto come conoscenza, desiderio e istinto di protezione, e come coscienza che la persona amata sarà sempre, nell’intimità della sua anima, qualcosa di irraggiungibile e mai davvero posseduto: la cifra finale dell’amore. La “lentezza” tuttavia non nuoce affatto al romanzo, che, anzi, si lascia leggere agevolmente, complice una scrittura misurata, leggera, pur senza affettazione. Zonno non ha fretta di portarci nel cuore dell’intrigo (ingegnosissimo!), che è intrigo politico e insieme religioso, e sorprese e colpi di scena non mancheranno di certo.
Un romanzo che avvolge e sorprende, elegante, ricco di chiavi di lettura. Forse, a cercargli dei difetti, chi cerca l’azione a tutti i costi potrebbe trovarlo un po’ lento nella parte centrale, dove il piacere della descrizione sovrasta l’interazione dei personaggi: ma sospetto che anche questo faccia parte della definizione di Non è un vento amico. Un romanzo della lunghezza giusta, con tempi a volte dilatati, ma senza una parola di troppo. L’autore a tratti si ferma e, con brevi incisi, porta volutamente il lettore fuori dal romanzo, per dargli modo di prendere le distanze dalla narrazione, respirare la distanza con la realtà romanzesca, reinventando con originalità la complicità tra autore e lettore. 
A fargli torto potrei dire, con formula abusata quanto sciocca, “Non è un vento amico è un romanzo che si legge d’un fiato” (e lo è davvero!), ma mi sento di dire piuttosto: “È un romanzo da assaporare come una musica, lasciandosi tutto il tempo di farlo decantare nella propria immaginazione”.

Maria Eugenia Capodicasa

Per ulteriori informazioni, o per acquistare il libro, vieni alla pagina di Non è un vento amico.

lunedì 20 aprile 2015

Nascosto tra gli scaffali

La curiosità era troppa. Così stamattina ho preso il primo volo e, dopo essere atterrato a Bergamo, ho raggiunto in autostop Negrar.
Come in altre occasioni, ho preferito dissimularmi: arrivato alla biblioteca comunale con largo anticipo, mi sono confuso tra le colonne di libri e ho atteso. In quelle due ore, oltre a sfogliare qualche testo degno di nota, mi sono chiesto come sarebbe andato l’appuntamento sull’etica di L’uomo il suo interrogarsi e il senso del meraviglioso, che ormai era arrivato alla sua terza puntata. 
Qualcuno si chiederà come mai non abbia voluto palesare la mia presenza. Presto detto: sono stato professore di Claudia Maschio ai tempi in cui frequentava l’università e, tra noi, è rimasto un rapporto di reciproca stima intellettuale. Una stima quasi eccessiva da parte sua, devo dire, e quindi temevo che, sapendomi lì, mi avrebbe ceduto il passo, e io volevo sentire cosa aveva da dire lei, non le solite cose che posso raccontarmi benissimo anche da solo.
Poco a poco sono arrivati tutti, relatori e pubblico.
Franco Ceradini, che non ho avuto l’onore di conoscere di persona, ha introdotto l’argomento parlando di Kant e, per contrappunto, di Hume. Con grande scioltezza, si è mosso dall’uno all’altro, portando anche esempi pratici di dove andava a cozzare la filosofia del primo, rivolgendo accese simpatie al secondo.
Cerchiamo di capirci: Kant è un razionalista, Hume un empirista. Stiamo parlando di fantasmi del passato. Oggi nessuno potrebbe credere solo nella ragion pura del primo o affidarsi ciecamente al dato osservativo del secondo. Si sa che la conoscenza si muove amalgamando le due cose, non fosse altro perché la matematica è fondamentalmente razionale e la scienza se ne avvale per testare i risultati delle osservazioni empiriche. 
Certo, quando si ha a che fare con le argomentazioni morali, sembra di muoversi in quel terreno di nessuno che sono i valori, ossia elementi che non si prestano a osservazione alcuna.
O almeno Hume sosteneva questo. Non a torto: perché – e qui entriamo nel vivo dell’intervento di Claudia Maschio – effettivamente non possiamo derivare i valori dalle nostre osservazioni. Come minimo per una questione logica, giacché nelle conclusioni comparirebbe un elemento (l’obbligo morale) non presente nelle premesse.
Ma il comportamento umano è riducibile solo a ciò che possiamo osservare? O quel che dobbiamo osservare comprende anche il non direttamente osservabile, ossia intenzioni, scopi, motivazioni che stanno dietro un’azione?
Ed è vero, come sosteneva Hume, che l’agire morale si basa sui sentimenti e non sulla ragione?

Non voglio anticiparvi troppo, anche perché so che il blog di Vocifuoriscena intende pubblicare un articolo con l’intero resoconto della conferenza. 
Mi soffermo solo su ciò che più mi ha colpito. A un certo punto, Claudia Maschio ha proposto una sua personale, sebbene meditata, scala di valori.
Cos’è una scala di valori è facile da immaginare: uno pone al vertice il valore che ritiene superiore a tutti gli altri e, a scendere, quelli che seguono, in un preciso ordine.
Nascosto dietro gli scaffali, poco a poco iniziavo a comprendere dove Claudia stesse andando a parare: ovviamente, non stava proponendo dei dogmi, ma un esempio di razionalità morale basata sull’esperienza. Ossia, un’applicazione del metodo scientifico all’etica. 
«Metto al vertice il rispetto della vita, in tutte le sue forme» ha esordito, «e ben sapendo che non ci sia alcun fondamento per farlo. È l’esperienza della convivenza civile, di quel che funziona, a suggerirmelo. In qualche modo, i nostri valori diventano prioritari vuoi perché ci sono stati trasmessi come veri, vuoi perché, dopo averli messi in discussione, li abbiamo ancora una volta riconosciuti, oppure sostituiti con altri che ci sembravano più adeguati.»
Ovviamente, ho estrapolato qua e là dai suoi discorsi. Vi sto riportando il succo. E su qualche punto sto ancora meditando, ma è questo il bello delle proposte coraggiose e intelligenti: ti dànno qualcosa di gustoso in cui affondare i denti. 
Al primo posto della scala di valori c’era il rispetto della vita, al secondo l’onestà/verità, al terzo il rispetto per la libertà propria e altrui, al quarto il rispetto per la legge e, all’ultimo gradino, il bon ton (che – come ha specificato Claudia – in realtà non ha nulla a che vedere con l’etica).
Sulle prime, a tutti questa scelta è sembrata arbitraria. Poi, più il discorso andava avanti, più si capiva che – se davvero si trattava di un esempio – era un esempio coi fiocchi. 
Sempre nascosto tra gli scaffali ho ascoltato il resto dell’esposizione, complimentandomi con me stesso per l’ottimo lavoro fatto su di lei quando ancora era una ragazzina, sebbene una ragazzina con un piglio già molto particolare.
E, via via che proseguiva, vedevo sempre più trionfare, nell’applicazione di giudizi pratici, la razionalità unita all’esame dell’esperienza: non ha risparmiato Breivik, responsabile di un’inutile quanto feroce strage in Norvegia, e con lui Giardiello, pluriomicida nel tribunale di Milano, e Lubitz, solo per restare a fatti di cronaca recente. Ma soprattutto si è scagliata contro le guerre, specie se condotte in nome della pace, citando i versi di Bertolt Brecht:

La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente
egualmente.

E non sono mancati gli accenni alla letteratura, con la visione di alcuni spezzoni tratti da una rappresentazione teatrale di Delitto e castigo.
«Dostoevskij era un ottimista. Nel senso che Rodion Raskol’nikov, dopo il suo terribile crimine, si pente. Si tortura interiormente e finisce per consegnarsi nelle mani del commissario Porfirij di propria volontà. Nella realtà, purtroppo, pochi si pentono delle atrocità compiute e vivono il tormento pieno del rimorso, magari chiedendosi – come fa Raskol’nikov – cosa possa riscattarli.»
Un’umanità senza possibilità di recupero?
Secondo Claudia Maschio forse sì. Ma non per questo smetterà di andare avanti per la sua strada, seppure senza rivoluzioni. Questo mi ha confidato quando alla fine mi ha scoperto: «Motivi per essere sfiduciati ce ne sono fin troppi. Sai, Oliviero, perché tengo questi incontri di filosofia, e gratis? Perché spero che quelle poche persone che vengono ad ascoltare siano stimolate a usare le loro teste. Hume aveva ragione. Ma il suo, alla resa dei conti, si configura come un suicidio intellettuale».
«Un suicidio intellettuale?» le ho chiesto io.
«Hume aveva ridotto l’etica alle impressioni del momento, ai sentimenti, alle passioni. Ma solo la razionalità, quella tanto cara a Kant, può dare una svolta all’etica, altrimenti ci ritroviamo ad assorbire dogmi, non valori. Un dogma è qualcosa che hai ereditato dall’esterno, che hai assorbito per osmosi, da cui sei condizionato senza una tua vera scelta. Un valore è tale solo se ci pensi sopra, se lo hai rivoltato come un guanto prima di farlo tuo, trasformandolo in un imperativo categorico nelle tua vita.» 
Poi qualcuno l’ha chiamata, lei voleva presentarmi, ma io le ho fatto cenno di no: molto meglio restarmene tra gli scaffali e accomodarmi per la notte su un divanetto, visto che, tra una cosa e l’altra, avevo dimenticato di prenotare un albergo. Fretta non ne avevo, e in biblioteca c’erano un sacco di bei libri per passare il tempo.

mercoledì 1 aprile 2015

"Il bove Pio alla stazione d'autunno", romanzo giovanile di Giosuè Carducci

Con un vero e proprio scoop editoriale, la piccola casa editrice Vocifuoriscena propone la prima edizione assoluta di un romanzo giovanile di Giosuè Carducci, riscoperto dal professor Oliviero Canetti all'interno della fodera di una cartellina esattoriale abbandonata dal 1885 negli archivi della vecchia biblioteca scolastica di Castelsardo, in provincia di Sassari.
«Praticamente ritrovato in un nurago!» scherza Canetti nel corso di un'affollata conferenza stampa tenutasi nell'aula magna della facoltà di lettere, all'Università di Sassari, dove il professore ha tenuto cattedra per molti anni. «Certamente, alla luce di questa scoperta, dovremmo rivedere l'intera biografia carducciana. Capire come e perché, in una fase precoce del suo percorso letterario, il Carducci abbia abbandonato il romanzo per dedicarsi alla poesia.»
Per quanto pecchi di qualche ingenuità, infatti, Il bove Pio alla stazione d'autunno è un capitolo prezioso nella grande stagione del romanzo ottocentesco europeo. Scritto tra il 1844 e il 1850, si avvertono profonde suggestioni romantiche, che rimandano a evidenti letture del Goethe e di altri tedeschi, ma sono anche presenti elementi simbolisti e stilistici che preludono addirittura all'iconografia del primo Novecento.




«La struttura è quella del Bildungroman, sebbene il romanzo manchi di un vero e proprio centro narrativo. L'economia della trama, tuttavia, rivela un istinto sorprendente nella composizione dell'intreccio e nell'introspezione psicologica, anche vista la giovane età del Carducci, praticamente in età scolare» ride Canetti. «Ci vorranno anni affinché i nostri critici letterari possano trarne un giudizio complessivo equilibrato.»
La trama del romanzo è piuttosto lineare. Un cacciatore sta sull'uscio a rimirar un bove, indeciso se sparargli e farne bistecche, quando un poeta (nel quale si ravvisa il giovane Carducci) interviene a difendere l'animale. Nel corso della colluttazione, il bove fugge dai pascoli liberi e fecondi e s'inerpica sugli irti colli mentre il cacciatore gli va sparando a sale. Ma il poeta, ammirando il bovino indugiare, solenne come un monumento, alle fonti del Clitumno, ricorda nonna Lucia e la sua infanzia a Bolgheri, dove nessuno era vegano, nemmeno san Guido, e dove i bovi maremmani al giogo s'inchinavano contenti, con gran soddisfazione degli allevatori che non dovevano convincerli con idilli locali e stupide dichiarazioni d'amore. Il romanzo si conclude in un sentito e sofferto afflato politico: dodici bovi si suicidano in duplice filar per protestare contro i moti del '48. I placidi ruminanti vengono sepolti tra pianti antichi: sei nella terra fredda e altri sei nella terra negra.
Un romanzo da leggere in stazione, possibilmente in autunno. In esclusiva su
Vocifuoriscena.

lunedì 2 marzo 2015

L'uomo, il suo interrogarsi... e il senso del meraviglioso

A partire da venerdì 6 marzo 2015, alla Biblioteca comunale di Negrar (VR) si terrà una serie di cinque incontri di approccio alla filosofia tenuti dal professor Franco Ceradini e da Claudia Maschio. L'uomo, il suo interrogarsi... e il senso del meraviglioso.
Organizza l'Assessorato alla Cultura con la collaborazione di Vocifuoriscena.

Il calendario degli incontri è il seguente:
06 marzo. Cos'è la filosofia e perché è utile al giorno d'oggi
20 marzo. Il nostro posto nell'universo
17 aprile. Cosa è giusto e cosa è sbagliato
08 maggio. Il tema della differenza come valore
29 maggio. Alla ricerca dell'insostenibile leggerezza del romanzo


Non solo l'ingresso è libero e gratuito, ma seguirà un filosofico aperitivo finale.




Per tutti gli interessati, il primo appuntamento è venerdì 6 marzo alle 17,30, per scoprire Cos'è la filosofia e perché è utile al giorno d'oggi.


Per saperne di più —› biblioteca@comunenegrar.it

sabato 24 gennaio 2015

Librerie Online?

Librerie online? Convengono?
Per quanto riguarda Vocifuoriscena, la risposta è no! 
E ora vi spiego perché.

Le librerie online (d'ora in poi L.O.) sono assai ben organizzate, assai più di noi, piccoli editori che arrancano per arrivare alla fine del mese. Voi andate su IBS, Amazon, Sansoni et similia, cercate un libro, qualsiasi libro (compresi i nostri), e li trovate lì, belli fiammanti e disponibili. 
Questi giganti della vendita online sono collegati con l’archivio dei libri in commercio e scaricano regolarmente le schede che vi abbiamo inserito noi editori quando abbiamo richiesto un codice a barre. Infatti, quando un editore pubblica un libro, crea una nuova scheda sull'archivio nazionale e nel giro di poche ore titolo, copertina e prezzo sono già sulle piattaforme delle L.O.
Non pensate però che le L.O. abbiano, nei loro gargantueschi, pantagruelici magazzini, le copie cartacee, fisiche contingenti e materiali di tutti i libri in commercio. Ne avranno molti, certamente moltissimi. Ma non quelle di noialtri piccoli editori pezzenti e indipendenti. 



Dunque, che cosa succede quando ordinate un nostro libro su IBS, Amazon et similia?
  1. Andate sul sito della L.O., scegliete il libro che vi piace e date l'ordine di acquisto.
  2. La L.O. riceve l’ordine e ordina il libro a noi.
  3. Noi prendiamo il libro, ne facciamo un bel pacchetto, ci mettiamo sopra il nostro timbro e glielo spediamo.
  4. La libreria online riceve il nostro pacco, lo scarta, tira fuori il libro, ne fa un altro pacco, ci mette sopra il suo timbro e lo spedisce all’acquirente.
Tutto ciò senza tener conto di una trafila burocratica, tra uffici e magazzini, documenti e fatture, che nemmeno Kafka nei suoi incubi peggiori ha mai osato immaginare. Una stima dei tempi di consegna? Due settimane minimo. Poi, se avete richieste particolari, dovete seguire le loro trafile, i loro form a risposta multipla, le loro offerte standardizzate; se avete problemi, i loro telefoni hanno tempi di attesa non indifferenti (sebbene rallegrati dalle prime battute della Primavera di Vivaldi). 
Inoltre (annotazione personale, intima, ma va doverosa), la L.O. a noi ci paga, se proprio va ricca, dopo novanta giorni, peraltro tenendosi il grosso del guadagni e lasciandoci le briciole.
E ora vediamo che cosa succede se ordinate da noi.
  1. Andate sul sito di Vocifuoriscena, scegliete il libro che vi piace e cliccate il bottoncino PayPal.
  2. Nel giro di qualche ora vi scriviamo per confermare l’ordine.
  3. Poi prendiamo il libro, ne facciamo un bel pacchetto, ci mettiamo sopra il nostro timbro e il giorno dopo (o anche il giorno stesso) siamo già a far la fila all’ufficio postale per spedirlo.
Tempo stimato: una settimana. O comunque, una settimana in meno rispetto a un ordine fatto alle L.O. Senza spese di imballaggio o di spedizione. 
Poi, se avete problemi, se avete richieste precise, se avete cambiato idea, se volete parlare con un'anima amica, basta fare il numero di telefono di Vocifuoriscena, che è su tutte le pagine web del sito e trovate dall'altra parte un essere umano lì a rispondervi. 
A volte quell'essere umano sono io.
Ora mi par d'immaginare le obiezioni del solito Qualcuno: “Sì, ma la L.O. ci fa il dieci, quindici per cento di sconto! E ci regala pure un panino al prosciutto!”
Bene, forse non lo avete notato, ma anche noi vi facciamo il 15% di sconto. Vocifuoriscena propone a tutti i suoi utenti il “Prezzo VSF”, che è appunto il prezzo di copertina scontato del 15%.

Insomma, se avete deciso di comprare il libro, tanto vale comprarlo direttamente da noi!


PS. Un'ottima alternativa all'acquisto presso di noi potrebbe essere quella di rivolgervi al vostro libraio di fiducia. Segnalategli il nostro sito e invitatelo a telefonarci. Saremo noi a inviare il libro direttamente a lui, con gli stessi tempi se il libro arrivasse a casa vostra. Tanto vale difendere gli ultimi piccoli librai indipendenti prima che gli squali delle L.O. finiscano di sbafarsi tutto il mercato…