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venerdì 2 luglio 2021

L'eterna govinezza nella prosa di Corina Ardelean


Chi è Corina Ardelean?

La prima parola che mi spunta fuori è: una sognatrice. Poi però arrivano di corsa le altre; una mamma, una moglie e così via fino ad arrivare alla parola narratrice. Mi imbarazzo se qualcuno mi definisce scrittrice.
Chi sono? Sono una cinquantenne con lo spirito di una ventenne. Il mio nome, che ha origini dal greco Cora, vuol dire proprio fanciulla, eterna giovinezza. Questo nome mi rispecchia in pieno e lo porto con gioia.

Da quanto tempo vivi in Italia e che differenze trovi con la Romania?

Vivo in Italia da trent’anni e faccio un po’ fatica a ricordare le differenze. Però non posso dimenticare alcune tradizioni rumene, le nostre pietanze particolari oppure il modo di festeggiare matrimonio, compleanno, il Natale. Tutto è vissuto con entusiasmo, in Romania anche il più piccolo evento diventa una grande festa. 


Da dove è nata l’idea del romanzo Il profumo dei ricordi ghiacciati?

Da un bidone dell’immondizia. Detta così suona strano, però è la verità. Abitavo a Verona, era sera e sono andata a buttare qualcosa al cassonetto. Ero senza documenti o telefono e quando una macchina mi è passata vicino in velocità mi sono spaventata e ho pensato: se mi avesse investita?
E da lì l’idea. Una donna investita e caricata in macchina e portata chissà dove.
In realtà la mia curiosità è stata: cosa succederebbe in famiglia in una situazione simile? Quando qualcuno scompare, l’assenza di risposte, il non sapere che fine ha fatto una persona, credo abbia la stessa gravità di un lutto, dev’essere devastante.

Hai tu il controllo dei personaggi o loro fanno quello che vogliono?

In parte sì. Ho un’idea di base e so già dove andare a finire, ma poi nel percorso cambio sempre qualcosa. Certi personaggi sembra che si scrivano da soli, sono scorrevoli, li amo. Alcuni invece sono più difficili e in certi momenti vorrei eliminarli, ma se sono utili alla storia devo resistere. E allora torno sui miei passi e faccio fare al mio personaggio odioso quello che lui vuole.

In Il profumo dei ricordi ghiacciati compare una rumena che fa la prostituta e un rumeno ladro: come mai questa scelta?

Semplicemente volevo sfatare questo luogo comune: i rumeni ladri e le rumene prostitute. E infatti i miei personaggi sono proprio così, in apparenza. Ma poi attraverso il loro vissuto e il percorso nel romanzo ho provato a riabilitare la loro immagine e renderli diversi da ciò che ci si aspetta.

Quale dei tuoi personaggi vorresti essere e perché? 

Ho amato molto Gheorghe. Un personaggio che arriva al lettore in modo silenzioso, a piccoli passi ma poi lo investe con prepotenza con la forza del suo animo. Un uomo innamorato che sacrifica tutto nel nome del amore, ma soprattutto un uomo che, nonostante faccia proprio il ladro, ha un’onestà morale sorprendente. Lui è esattamente ciò che si dice l’apparenza inganna. Una persona colta, musicalmente talentuosa, un uomo di grande generosità. Sì. Vorrei avere la capacità di sacrificio che ha questo personaggio.

Quale commento ti fa più piacere da chi ha letto i tuoi romanzi?

Un giorno una lettrice mi ha detto questa frase: leggere un libro è un po’ come essere innamorata. Se non vedi l’ora di correre a casa per tuffarti nelle pagine di un libro, vuol dire che è amore. Mi sono proprio innamorata del tuo libro. Non riuscivo staccarmi. Ecco. Direi che è un bel commento.

Che cosa vuol dire, secondo te, avere successo come scrittore?

Spero non sembri una follia ma il giorno che vedrò il mio libro sullo scaffale di un supermercato, significherà che sono arrivata. Per assurdo il luogo meno prestigioso per vendere un libro è proprio il supermercato, ma è esattamente il luogo che ti porta davvero nella quotidianità altrui. Sì. Decisamente quel giorno, se arriverà, sarà il giorno del mio successo.

Che progetti hai per il futuro?

Ne ho tanti, però mi manca il tempo e anche un po’ di forza per credere nei miei sogni.
Ho scritto tre libri. Il profumo dei ricordi ghiacciati è il primo libro e resterà per sempre la prima creatura, quella più amata, poi ho scritto Melastalgia e per lui sogno una pubblicazione anche in rumeno, mentre il terzo, Ricomincio dal tramonto, al momento è in attesa di una casa.
Il mio sogno più grande è quello di riuscire a trovare qualcuno interessato a produrre un film tratto da Il profumo dei ricordi ghiacciati.
Quando è stato presentato a Torino al Salone del libro nel 2017, è stato definito un libro con un grande potenziale cinematografico dunque ecco, questo è il mio grande sogno e spero diventi un progetto realizzabile, prima o poi…

giovedì 25 febbraio 2021

La prosa “indomita” di Simona Friuli


Simona, cosa vuol dire, secondo te, avere successo come scrittore?

Lo scrittore di successo è lo scrittore morto, di cui si può, finalmente, dire del bene.

Come reagisci alla sindrome della pagina bianca?

Non “pagina bianca”, piuttosto condizione di mutismo, ma assoluto o, ancora, sfiducia nella Parola – che serva, che salvi, che sia guida, che possa, poi, qualcosa –, per cui è impensabile parlare. Allora si sta zitti, fino a che non viene nuovo sentire, ovvero finché non manca il canto, forse. 

In generale, hai tu il controllo dei personaggi o loro fanno quello che vogliono?

Personaggi non sempre: quello che scrivo ora, nel segreto, non ne ha – non così come si legge sempre, forse. Li desidero coerenti, per integrità, e pecco. 

Da dove nasce la raffinatezza, oserei dire musicale, della tua prosa?

È prosa che nasce nella musica – prosa come musica, prosa-musica – per essere cantata: seguo il canto, con le orecchie. 

In Indomite troviamo una varietà di personaggi femminili, eroine di fiabe assai note, ridipinte con sferzate di poetica rabbia: come hai conciliato rabbia e poesia?

Sono dello scrivere senza scopo, per solo desiderio (o vocazione), senza fine che non sfoci nella Voce, e vi pratico assieme l’arte del fromboliere – che si gioca in esattezza. Scagliare sassi, quindi, e andare a segno, e ferire. Fare guerra di voce: è un temporale – contesa generatrice. 

Quale dei tuoi personaggi vorresti essere, e perché?

Mi sento – non tutta, ma qualcosa – la mia Rossa, ma la vita scolora; forse, adesso, sono la Indomita di tutte più rovinata, la Domata. Mi manca, con ammirazione, la forza di Bambina – certo, fu aiutata dalle Fate – e questo mi auguro. O forse, mi ostino: la vita sciolta della Rossa. 

Qual è il libro migliore che non hai scritto?

Agli antipodi per lingua, ma di mie sorelle o fratelli di male: coincidenza, voce amica, consolazione. I miei-non miei: gli scritti tutti della Ortese, che mi mette le mani in cuore – anche io sempre esclusa dalla Festa –; Buongiorno, mezzanotte, di Jean Rhys, o il suo Viaggio nel buio; Il Castello, o Il Processo di Franz Kafka; le Poesie di Sylvia Plath. Tutti per comune sentire; oggi questi – anni fa, avrei parlato delle Cime Tempestose.
Avrei voluto essere, però, Giorgio Colli, invece, o Kerényi, o Diano, o Eliade
Gran peccato e spreco. 

Se tu non avessi fatto la scrittrice, quale sarebbe stato il piano B?

Mondo è inabitabile. Senza esposizione, che non sia Gioco almeno, la burattinaia; o la rosaista, o, di più, fare musica col sax. La Voce non mi ha servita bene, in altro campo.


mercoledì 17 febbraio 2021

Michele Branchi: la percezione dell'artista

 


A parte essere uno scrittore – per Vocifuoriscena hai pubblicato ben tre romanzi – chi è Michele Branchi?

Una persona che ama svisceratamente la vita, e ogni forma artistica, in virtù della quale l’insensatezza dell’esistenza si dota di senso e di scopo, tramite la creazione di realtà sempre nuove e rigeneranti, in se stesse uniche e compiute. La percezione dell’artista è molto più ricca, sfaccettata, e per questo anche più problematica, ma la sola in grado di lenire le disillusioni e i disincanti, di colmare il vuoto, di superare la noia, di sublimare l’angoscia e le paure, trasponendole nell’oggetto da lui creato. Detto questo, Michele Branchi mi fa compagnia da moltissimi anni con la sua personalità poliedrica e il suo istrionismo eclettico e talvolta un po’ barocco. 

Cosa vuol dire, secondo te, avere successo come scrittore?

Stabilire un ponte di comunicazione costante con i lettori, una sorta di familiarità empatica, che da una parte persuade l’autore che non scrive soltanto per se stesso e dall’altra crea nel lettore l’attesa e l’aspettativa sulla prossima opera, alla stregua di un vecchio amico a cui si è affezionati e che non si vede l’ora di rivedere e dialogare con lui sulle pagine.
Senza i lettori, i libri sarebbero tutti incompiuti. 

Come reagisci alla sindrome della pagina bianca?

Non mi è mai capitato. Io ho sempre sofferto del contrario. Una pagina bianca mi stimola a riempirla. Un fenomeno psicologico analogo all’horror vacui, l’angoscia per il vuoto, l’assenza, che si placa solo quando il vuoto diventa pieno, l’assenza presenza.


In generale, hai tu il controllo dei personaggi o loro fanno quello che vogliono?

Tendo a pianificare il lavoro, a delineare prima i personaggi, a farli agire in un certo ambiente, a sottoporli a rigorosi controlli per non indurli in contraddizione. Premesso ciò, mi accorgo alla fine che spesso qualcuno pronuncia frasi che gli avrei volentieri attribuito, compie azioni che a posteriori avrei ritenuto utili o necessarie, quasi che mi leggesse nell’inconscio. Ma la cosa più straordinaria, che si ripete ogni volta che termino un romanzo, è la meraviglia di aver creato qualcosa che prima non c’era

Quale dei tuoi personaggi vorresti essere e perché? 

Il professor Angeloni, l’Iconomante, intangibile al tempo che scorre, privo di ansia da iperattivismo, che non conosce la velocità, pur non mancando mai agli appuntamenti e agli impegni importanti, preciso, profondo, scrutatore d’anime e decifratore di enigmi pittorici. Non si preclude nessuna strada, nessuna metodologia, non scarta a priori nessuna ipotesi. È uno studioso appassionato del suo lavoro, ma non si fa coinvolgere facilmente dalle passioni. Sotto certi aspetti mi riconosco in lui, ma è tutt’altro che un mio clone.    

Qual è il libro migliore che non hai scritto?

La storia di un uomo che non si accorge di essere già morto e che vive la sua vita consueta senza ravvisarvi alcun cambiamento, finché non si mette a investigare su un omicidio, scoprendo infine di essere la vittima e l’assassino, pur non ricordando di essersi mai suicidato. Capirà che il morire è un eterno ripetere l’attesa della morte. 

Da dove nasce la tua passione per il genere noir?

Dall’amore per il mistero e dalla consapevolezza che è l’unica forma letteraria che da almeno trent’anni rispecchia il nostro tempo, nelle sue molteplici varianti e possibilità narrative e strutturali. Basti pensare che non esiste casa editrice che non abbia una collana dedicata al giallo/noir, e che mentre una volta era solo un genere confinato entro specifici territori sconsacrati dalla cosiddetta “alta letteratura”, ormai è solo una esigenza di marketing editoriale inserirlo in una categoria subito identificabile, anche se vi si possa trovare il serial usa e getta, il best seller o l’opera autoriale che trascende il genere, come lo fu Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, che purtroppo, sia detto in sordina, oggi difficilmente sarebbe pubblicato, proprio per il suo essere figlio degenere del giallo, non collocabile in un codice merceologico. 

Quanto ti rattrista il vedere il libro trasformato in oggetto di vendita, in merce?

Non mi rattrista, poiché sarebbe da ipocriti disconoscere la funzione commerciale che consente al libro di circolare il più possibile. Triste è appiattirsi e omologarsi al best seller di turno, al libro come fenomeno di costume, al titolo o alla firma intesi soltanto come griffe, e soprattutto acquistare e leggere i libri dei soliti giornalisti televisivi che si parlano e scrivono addosso. Per non parlare di quei personaggi resi popolari dai media che si fanno scrivere i libri dalle redazioni delle case editrici, sapendo che saranno venduti un tanto al chilo presso quello stesso pubblico che li segue in tv e nei social. Infine, è triste che si sia perduto il piacere della letteratura, quella vera, che richiede uno sforzo ermeneutico impensabile per il gregge che ormai si esprime con trenta vocaboli stereotipati e non sa che l’unico “Grande Fratello” è quello di George Orwell, le cui profezie si sono purtroppo realizzate, tramite modelli di sviluppo globale e condizionamenti forse peggiori degli scenari prefigurati dal grande scrittore inglese. 

Perché, essendo tu genovese, hai ambientato Focu e Faiddi e Niuru in Sicilia, peraltro cimentandoti nello scrivere in siciliano?

Conosco la Sicilia da quando mio suocero mi fece conoscere il suo bellissimo paese (Castell’Umberto) situato sui monti Nebrodi, da cui si possono ammirare panorami mozzafiato delle isole Eolie, della valle del Demone e dell’Etna. Mi sono immerso nella realtà del luogo forse meglio di un siciliano, con lo sguardo dello scienziato curioso e compiaciuto, e ho cercato di apprenderne la lingua, bellissima e dai costrutti simili al latino. Per capire un popolo bisogna calarsi nel suo idioma, che rappresenta la culla, la madre, e in cui si sedimenta tutta la sua storia. Mi auguro che il siciliano da me adottato non sia quello standardizzato delle fiction sulla mafia, ma che risponda a una istanza di funzionalità espressiva e di verità lessicale. 

Se tu non avessi fatto lo scrittore, quale sarebbe stato il piano b?

Avrei continuato a fare l’attore, come feci per alcuni anni. Ma fin da adolescente mi ero cimentato anche nella pittura, riscuotendo lusinghieri consensi, essendo figlio e marito di pittori. Predilezioni che ho riversato nei miei libri.