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martedì 24 ottobre 2023

L’umanità perduta di Valerio Ragazzini

 


Abbiamo qui con noi Valerio Ragazzini, autore per Tracce ǝ Ombre di La veglia dei corpi. Per rompere il ghiaccio, raccontaci qualcosa di te: quanti anni hai, dove vivi, e come mai hai deciso di scrivere?

Ho trentatré anni, sono nato e vivo attualmente a Faenza. Mi sono avvicinato alla scrittura quando mi sono avvicinato alla lettura. Ho iniziato tardi a leggere, nell’adolescenza, e ho cominciato dal teatro (Shakespeare e Ibsen in particolare) per una sorta di pigrizia. Il primo vero e proprio libro in prosa che ho letto è stato Le notti bianche di Dostoevskij e in quel momento ho iniziato anche a scrivere. Credo, come molti, di avere a lungo cercato una forma artistica per esprimere qualcosa e di averla finalmente trovata nella scrittura.
Mi sono spesso chiesto perché si scriva: credo lo si faccia per i più svariati motivi, ma per quanto mi riguarda ci sono delle cose, sensazioni, sentimenti, pulsioni, che non riuscirei a esprimere in altra maniera se non attraverso la scrittura.


Perché, per La veglia dei corpi, hai scelto la forma narrativa dei racconti?

Il racconto resta, per me, la migliore forma della prosa. Benché in Italia i racconti siano sempre un po’ sottostimati, credo costituiscano la sfida più alta per uno scrittore. Il racconto non ammette divagazioni, non ammette sbavature, deve andare dritto al punto. I racconti sono congegni dove niente è casuale, dove ogni parola ha un ruolo preciso, come in una orchestra.

Da dove nasce l’idea alla base dei racconti La veglia dei corpi?

La veglia dei corpi raccoglie sette racconti cupi e surreali, probabilmente nati in un periodo della mia vita segnato dalla perdita di persone care. Il tema dominante è sicuramente la morte, e di quanto questa sia diventata estranea, assurda, irreale nella società odierna. L’idea, o meglio la sensazione, è che la civiltà sia andata oltre l’uomo, non in senso fantascientifico, ma piuttosto come se proseguisse la sua sterile vita senza l’umanità. Che siano amministrazioni, o istituzioni, o figure di potere come ispettori o notai, nei racconti queste entità continuano un’esistenza mortuaria, priva di vita, come marionette in decomposizione.

Dai tuoi racconti traspare una certa sfiducia nel genere umano. Potresti dirci qualcosa in più al riguardo?

Io credo che oggigiorno difficilmente un’opera letteraria (o che aspiri a essere tale) possa trasmettere fiducia nel genere umano senza sembrare falsa, e l’autenticità è la conditio prima in letteratura. Credo però che i miei racconti, sebbene segnati dallo sconforto, dall’oscurità e dal dolore, nascondano dei bagliori laddove emerge l’umanità (o quel che ne resta). Laddove si manifesta ancora l’umanità di un personaggio, sia in un eccesso di rabbia, sia nella vergogna, sia nella volontà di salvare qualcuno, ecco, in questi casi si intravedono dei bagliori nella fitta oscurità. E se la salvezza non sarà alla fine raggiunta, poco importa; in una situazione già disperata, è il tentare che salva.

Qual è, se c’è, il libro migliore che hai letto, quello che ti ha cambiato la vita?

Il libro che più mi ha segnato è Delitto e castigo di Dostoevskij, anche se tutti i libri che in qualche modo amiamo ci cambiano un pochino. Tutta quella letteratura surreale e fantastica, autori come Buzzati, Landolfi e molti altri, mi hanno permesso di “sentirmi a casa”.

Cosa vuol dire, secondo te, avere successo come scrittore?

Nella storia della letteratura ci sono stati scrittori che in vita hanno venduto migliaia e migliaia di copie e goduto di una certa fama, ma che oggi sono del tutto dimenticati. Viceversa, ci sono stati scrittori che in vita non hanno avuto alcun successo (come Campana o Morselli) per poi raggiungere il giusto riconoscimento dopo morti. Al di là della retorica e di quanto sia ingiusto e sbagliato questo sistema, credo si debba serenamente accettare che il successo di un autore si determini in base alla traccia che lascerà nella letteratura. Il successo vero è per lo più postumo.


venerdì 15 ottobre 2021

Vincenzo Zonno: gli alberi vivono più di noi


Vincenzo Zonno è un uomo dagli interessi più disparati: ha un passato come cantante e musicista, nonché di ballerino e coreografo di danza classica e contemporanea, passioni a cui è poi subentrata quella ancor viva per la scultura del legno e la liuteria.
È anche molto interessato alla fisica – forse il campo che lo appassiona maggiormente – ma il suo percorso ha virato decisamente verso il mondo dell’espressione artistica, lasciando l’indagine sulle leggi che governano l’universo in una sorta di limbo.

Scultura di Vincenzo Zonno

Vincenzo, qual è la cosa che più ti dà fastidio al mondo? 

Odio le corporazioni, di qualsiasi tipo, dalle società mafiose fino alle associazioni cattoliche. Non sopporto i gruppi, che si uniscono per vari motivi, ma che poi finiscono ad avere come unico obbiettivo tutelare sé stesse e sé stessi. Se fai parte del gruppo, il gruppo ti aiuterà, ti spingerà, farà di tutto affinché tu possa passare avanti anche a chi lo merita più di te. Credo che le corporazioni siano il male assoluto e che l’uomo tenda per natura a fare gruppo a discapito del bene comune.
“L’ingresso è consentito soltanto ai soci”, “La famiglia prima di tutto”, “Dobbiamo farlo vincere perché è dei nostri…”
Licio Gelli con i suoi fratelli, come il signor X e il suo club del libro, tutti uguali. E io non li sopporto.

E quella che apprezzi di più?

La natura, in particolare gli alberi. Gli alberi sono rappresentativi come nient’altro della vita. Poi vivono più di me e ciò mi affascina oltremodo.
L’uomo passa la vita a cercare di procurarsi l’immortalità, una cosa impossibile, e costruire, dalla notorietà alle cose materiali fino allo stesso accumulo di denaro, è un modo per ottenere una sorta di immortalità.
Gli alberi vivono più di noi uomini.
Non cercano l’immortalità ma vivono più di noi.
Hanno già vinto, e con indubbia classe. 

Come mai hai deciso di scrivere Non è un vento amico e per quale ragione un romanzo con ambientazione storica?

Non c’è un motivo particolare. Avevo un’idea che è divenuta un romanzo, l’ho vissuto e poi l’ho scritto. L’ambientazione storica è un colore che mi ha restituito l’energia perché la vicenda continuasse a evolversi.

La scelta della Russia di metà Ottocento sembra piuttosto curiosa, visto che sei un autore italiano. Cosa ti affascina della patria della vodka e di quel momento storico?

Ho letto molto sulle vicende della Russia, di quello come di altri periodi. Ho letto molto anche sulla Siberia, sull’Asia Centrale e tantissimo sul Tibet. Il romanzo prende una prima ispirazione dai fatti legati alle mogli dei decabristi che decidevano di seguire i propri mariti deportati in Siberia, poi si evolve attingendo alle reali e grottesche vicende accadute nello stesso periodo in quelle come in altre parti del mondo.

Il tuo romanzo si potrebbe collocare in più categorie: storico, noir, introspettivo. Tu cosa ne pensi?

Non saprei, scrivo un romanzo senza pormi il cruccio di dargli un genere. Non è da me etichettare le cose. È come quando suono o scrivo un brano musicale, per me è tutto rock oppure non lo è. Bisognerebbe capire se Non è un vento amico è rock oppure non lo è. Non so neanche questo.

Vincenzo Zonno

Che difficoltà hai incontrato nella ricostruzione dei dettagli storici e nell’elaborare la struttura?

La ricostruzione non è stata difficile perché tutto ciò che è descritto nel romanzo apparteneva già al mio bagaglio di conoscenze. Ho scritto quello che sapevo e non ho scritto ciò che ignoro. Mentre le supposizioni pericolose o le chiare invenzioni fantastiche erano nate nella mia testa già mentre apprendevo le vicende storiche, molto prima che nascesse la sola idea del romanzo: l’ipotesi che la prematura incoronazione dello zar fosse stata creata a tavolino per smuovere il movimento decabrista con l’obbiettivo portarlo allo scoperto e abbatterlo, per esempio.
Per i dettagli, quelli più ricercati, mi è venuto incontro l’editore Dario Giansanti che è persona molto più preparata di me in special modo sulla Russia e le sue diavolerie.

In quale dei personaggi di Non è un vento amico ti identifichi maggiormente e perché?

Il conte Bogdanov. Sì, è un personaggio molto ambiguo, ma l'ho costruito sulla mia persona. Non c’è un valido motivo, in ogni mio romanzo sono presente e non è detto che sia il protagonista. A volte mi identifico in più personaggi, anche nella stessa vicenda.
Più facile rispondere che non mi identifico, sono volutamente io così come ho scelto di vedermi in quel momento.

Cosa significa, per te, avere successo come scrittore?

Te lo dirò quando e se avrò successo. Ho successo come essere umano in mezzo ai miei amici umani, e ciò è molto figo. 

Non è un vento amico è stato pubblicato nel 2015. Da allora hai scritto e/o pubblicato qualcos’altro?

Ho pubblicato altri tre romanzi.
Un altro romanzo storico, un apocrifo di Sherlock Holmes ambientato nella Russia pre-rivoluzione. Il periodo di Rasputin, per intendersi. Poi ho pubblicato un thriller psicologico, Caterina, la storia di una ragazzina al seguito di un piccolo circo che affronterà vicende terrifiche e surreali. Infine un romanzo visionario che non saprei descrivere: L’ultimo spettacolo, la storia di Harpo, un uomo davvero poco comune in un contesto distopico.
Non pubblico spesso, ma ho scritto tanto in passato. Ho molti manoscritti pronti che cedo soltanto quando si presentano delle occasioni.
Il mondo dell’editoria è difficile e molto ambiguo e non val la pena perderci l’intelletto, ché lo scrittore dovrebbe usare soltanto per inventare favole.

venerdì 2 luglio 2021

L'eterna govinezza nella prosa di Corina Ardelean


Chi è Corina Ardelean?

La prima parola che mi spunta fuori è: una sognatrice. Poi però arrivano di corsa le altre; una mamma, una moglie e così via fino ad arrivare alla parola narratrice. Mi imbarazzo se qualcuno mi definisce scrittrice.
Chi sono? Sono una cinquantenne con lo spirito di una ventenne. Il mio nome, che ha origini dal greco Cora, vuol dire proprio fanciulla, eterna giovinezza. Questo nome mi rispecchia in pieno e lo porto con gioia.

Da quanto tempo vivi in Italia e che differenze trovi con la Romania?

Vivo in Italia da trent’anni e faccio un po’ fatica a ricordare le differenze. Però non posso dimenticare alcune tradizioni rumene, le nostre pietanze particolari oppure il modo di festeggiare matrimonio, compleanno, il Natale. Tutto è vissuto con entusiasmo, in Romania anche il più piccolo evento diventa una grande festa. 


Da dove è nata l’idea del romanzo Il profumo dei ricordi ghiacciati?

Da un bidone dell’immondizia. Detta così suona strano, però è la verità. Abitavo a Verona, era sera e sono andata a buttare qualcosa al cassonetto. Ero senza documenti o telefono e quando una macchina mi è passata vicino in velocità mi sono spaventata e ho pensato: se mi avesse investita?
E da lì l’idea. Una donna investita e caricata in macchina e portata chissà dove.
In realtà la mia curiosità è stata: cosa succederebbe in famiglia in una situazione simile? Quando qualcuno scompare, l’assenza di risposte, il non sapere che fine ha fatto una persona, credo abbia la stessa gravità di un lutto, dev’essere devastante.

Hai tu il controllo dei personaggi o loro fanno quello che vogliono?

In parte sì. Ho un’idea di base e so già dove andare a finire, ma poi nel percorso cambio sempre qualcosa. Certi personaggi sembra che si scrivano da soli, sono scorrevoli, li amo. Alcuni invece sono più difficili e in certi momenti vorrei eliminarli, ma se sono utili alla storia devo resistere. E allora torno sui miei passi e faccio fare al mio personaggio odioso quello che lui vuole.

In Il profumo dei ricordi ghiacciati compare una rumena che fa la prostituta e un rumeno ladro: come mai questa scelta?

Semplicemente volevo sfatare questo luogo comune: i rumeni ladri e le rumene prostitute. E infatti i miei personaggi sono proprio così, in apparenza. Ma poi attraverso il loro vissuto e il percorso nel romanzo ho provato a riabilitare la loro immagine e renderli diversi da ciò che ci si aspetta.

Quale dei tuoi personaggi vorresti essere e perché? 

Ho amato molto Gheorghe. Un personaggio che arriva al lettore in modo silenzioso, a piccoli passi ma poi lo investe con prepotenza con la forza del suo animo. Un uomo innamorato che sacrifica tutto nel nome del amore, ma soprattutto un uomo che, nonostante faccia proprio il ladro, ha un’onestà morale sorprendente. Lui è esattamente ciò che si dice l’apparenza inganna. Una persona colta, musicalmente talentuosa, un uomo di grande generosità. Sì. Vorrei avere la capacità di sacrificio che ha questo personaggio.

Quale commento ti fa più piacere da chi ha letto i tuoi romanzi?

Un giorno una lettrice mi ha detto questa frase: leggere un libro è un po’ come essere innamorata. Se non vedi l’ora di correre a casa per tuffarti nelle pagine di un libro, vuol dire che è amore. Mi sono proprio innamorata del tuo libro. Non riuscivo staccarmi. Ecco. Direi che è un bel commento.

Che cosa vuol dire, secondo te, avere successo come scrittore?

Spero non sembri una follia ma il giorno che vedrò il mio libro sullo scaffale di un supermercato, significherà che sono arrivata. Per assurdo il luogo meno prestigioso per vendere un libro è proprio il supermercato, ma è esattamente il luogo che ti porta davvero nella quotidianità altrui. Sì. Decisamente quel giorno, se arriverà, sarà il giorno del mio successo.

Che progetti hai per il futuro?

Ne ho tanti, però mi manca il tempo e anche un po’ di forza per credere nei miei sogni.
Ho scritto tre libri. Il profumo dei ricordi ghiacciati è il primo libro e resterà per sempre la prima creatura, quella più amata, poi ho scritto Melastalgia e per lui sogno una pubblicazione anche in rumeno, mentre il terzo, Ricomincio dal tramonto, al momento è in attesa di una casa.
Il mio sogno più grande è quello di riuscire a trovare qualcuno interessato a produrre un film tratto da Il profumo dei ricordi ghiacciati.
Quando è stato presentato a Torino al Salone del libro nel 2017, è stato definito un libro con un grande potenziale cinematografico dunque ecco, questo è il mio grande sogno e spero diventi un progetto realizzabile, prima o poi…

domenica 27 giugno 2021

Come nasce un romanzo: "Il prete nuovo" di Tina Caramanico


Non so se avete presente quando si sogna a occhi aperti. A volte capita quando si immagina come andrà l’incontro con una persona che ci piace, con cui magari si spera possa nascere qualcosa. E, nel fantasticare, si è sempre splendidi, spiritosi, con guizzi che sfiorano la genialità. Poi si va all’appuntamento, le ci si avvicina sorridenti, la si abbraccia, e lei dice «Mi hai pestato un piede».
Ecco, questa è la vita di solito. Quando va bene, s’intende, perché purtroppo è verissimo che la realtà supera l’immaginazione.

Ora, sia chiaro che non trascorro il mio tempo a farmi pare mentali su come potrebbero andare i rapporti con gli autori. Però è pur vero che da qualche parte, dentro di me, alberga il sogno che, una volta detto sì a un romanzo, poi tutto fili liscio (editing, collaborazione, intesa personale). 

Ecco, con Tina Caramanico è andata esattamente così.
Quando ho trovato nella casella di posta dei Ciottoli la sua mail, mi colpì una frase: “Vi ringrazio per il tempo e l’attenzione che potrete dedicare al mio testo”.
Non era il solito grazie detto per convenevoli, visto che prima non è che avesse scritto molto, solo l’educata proposta di leggere il suo romanzo. E così fu con curiosità che lessi Il prete nuovo

Ogni tanto mi chiedevo quanti anni potesse avere l’autrice di quel romanzo, ma non riuscivo a collocarla nel tempo. Trenta come settanta, ogni tanto mi dicevo. Perché, sì, c’erano tutti quei ricordi in controluce che facevano pensare a chi ha vissuto davvero gli anni Sessanta, ma nello stesso tempo spiazzava lo stile diretto, semplice, ma insieme curato e fresco.
E la protagonista, Bianca, poteva essere un alter ego dell’autrice così come un omaggio a sua madre o addirittura nonna. 

Più proseguivo la lettura, più mi appassionava la ricostruzione di quel piccolo mondo sconquassato dal seme del dubbio portato dal prete nuovo. E poco per volta iniziavo a conoscere l’autrice, la sua ironia, sensibilità, delicatezza e umanità. 

Il romanzo, una volta finita la lettura, mi risuonava dentro, e non trovavo pressoché nulla che non andasse, se non pochissimi passaggi da aggiustare leggermente. Insomma, Tina e Il prete nuovo mi avevano conquistato.
Raramente ammetto una cosa del genere, di solito non mi interessa l’autore, ma solo quel che ha scritto: si chiama etica professionale, e significa, in soldoni, che se Jack lo Squartatore avesse scritto Delitto e castigo (ma pare fosse ferrato solo sulla prima parte) non mi sarei fatta problemi a pubblicarlo, nonostante la sua nota carriera criminale. 

Non so se tutto quel che ho intuito di Tina leggendo il suo romanzo corrisponda al vero: non ho mai avuto modo di incontrarla personalmente, però a volte un romanzo parla anche del suo autore. Lo trovi tra le righe, riconosci i suoi dubbi, i travagli interiori, le aperture alla vita, i pensieri più meditati, forse addirittura quel che lui stesso di sé ancora non conosce. 

Claudia Maschio

Tina Caramanico e il suo "prete nuovo"


Partiamo con la domanda più difficile: chi è Tina Caramanico?

Una persona curiosa e abbastanza complicata, che non è mai tutta nello stesso posto o dalla stessa parte.

Cosa significa per te scrivere?

Scrivere è forse la cosa che so fare meglio, ma anche quella che gestisco peggio: fosse per me sarei una perfezionista, una che vive solo per la scrittura, e invece devo venire a patti con la realtà, col tempo e lo spazio limitati che la vita mi concede per una cosa come questa, a cui si fatica a trovare una funzione e a dare un valore definito. Per molti è una velleità inutile, una perdita di tempo, e in un certo senso forse è vero. Resta il fatto che raccontare (o farsi raccontare) storie è l’unico modo per dare un senso a quello che ci accade nel mondo, una di quelle due tre cose che ci rendono umani.


Ti è mai capitato di vivere la sindrome della pagina bianca?

Non mi è mai capitato di stare ore a fissare una pagina bianca senza sapere cosa scriverci. A volte le mie pagine però restano bianche, magari per mesi, perché non ho il tempo (o lo spazio mentale) per dare forma concreta ai progetti e alle idee.

Come è nata l’idea di Il prete nuovo

Come mi succede spesso, sono arrivati per primi i personaggi principali: una nonna e una nipote, curiose e insofferenti alle ipocrisie di un piccolo paese italiano nei primi anni ’60. E poi l’elemento misterioso e “magico” che innesca la storia, il prete nuovo appunto, che arriva all’improvviso e fa emergere segreti e verità scomode. Alcuni elementi dell’ambientazione derivano dai miei ricordi d’infanzia, da vecchi film, dai racconti di nonni e genitori. I personaggi arrivano chissà da dove, è sempre difficile tracciare le strade dell’immaginario.

Quale dei tuoi personaggi vorresti essere e perché?

Ne Il prete nuovo c’è qualcosa di me sia nella nipote affamata di verità, che va scoprendo i misteri della vita e della psicologia degli adulti, sia nell’ironia e a volte nel cinismo della nonna, che quei misteri e quella psicologia ormai conosce fin troppo bene. 

Che cosa vuol dire, secondo te, avere successo come scrittore?

Avere un discreto numero di lettori. E avere lettori che, dopo aver letto le tue storie o le tue poesie, se le ricordano e vedono il mondo un po’ diversamente, un po’ con i tuoi occhi.

Qual è il tuo sogno nel cassetto?

Avere il tempo e l’energia per realizzare tutti i progetti e scrivere tutte le storie che ancora mi girano per la testa. Sono tanti.


venerdì 21 maggio 2021

Come nasce un romanzo: "Il profumo dei ricordi ghiacciati" di Corina Ardelean


Non sempre le proposte di romanzi arrivano a una casa editrice per le vie “ufficiali”. Il profumo dei ricordi ghiacciati rientra in uno di questi casi. Rari, ma neppure così tanto.
Come sostiene Franco Ceradini, che si autodefinisce un cercaciottoli, il compito di un editore, o responsabile di collana, dovrebbe essere proprio quello di scoprire nuovi talenti, e poi valorizzarli.
E giuro che non si considera un idealista. Anzi, spesso recita la parte del disincantato, di quello che lascia ai giovani l’ingrato compito di sognare. 

Tutte palle: lui, e io con lui, siamo i primi a concedere al sogno la parte preponderante delle nostre vite. E vorremmo tantissimo essere sempre dei cercaciottoli, piuttosto che dover leggere pile su pile di romanzi che arrivano nella casella di posta e, solo una volta ogni cento, ci fanno trasalire, sentire un brivido percorrere la schiena, insomma la netta sensazione di aver trovato il nuovo ciottolo

Corina Ardelean non ha mandato il suo romanzo nella casella di posta dei Ciottoli. Mi era capitato di leggere alcuni stralci di questa sua opera prima su Facebook, e la freschezza e spontaneità della prosa, che riusciva a farmi vedere come dinanzi agli occhi i vari protagonisti, pur nelle loro complessità psicologiche, mi colpì e incuriosì. Vi intravedevo un mondo di sofferenze, discriminazioni ingiustificate e ingiustificabili, ma anche di gioia e volontà di rivalsa, un’irresistibile ventata di ottimismo e coraggio che incita ad andare avanti, al di là dei soprusi. E, soprattutto, un pro memoria su quale ruolo importantissimo, imprescindibile, ha il sognare nelle nostre vite.

Così contattai Corina, e subito le tirai le orecchie per non aver avuto la pazienza di proporre il suo romanzo a una casa editrice seria: auto-pubblicarsi equivale a un autogol, che ne dicano le tante presunte ditte che incitano alle edizioni autodafé. Se non altro perché, a livello critico, i dubbi sono enormi, a partire da fatto che chi si autopubblica non ha superato il vaglio editoriale. In pratica, è solo l’autore a dire che il suo romanzo ha un valore… un po’ poco, non vi sembra? 

Corina mi raccontò che aveva richiesto un editing, prima dell’auto-pubblicazione, e anche che aveva dovuto sborsare una cifra non indifferente.
Le chiesi di mandarmi il manoscritto e, senza troppo stupore, mi resi conto che il presunto editor non aveva mosso un dito: refusi, sintassi, contraddizioni, tutto era stato lasciato com’era

Corina, che è di nascita rumena, viveva da molti anni nel nostro Paese, amandolo al punto di scrivere un romanzo in italiano. Era quasi inevitabile che non potesse avere una padronanza totale di una lingua che soprattutto aveva appreso parlando, e qualcosa mi bruciò dentro nel rendermi conto di come era stata presa in giro.
Così iniziammo a lavorare al romanzo, con l’obbiettivo di sistemare gli inciampi linguistici e migliorarlo sotto tutti i profili.
Un percorso lungo, che ha richiesto anche cambiamenti sostanziali, ma Corina non si sentiva affatto una primadonna pronta a difendere a spada tratta quanto aveva scritto. Al contrario, ho scoperto una persona capace di mettersi in discussione, profonda, generosa e bella come Irina, uno dei suoi alter ego nel romanzo.
Dico uno, perché Corina la si ritrova spesso, nei protagonisti, ma talvolta anche nei comprimari, come nel caso di Gheorghe, a cui era stato rubato un futuro da pianista. E, nel sistemare le parti che lo riguardavano, avvertivo la premura quasi materna con cui Corina difendeva le sue idee, per poi accondiscendere dove intravedeva un effettivo miglioramento, oppure opporsi risolutamente laddove riteneva che stessi prendendo lucciole per lanterne. 

Ecco, è esattamente questo che funziona nella collaborazione con un autore: spennarsi senza ritegno, combattere a spada tratta, ma con in testa una sola cosa: il bene del romanzo; che è parto dell’autore, ma anche responsabilità dell’editore.
E con Corina non c’è stato bisogno di ricorrere al giudizio di re Salomone. 


mercoledì 17 febbraio 2021

Michele Branchi: la percezione dell'artista

 


A parte essere uno scrittore – per Vocifuoriscena hai pubblicato ben tre romanzi – chi è Michele Branchi?

Una persona che ama svisceratamente la vita, e ogni forma artistica, in virtù della quale l’insensatezza dell’esistenza si dota di senso e di scopo, tramite la creazione di realtà sempre nuove e rigeneranti, in se stesse uniche e compiute. La percezione dell’artista è molto più ricca, sfaccettata, e per questo anche più problematica, ma la sola in grado di lenire le disillusioni e i disincanti, di colmare il vuoto, di superare la noia, di sublimare l’angoscia e le paure, trasponendole nell’oggetto da lui creato. Detto questo, Michele Branchi mi fa compagnia da moltissimi anni con la sua personalità poliedrica e il suo istrionismo eclettico e talvolta un po’ barocco. 

Cosa vuol dire, secondo te, avere successo come scrittore?

Stabilire un ponte di comunicazione costante con i lettori, una sorta di familiarità empatica, che da una parte persuade l’autore che non scrive soltanto per se stesso e dall’altra crea nel lettore l’attesa e l’aspettativa sulla prossima opera, alla stregua di un vecchio amico a cui si è affezionati e che non si vede l’ora di rivedere e dialogare con lui sulle pagine.
Senza i lettori, i libri sarebbero tutti incompiuti. 

Come reagisci alla sindrome della pagina bianca?

Non mi è mai capitato. Io ho sempre sofferto del contrario. Una pagina bianca mi stimola a riempirla. Un fenomeno psicologico analogo all’horror vacui, l’angoscia per il vuoto, l’assenza, che si placa solo quando il vuoto diventa pieno, l’assenza presenza.


In generale, hai tu il controllo dei personaggi o loro fanno quello che vogliono?

Tendo a pianificare il lavoro, a delineare prima i personaggi, a farli agire in un certo ambiente, a sottoporli a rigorosi controlli per non indurli in contraddizione. Premesso ciò, mi accorgo alla fine che spesso qualcuno pronuncia frasi che gli avrei volentieri attribuito, compie azioni che a posteriori avrei ritenuto utili o necessarie, quasi che mi leggesse nell’inconscio. Ma la cosa più straordinaria, che si ripete ogni volta che termino un romanzo, è la meraviglia di aver creato qualcosa che prima non c’era

Quale dei tuoi personaggi vorresti essere e perché? 

Il professor Angeloni, l’Iconomante, intangibile al tempo che scorre, privo di ansia da iperattivismo, che non conosce la velocità, pur non mancando mai agli appuntamenti e agli impegni importanti, preciso, profondo, scrutatore d’anime e decifratore di enigmi pittorici. Non si preclude nessuna strada, nessuna metodologia, non scarta a priori nessuna ipotesi. È uno studioso appassionato del suo lavoro, ma non si fa coinvolgere facilmente dalle passioni. Sotto certi aspetti mi riconosco in lui, ma è tutt’altro che un mio clone.    

Qual è il libro migliore che non hai scritto?

La storia di un uomo che non si accorge di essere già morto e che vive la sua vita consueta senza ravvisarvi alcun cambiamento, finché non si mette a investigare su un omicidio, scoprendo infine di essere la vittima e l’assassino, pur non ricordando di essersi mai suicidato. Capirà che il morire è un eterno ripetere l’attesa della morte. 

Da dove nasce la tua passione per il genere noir?

Dall’amore per il mistero e dalla consapevolezza che è l’unica forma letteraria che da almeno trent’anni rispecchia il nostro tempo, nelle sue molteplici varianti e possibilità narrative e strutturali. Basti pensare che non esiste casa editrice che non abbia una collana dedicata al giallo/noir, e che mentre una volta era solo un genere confinato entro specifici territori sconsacrati dalla cosiddetta “alta letteratura”, ormai è solo una esigenza di marketing editoriale inserirlo in una categoria subito identificabile, anche se vi si possa trovare il serial usa e getta, il best seller o l’opera autoriale che trascende il genere, come lo fu Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, che purtroppo, sia detto in sordina, oggi difficilmente sarebbe pubblicato, proprio per il suo essere figlio degenere del giallo, non collocabile in un codice merceologico. 

Quanto ti rattrista il vedere il libro trasformato in oggetto di vendita, in merce?

Non mi rattrista, poiché sarebbe da ipocriti disconoscere la funzione commerciale che consente al libro di circolare il più possibile. Triste è appiattirsi e omologarsi al best seller di turno, al libro come fenomeno di costume, al titolo o alla firma intesi soltanto come griffe, e soprattutto acquistare e leggere i libri dei soliti giornalisti televisivi che si parlano e scrivono addosso. Per non parlare di quei personaggi resi popolari dai media che si fanno scrivere i libri dalle redazioni delle case editrici, sapendo che saranno venduti un tanto al chilo presso quello stesso pubblico che li segue in tv e nei social. Infine, è triste che si sia perduto il piacere della letteratura, quella vera, che richiede uno sforzo ermeneutico impensabile per il gregge che ormai si esprime con trenta vocaboli stereotipati e non sa che l’unico “Grande Fratello” è quello di George Orwell, le cui profezie si sono purtroppo realizzate, tramite modelli di sviluppo globale e condizionamenti forse peggiori degli scenari prefigurati dal grande scrittore inglese. 

Perché, essendo tu genovese, hai ambientato Focu e Faiddi e Niuru in Sicilia, peraltro cimentandoti nello scrivere in siciliano?

Conosco la Sicilia da quando mio suocero mi fece conoscere il suo bellissimo paese (Castell’Umberto) situato sui monti Nebrodi, da cui si possono ammirare panorami mozzafiato delle isole Eolie, della valle del Demone e dell’Etna. Mi sono immerso nella realtà del luogo forse meglio di un siciliano, con lo sguardo dello scienziato curioso e compiaciuto, e ho cercato di apprenderne la lingua, bellissima e dai costrutti simili al latino. Per capire un popolo bisogna calarsi nel suo idioma, che rappresenta la culla, la madre, e in cui si sedimenta tutta la sua storia. Mi auguro che il siciliano da me adottato non sia quello standardizzato delle fiction sulla mafia, ma che risponda a una istanza di funzionalità espressiva e di verità lessicale. 

Se tu non avessi fatto lo scrittore, quale sarebbe stato il piano b?

Avrei continuato a fare l’attore, come feci per alcuni anni. Ma fin da adolescente mi ero cimentato anche nella pittura, riscuotendo lusinghieri consensi, essendo figlio e marito di pittori. Predilezioni che ho riversato nei miei libri.