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venerdì 2 luglio 2021

L'eterna govinezza nella prosa di Corina Ardelean


Chi è Corina Ardelean?

La prima parola che mi spunta fuori è: una sognatrice. Poi però arrivano di corsa le altre; una mamma, una moglie e così via fino ad arrivare alla parola narratrice. Mi imbarazzo se qualcuno mi definisce scrittrice.
Chi sono? Sono una cinquantenne con lo spirito di una ventenne. Il mio nome, che ha origini dal greco Cora, vuol dire proprio fanciulla, eterna giovinezza. Questo nome mi rispecchia in pieno e lo porto con gioia.

Da quanto tempo vivi in Italia e che differenze trovi con la Romania?

Vivo in Italia da trent’anni e faccio un po’ fatica a ricordare le differenze. Però non posso dimenticare alcune tradizioni rumene, le nostre pietanze particolari oppure il modo di festeggiare matrimonio, compleanno, il Natale. Tutto è vissuto con entusiasmo, in Romania anche il più piccolo evento diventa una grande festa. 


Da dove è nata l’idea del romanzo Il profumo dei ricordi ghiacciati?

Da un bidone dell’immondizia. Detta così suona strano, però è la verità. Abitavo a Verona, era sera e sono andata a buttare qualcosa al cassonetto. Ero senza documenti o telefono e quando una macchina mi è passata vicino in velocità mi sono spaventata e ho pensato: se mi avesse investita?
E da lì l’idea. Una donna investita e caricata in macchina e portata chissà dove.
In realtà la mia curiosità è stata: cosa succederebbe in famiglia in una situazione simile? Quando qualcuno scompare, l’assenza di risposte, il non sapere che fine ha fatto una persona, credo abbia la stessa gravità di un lutto, dev’essere devastante.

Hai tu il controllo dei personaggi o loro fanno quello che vogliono?

In parte sì. Ho un’idea di base e so già dove andare a finire, ma poi nel percorso cambio sempre qualcosa. Certi personaggi sembra che si scrivano da soli, sono scorrevoli, li amo. Alcuni invece sono più difficili e in certi momenti vorrei eliminarli, ma se sono utili alla storia devo resistere. E allora torno sui miei passi e faccio fare al mio personaggio odioso quello che lui vuole.

In Il profumo dei ricordi ghiacciati compare una rumena che fa la prostituta e un rumeno ladro: come mai questa scelta?

Semplicemente volevo sfatare questo luogo comune: i rumeni ladri e le rumene prostitute. E infatti i miei personaggi sono proprio così, in apparenza. Ma poi attraverso il loro vissuto e il percorso nel romanzo ho provato a riabilitare la loro immagine e renderli diversi da ciò che ci si aspetta.

Quale dei tuoi personaggi vorresti essere e perché? 

Ho amato molto Gheorghe. Un personaggio che arriva al lettore in modo silenzioso, a piccoli passi ma poi lo investe con prepotenza con la forza del suo animo. Un uomo innamorato che sacrifica tutto nel nome del amore, ma soprattutto un uomo che, nonostante faccia proprio il ladro, ha un’onestà morale sorprendente. Lui è esattamente ciò che si dice l’apparenza inganna. Una persona colta, musicalmente talentuosa, un uomo di grande generosità. Sì. Vorrei avere la capacità di sacrificio che ha questo personaggio.

Quale commento ti fa più piacere da chi ha letto i tuoi romanzi?

Un giorno una lettrice mi ha detto questa frase: leggere un libro è un po’ come essere innamorata. Se non vedi l’ora di correre a casa per tuffarti nelle pagine di un libro, vuol dire che è amore. Mi sono proprio innamorata del tuo libro. Non riuscivo staccarmi. Ecco. Direi che è un bel commento.

Che cosa vuol dire, secondo te, avere successo come scrittore?

Spero non sembri una follia ma il giorno che vedrò il mio libro sullo scaffale di un supermercato, significherà che sono arrivata. Per assurdo il luogo meno prestigioso per vendere un libro è proprio il supermercato, ma è esattamente il luogo che ti porta davvero nella quotidianità altrui. Sì. Decisamente quel giorno, se arriverà, sarà il giorno del mio successo.

Che progetti hai per il futuro?

Ne ho tanti, però mi manca il tempo e anche un po’ di forza per credere nei miei sogni.
Ho scritto tre libri. Il profumo dei ricordi ghiacciati è il primo libro e resterà per sempre la prima creatura, quella più amata, poi ho scritto Melastalgia e per lui sogno una pubblicazione anche in rumeno, mentre il terzo, Ricomincio dal tramonto, al momento è in attesa di una casa.
Il mio sogno più grande è quello di riuscire a trovare qualcuno interessato a produrre un film tratto da Il profumo dei ricordi ghiacciati.
Quando è stato presentato a Torino al Salone del libro nel 2017, è stato definito un libro con un grande potenziale cinematografico dunque ecco, questo è il mio grande sogno e spero diventi un progetto realizzabile, prima o poi…

domenica 27 giugno 2021

Come nasce un romanzo: "Il prete nuovo" di Tina Caramanico


Non so se avete presente quando si sogna a occhi aperti. A volte capita quando si immagina come andrà l’incontro con una persona che ci piace, con cui magari si spera possa nascere qualcosa. E, nel fantasticare, si è sempre splendidi, spiritosi, con guizzi che sfiorano la genialità. Poi si va all’appuntamento, le ci si avvicina sorridenti, la si abbraccia, e lei dice «Mi hai pestato un piede».
Ecco, questa è la vita di solito. Quando va bene, s’intende, perché purtroppo è verissimo che la realtà supera l’immaginazione.

Ora, sia chiaro che non trascorro il mio tempo a farmi pare mentali su come potrebbero andare i rapporti con gli autori. Però è pur vero che da qualche parte, dentro di me, alberga il sogno che, una volta detto sì a un romanzo, poi tutto fili liscio (editing, collaborazione, intesa personale). 

Ecco, con Tina Caramanico è andata esattamente così.
Quando ho trovato nella casella di posta dei Ciottoli la sua mail, mi colpì una frase: “Vi ringrazio per il tempo e l’attenzione che potrete dedicare al mio testo”.
Non era il solito grazie detto per convenevoli, visto che prima non è che avesse scritto molto, solo l’educata proposta di leggere il suo romanzo. E così fu con curiosità che lessi Il prete nuovo. 

Ogni tanto mi chiedevo quanti anni potesse avere l’autrice di quel romanzo, ma non riuscivo a collocarla nel tempo. Trenta come settanta, ogni tanto mi dicevo. Perché, sì, c’erano tutti quei ricordi in controluce che facevano pensare a chi ha vissuto davvero gli anni Sessanta, ma nello stesso tempo spiazzava lo stile diretto, semplice, ma insieme curato e fresco.
E la protagonista, Bianca, poteva essere un alter ego dell’autrice così come un omaggio a sua madre o addirittura nonna. 

Più proseguivo la lettura, più mi appassionava la ricostruzione di quel piccolo mondo sconquassato dal seme del dubbio portato dal prete nuovo. E poco per volta iniziavo a conoscere l’autrice, la sua ironia, sensibilità, delicatezza e umanità. 

Il romanzo, una volta finita la lettura, mi risuonava dentro, e non trovavo pressoché nulla che non andasse, se non pochissimi passaggi da aggiustare leggermente. Insomma, Tina e Il prete nuovo mi avevano conquistato.
Raramente ammetto una cosa del genere, di solito non mi interessa l’autore, ma solo quel che ha scritto: si chiama etica professionale, e significa, in soldoni, che se Jack lo Squartatore avesse scritto Delitto e castigo (ma pare fosse ferrato solo sulla prima parte) non mi sarei fatta problemi a pubblicarlo, nonostante la sua nota carriera criminale. 

Non so se tutto quel che ho intuito di Tina leggendo il suo romanzo corrisponda al vero: non ho mai avuto modo di incontrarla personalmente, però a volte un romanzo parla anche del suo autore. Lo trovi tra le righe, riconosci i suoi dubbi, i travagli interiori, le aperture alla vita, i pensieri più meditati, forse addirittura quel che lui stesso di sé ancora non conosce. 

Claudia Maschio

Tina Caramanico e il suo "prete nuovo"


Partiamo con la domanda più difficile: chi è Tina Caramanico?

Una persona curiosa e abbastanza complicata, che non è mai tutta nello stesso posto o dalla stessa parte.

Cosa significa per te scrivere?

Scrivere è forse la cosa che so fare meglio, ma anche quella che gestisco peggio: fosse per me sarei una perfezionista, una che vive solo per la scrittura, e invece devo venire a patti con la realtà, col tempo e lo spazio limitati che la vita mi concede per una cosa come questa, a cui si fatica a trovare una funzione e a dare un valore definito. Per molti è una velleità inutile, una perdita di tempo, e in un certo senso forse è vero. Resta il fatto che raccontare (o farsi raccontare) storie è l’unico modo per dare un senso a quello che ci accade nel mondo, una di quelle due tre cose che ci rendono umani.


Ti è mai capitato di vivere la sindrome della pagina bianca?

Non mi è mai capitato di stare ore a fissare una pagina bianca senza sapere cosa scriverci. A volte le mie pagine però restano bianche, magari per mesi, perché non ho il tempo (o lo spazio mentale) per dare forma concreta ai progetti e alle idee.

Come è nata l’idea di Il prete nuovo? 

Come mi succede spesso, sono arrivati per primi i personaggi principali: una nonna e una nipote, curiose e insofferenti alle ipocrisie di un piccolo paese italiano nei primi anni ’60. E poi l’elemento misterioso e “magico” che innesca la storia, il prete nuovo appunto, che arriva all’improvviso e fa emergere segreti e verità scomode. Alcuni elementi dell’ambientazione derivano dai miei ricordi d’infanzia, da vecchi film, dai racconti di nonni e genitori. I personaggi arrivano chissà da dove, è sempre difficile tracciare le strade dell’immaginario.

Quale dei tuoi personaggi vorresti essere e perché?

Ne Il prete nuovo c’è qualcosa di me sia nella nipote affamata di verità, che va scoprendo i misteri della vita e della psicologia degli adulti, sia nell’ironia e a volte nel cinismo della nonna, che quei misteri e quella psicologia ormai conosce fin troppo bene. 

Che cosa vuol dire, secondo te, avere successo come scrittore?

Avere un discreto numero di lettori. E avere lettori che, dopo aver letto le tue storie o le tue poesie, se le ricordano e vedono il mondo un po’ diversamente, un po’ con i tuoi occhi.

Qual è il tuo sogno nel cassetto?

Avere il tempo e l’energia per realizzare tutti i progetti e scrivere tutte le storie che ancora mi girano per la testa. Sono tanti.


martedì 23 marzo 2021

"Niuru", raccontato da Michele Branchi

 Niuru - Il diavolo dei Nebrodi


Successivo a Focu e Faiddi, insieme al quale costituisce un dittico siciliano incentrato sullo stesso paese ubicato sui monti Nebrodi, da me denominato San Patrizio, Niuru registra i cambiamenti verificatisi qualche anno dopo le vicende narrate nel primo romanzo.
Se prima il potere era incarnato nei notabili locali, la cui visibilità si mostrava sotto gli occhi di tutti, ora è evanescente e frazionato nella mediocrità di uomini privi di spessore e personalità, che brigano sott’acqua per spartirsi i proventi illeciti ricavati dalla corruzione e dai bilanci contraffatti.
San Patrizio è un microcosmo che riflette le trasformazioni in atto nella nazione, a seguito del crollo della prima repubblica. Le forme rappresentative dei vecchi autoritarismi connessi a centri di potere ben delineati e riconoscibili, cristallizzati da decenni, si sono aggiornate occultandosi dietro le apparenze della legalità e della democrazia. 

In questo contesto e in una atmosfera medio bassa, di passiva acquiescenza, si sviluppa una nuova storia, con personaggi del tutto diversi rispetto alla precedente. Il nucleo propulsivo della narrazione si irraggia dal dottor Vincenzo Monastra, medico e intellettuale, agnostico, scettico e disilluso, con sopite ambizioni politiche: un giorno, in ambulatorio, riceve la confessione di Nino Mantineo, piccolo imprenditore edile, onesto e benvoluto, che mentre si trovava nel suo orto, presso l’antico centro medioevale del paese, ha udito una voce proveniente dal silenzio della terra, che gli intimava: «Se non vuoi morire, uccidi!».

Nino Mantineo sparisce misteriosamente, ricompare e compie un massacro, sotto gli occhi di un testimone. Quindi, si volatilizza. I carabinieri lo ricercano inutilmente. Il dottor Monastra, un uomo troppo intelligente e troppo solo, comincia a investigare per suo conto, turbato da quell’imperativo categorico che ha fatto impazzire Mantineo, e che diverrà il leit motiv della vicenda. 

Quale depositario delle ultime confidenze dell’assassino, il medico attira presto i sospetti degli inquirenti. A dargli una mano spunterà, in circostanze altrettanto misteriose, un ex colonnello dei marines di origine siciliana, il criminologo Joe Lipari. Insieme si addentreranno in un labirinto di specchi dove la verità è plasmabile come la creta. Una trafila di personaggi, ognuno col suo carico di segreti e di paure, danzerà attorno a questa verità, che minaccia di trasformarsi in qualcosa di abnorme per le dimensioni di San Patrizio. Gli omicidi si moltiplicano, consumati tutti dallo stesso fucile da caccia di proprietà di Nino Mantineo, che si trasforma in una sorta di fantasma vendicatore. 

Il paese è stretto d’assedio da un servizio d’ordine tanto soffocante e repressivo, quanto impotente a fermare la mano dell’omicida. Dall’inconscio collettivo della popolazione comincia a emergere la figura leggendaria di Niuru, feroce e sanguinario brigante medioevale, simbolo di rivolta contro ogni forma di potere. Il misterioso assassino viene identificato dagli abitanti come una reincarnazione di Niuru, subendone il fascino ambiguo e il dominio sulle coscienze. Il paese è preda di pulsioni violente e irrazionali dirette contro le autorità. Pulsioni che non risparmiano nessuno e ingabbiano le indagini in una rete senza via d’uscita.

L’epilogo sarà sorprendente e nello stesso tempo prevedibile, ma il finale ghigliottinerà le convenzioni rovesciando il senso morale e filosofico della vita.
Il respiro e il ritmo narrativo sono più stringenti, l’analisi psicologica più introspettiva, le riflessioni e le speculazioni filosofiche più articolate, rispetto a Focu e Faiddi. La passionalità e la sessualità, sfrenate e brucianti del primo romanzo, sono smorzate e attutite dalla nebbia, vera e metaforica, che imbavaglia le pulsioni e gli slanci, schiacciando i destini sotto la coltre secolare dell’ineluttabilità.
Là c’era la scoperta della Sicilia da parte di un barbaro, qui è una nozione acquisita.
Là agiva in sottotraccia la tragedia greca nel suo versante dionisiaco. Qui prevale la razionalità e la dialettica socratica. Due anime della cultura siciliana, a cui aggiungerei la crisi dell’identità di stampo pirandelliano, che sfocia addirittura nella critica ai fondamenti dell’ego. 

Anche in Niuru ho adottato il dialetto siciliano con uno scrupolo particolare riguardo l’esattezza delle coniugazioni dei verbi e la scelta dei vocaboli in funzione dell’efficacia descrittiva e psicologica di luoghi e personaggi. La figura del brigante Niuru è immaginaria, ma storicamente legittima e giustificata come reazione del singolo contro i soprusi perpetrati dai baroni, che avevano diritto di vita e di morte sui contadini e i loro familiari. 

L’impianto giallo di investigazione predomina sulle tinte gotiche che caratterizzavano Focu e Faiddi, ma trascende il genere per le venature metafisiche che lo permeano e la destabilizzazione dell’assetto morale, che oltrepassa il consueto cinismo disincantato del noir, per imboccare una strada costellata dal crollo delle mitologie e delle sicurezze ontologiche, spazzate via dal vento niuru del nichilismo.

Michele Branchi


giovedì 25 febbraio 2021

La prosa “indomita” di Simona Friuli


Simona, cosa vuol dire, secondo te, avere successo come scrittore?

Lo scrittore di successo è lo scrittore morto, di cui si può, finalmente, dire del bene.

Come reagisci alla sindrome della pagina bianca?

Non “pagina bianca”, piuttosto condizione di mutismo, ma assoluto o, ancora, sfiducia nella Parola – che serva, che salvi, che sia guida, che possa, poi, qualcosa –, per cui è impensabile parlare. Allora si sta zitti, fino a che non viene nuovo sentire, ovvero finché non manca il canto, forse. 

In generale, hai tu il controllo dei personaggi o loro fanno quello che vogliono?

Personaggi non sempre: quello che scrivo ora, nel segreto, non ne ha – non così come si legge sempre, forse. Li desidero coerenti, per integrità, e pecco. 

Da dove nasce la raffinatezza, oserei dire musicale, della tua prosa?

È prosa che nasce nella musica – prosa come musica, prosa-musica – per essere cantata: seguo il canto, con le orecchie. 

In Indomite troviamo una varietà di personaggi femminili, eroine di fiabe assai note, ridipinte con sferzate di poetica rabbia: come hai conciliato rabbia e poesia?

Sono dello scrivere senza scopo, per solo desiderio (o vocazione), senza fine che non sfoci nella Voce, e vi pratico assieme l’arte del fromboliere – che si gioca in esattezza. Scagliare sassi, quindi, e andare a segno, e ferire. Fare guerra di voce: è un temporale – contesa generatrice. 

Quale dei tuoi personaggi vorresti essere, e perché?

Mi sento – non tutta, ma qualcosa – la mia Rossa, ma la vita scolora; forse, adesso, sono la Indomita di tutte più rovinata, la Domata. Mi manca, con ammirazione, la forza di Bambina – certo, fu aiutata dalle Fate – e questo mi auguro. O forse, mi ostino: la vita sciolta della Rossa. 

Qual è il libro migliore che non hai scritto?

Agli antipodi per lingua, ma di mie sorelle o fratelli di male: coincidenza, voce amica, consolazione. I miei-non miei: gli scritti tutti della Ortese, che mi mette le mani in cuore – anche io sempre esclusa dalla Festa –; Buongiorno, mezzanotte, di Jean Rhys, o il suo Viaggio nel buio; Il Castello, o Il Processo di Franz Kafka; le Poesie di Sylvia Plath. Tutti per comune sentire; oggi questi – anni fa, avrei parlato delle Cime Tempestose.
Avrei voluto essere, però, Giorgio Colli, invece, o Kerényi, o Diano, o Eliade…
Gran peccato e spreco. 

Se tu non avessi fatto la scrittrice, quale sarebbe stato il piano B?

Mondo è inabitabile. Senza esposizione, che non sia Gioco almeno, la burattinaia; o la rosaista, o, di più, fare musica col sax. La Voce non mi ha servita bene, in altro campo.


domenica 21 febbraio 2021

Il surrealismo è...


Chi mi conosce sa che mi vengono per la testa soprattutto idee irrealizzabili. E anche che cerco di portarle avanti lo stesso. Non tutte, sia chiaro: ce ne sono alcune che sembrano oro appena partorite, poi la mattina dopo mi chiedo “Ma quanta birra ho bevuto ieri sera?”.

“Il surrealismo è…” fa parte delle idee che il giorno dopo ho trovato ancora interessanti.

Innanzitutto perché, nella collana i Ciottoli la parte da leone la fanno proprio i romanzi di stampo surreale, che mai ho fatto mistero di amare in modo fin viscerale. In seconda battuta perché sono dell’idea che questo blog debba essere un’occasione di incontro, e non esclusivamente qualcosa di calato dall’alto dagli “addetti ai lavori”. 
Ecco, mi auguro che, dopo aver letto queste righe, venga voglia di dire “Tutto sbagliato, so io cosa il surrealismo è o quanto meno voglio esprimere cosa penso al riguardo”. E ci arrivino (a fine articolo come farlo) proposte da condividere. 

Il surrealismo appartiene a tutti

Sogniamo ogni notte, talvolta ci ricordiamo quell’onirico viavai di personaggi, emozioni, rastrellate in faccia, cadute a precipizio in crateri lunari, il modo cinico in cui abbiamo gettato nella salamoia la proffe di latino, recitandole le sole poche parole che ci sembravano appropriate e che non è stato poi così difficile mandare a memoria: “Mors tua, vita mea”.
Il surrealismo è parte dei sogni, e dai sogni attinge la sua pregnanza. In questo è diverso dal reale, ma del reale parla eccome.
Chiedete a Freud, se vi capita. 

Cosa rappresenta per me il surrealismo?

Amo il surrealismo cinematografico, anche se non me la sento di abbracciarlo tutto. Diciamo che da Buñuel e Duchamp ne è passata di acqua sotto i ponti prima di arrivare a Woody Allen e capolavori come Harry a pezzi, Midnight in Paris e Basta che funzioni.
Adoro il surrealismo pittorico: Salvador Dalì, Magritte, per citare due grandi maestri, ma che dire del surrealismo russo, sorprendente per le rappresentazioni visionarie e inchiodanti della spazzatura umana?
Adoro il surrealismo letterario: Kafka, Bulgakov, Queneau, Calvino sono stati i miei imprescindibili maestri. E so bene che in quel che scrivo c’è traccia di loro, deve esserci per forza. Solo che… non ne sono consapevole mentre lavoro a un romanzo.
Insomma, io il surrealismo non lo penso proprio.

Come scrivo, allora?

Avverto una pressione sul collo, quasi volesse distogliermi, farmi voltare, sorprendere, impaurirmi, ma non voglio darle bado. Invece, come tento di scrivere, la pressione diventa zavorra, macigno, ostacolo. Sollevo le dita dalla tastiera e le porto dietro la nuca. È un coltello affilato, lo strappo e sento scorrere il sangue lungo la schiena, un calore dolceamaro, che sa di ricordi passati, di momenti terribili o terribilmente belli, di licheni, scarpe nuove e erba cipollina.
Intingo le dita in quel sangue, lo lecco, e vedo me stessa da sotto il tavolo, ormai inutile, mentre sulla tastiera si compongono idee che non mi appartengono più e scivolano sulla pagina bianca mischiando inchiostro, sensazioni e paure che non sapevo di avere. 

Si può definire il surrealismo? 

Il bello del surrealismo è che è più difficile da acchiappare in un concetto che una trota a mani nude: per quanti sforzi si facciano, sguscia tra le mani. Forse perché il surrealismo non fotografa la realtà, ma la mostra metaforicamente, ti ci porta dentro dalla testa ai piedi, superando il filtro del linguaggio e puntando a parlare in simultanea al conscio e all’inconscio, riappacificandoli dalla spaccatura che il vivere sociale quasi sempre esige.
Semplificando ancor più, il surrealismo non descrive il mondo, lo ricrea attraverso immagini che provocano un corto circuito tra ciò che diamo che scontato e la nostra pigrizia mentale. E di colpo torniamo a veder le stelle.
Ma anche dopo tutte queste parole, la trota è sfuggita.
Buon per lei.

N.B. Per Il surrealismo è… manda le tue proposte a questo link, oppure rispondi di seguito nella discussione del blog.

venerdì 19 febbraio 2021

“Focu e Faiddi” raccontato da Michele Branchi

 


Focu e Faiddi – o della brace dei sensi

La genealogia emozionale di questo romanzo, profondamente immerso nella sicilianità umana, è radicata in una esperienza personale vissuta qualche anno addietro. In vacanza in un paese ubicato nelle valli dei monti Nebrodi, stavo assistendo alle annuali celebrazioni patronali, mescolato alla folla che gremiva la piazza in attesa che la statua del santo uscisse dalla chiesa madre sopra una portantina sorretta da una decina di infervorati volontari. Il mio atteggiamento era simile a quello dell’etnologo che intende documentarsi sugli usi e costumi di una popolazione e, in particolare, sullo spirito religioso che induce generazione dopo generazione a ripetere gli stessi rituali collettivi.
Nel momento cruciale, quando l’attesa raggiunse l’acme della tensione, discese un silenzio assoluto e universale, in cui la folla si compattò in un corpo solo per farsi offerta sacrificale al santo, totem della comunità. Io stesso, distaccato da qualsiasi genuflessione devozionale, ne fui coinvolto, partecipando a quella trepidante epifania. D’un tratto dall’interno della navata si alzò l’urlo di esortazione dei portatori nell’atto di sollevare il peso materiale e metafisico della fede ereditata dagli avi. Costituiva un incitamento e a un tempo una testimonianza unanime di sottomissione, entrambi viscerali e ancestrali.

Quando uscirono, all’unisono riecheggiarono i fiati e le percussioni della banda e i fuochi d’artificio, e per alcuni secondi si compì lo sposalizio mistico fra il santo e la sua gente, tramite una sorta di rapimento estatico, in cui anch’io mi obnubilai, svincolandomi dalla materia e dalla coscienza individuale, per fondermi nella corale sacralità del rito. 

Riflettendo sull’esperienza, effettuai ricerche antropologiche, etnografiche, storiche e lessicali, per documentarmi sulle origini e gli sviluppi di tali manifestazioni risalenti a epoche precristiane, in cui nel corso dei secoli il cattolicesimo imperante aveva innestato le proprie forme, adattando e miscelando i substrati pagani con le istanze confessionali della propria fede, in un crogiolo pulsionale ribollente di furori orgiastici e dionisiaci, veicolati e sublimati nella spiritualità e nella simbologia, ma sempre pronti a emergere dai guinzagli clericali. 

Sulla base di questi studi e di un contesto sociologico assai peculiare e tipizzato, ho creato una storia tanto romanzesca quanto verosimile, che esce dagli schemi del noir o del giallo in senso lato, proponendosi semmai come un gotico moderno, dai risvolti storico-etnologici, intriso di sessualità morbosa, religiosità carnale e di declinazioni deliranti. Le tematiche affrontate sono parecchie e ruotano attorno alle aberrazioni del potere, che strumentalizza le credenze religiose per governare secondo i propri interessi economici e soddisfare gli appetiti sessuali che sfociano in liturgie sanguinarie e antropofaghe, peraltro in segreto accettate e favorite dalla comunità succuba delle violenze e dei soprusi dei notabili del luogo.
Si tratta di mali endemici che fuoriescono dai confini geografici della Sicilia e appartengono alla specie umana e rivelano il lato oscuro presente in ognuno di noi, l’ombra junghiana con la quale dobbiamo fare i conti se vogliamo affrancarci dalle fobie e dai pregiudizi morali ed etnici.

Nel romanzo non esistono personaggi integralmente positivi, solo uomini e donne che si scontrano con la coscienza per comprendere le ragioni del loro ruolo nel mondo e nella società e operare scelte di conseguenza, illudendosi di agire liberi dai vincoli delle passioni e dai condizionamenti sociali e psicologici. 

Alfredo, il protagonista, un giovane genovese, abulico e sottomesso alla moglie ricca per opportunismo, che vegeta nei sentimenti e non si interroga mai sui valori etici ed esistenziali, si trascina in una vacanza in Sicilia, nella villa dei suoceri, che lo detestano, attorniato da un mondo e da una fauna umana estranea alla sua mente abitata da stereotipi e schematismi semplicistici. Il suocero, uomo di potere, gli presenta i suoi amici più intimi: Befumo, un ricco imprenditore edile; il professor Mastrangelo, da trent’anni sindaco monocratico del paese; e l’avvocato Galati, il più giovane dei quattro, ambizioso e arrivista. Tutti e quattro portano lo stesso anello di onice nero.
Il particolare incuriosisce Alfredo, che comincia a domandarsi e a domandare se e che cosa mai rappresentino e quale segreto nascondano sotto l’apparenza di un banale ornamento. 

Di fronte alle reticenze della moglie e dei familiari, Alfredo sembra rinunciare ai suoi propositi investigativi, ma l’incontro con Francesca Rubino, giovane madre e vedova del medico condotto, scomparso in circostanze sospette, gli sarà fatale. La bellezza, la sensualità, i misteri che la donna incarna e palesa, la sua personalità solare e insieme tenebrosa, le suggestioni arcane che sa evocare, le metamorfosi straordinarie di cui è capace, seducono Alfredo, lo calamitano e imprigionano in una dimensione dove regna l’irrazionale, il pensiero e il ritualismo magico, la potenza esoterica dell’inconscio. Un legame sotterraneo li unisce. Non è né amore né desiderio, benché siano due fattori che adombrino i loro rapporti e generino equivoci e malintesi. 

Disarmato e inerme nei confronti dello strapotere dei quattro notabili e della diffidenza ostile che lo circonda, soggiogato da Francesca, in piena crisi di identità, Alfredo starebbe per soccombere, se non intervenisse il dottor Spedalieri, un raffinato etnologo siciliano, a cui va a chiedere lumi e soccorso. La strana coppia si mette a indagare, ben sapendo di avere di fronte un nemico invincibile, poiché sostenuto dal consenso sommerso della comunità, delle forze dell’ordine e della chiesa. 

La storia dell’isola si dipana così alla luce della sovrapposizione di civiltà eterogenee, dai Greci ai Romani, dagli Arabi ai Normanni, dai Borboni ai Viceré, fino allo sbarco di Garibaldi e ai reclutamenti forzosi in nome dell’Unità d’Italia. La latitanza dello Stato ha impedito che si formasse una identità nazionale vera e consolidata, permettendo ai vari baroni, gabellotti, e notabili locali, di spadroneggiare ed essere riconosciuti dalla collettività nel ruolo indiscusso di autorità istituzionali. La forza di questi grandi o piccoli imprenditori della criminalità organizzata non potrà mai essere debellata, se non con una rivoluzione delle coscienze, che persegua e affermi la forza della verità a onta delle paure e delle omertà, e superi l’individualismo esasperato del singolo arroccato nella propria fame di possesso, nel fatalismo rinunciatario, nel credere che le cose non possano mai cambiare poiché conviene a qualcuno che non cambino. 

Alfredo e Spedalieri ci provano, percorrendo una strada lastricata di enigmi, di rebus indecifrabili, di messaggi occulti, consultando registri, schede cliniche, archivi, analizzando testi antichi e canti propiziatori come quello che dà il titolo al romanzo. Il loro sarà un sentiero funestato da fuochi e vampe, che bruceranno innocenti e la fiducia nelle migliori risorse dell’uomo. 

Il romanzo è scritto in lingua italiana, ma sono ricorso al dialetto siciliano in molti dialoghi e in un capitolo fondamentale, in cui ho mescolato il latino al siciliano per cercare di restituire presumibilmente il lessico scritto da due frati minori conventuali dotati di scarsa cultura e dimestichezza con la lingua aulica e che masticavano il latino medievale attinto dalla liturgia.
Il dialetto da me usato e che metto in bocca ai personaggi del luogo non ha pretese filologiche, ma intende trasmettere per lo più il suono e il colore espressivo di certi modismi peculiari della popolazione abitante nei comuni sparsi per le valli dei Nebrodi e lungo la costa.  

Michele Branchi

mercoledì 17 febbraio 2021

Michele Branchi: la percezione dell'artista

 


A parte essere uno scrittore – per Vocifuoriscena hai pubblicato ben tre romanzi – chi è Michele Branchi?

Una persona che ama svisceratamente la vita, e ogni forma artistica, in virtù della quale l’insensatezza dell’esistenza si dota di senso e di scopo, tramite la creazione di realtà sempre nuove e rigeneranti, in se stesse uniche e compiute. La percezione dell’artista è molto più ricca, sfaccettata, e per questo anche più problematica, ma la sola in grado di lenire le disillusioni e i disincanti, di colmare il vuoto, di superare la noia, di sublimare l’angoscia e le paure, trasponendole nell’oggetto da lui creato. Detto questo, Michele Branchi mi fa compagnia da moltissimi anni con la sua personalità poliedrica e il suo istrionismo eclettico e talvolta un po’ barocco. 

Cosa vuol dire, secondo te, avere successo come scrittore?

Stabilire un ponte di comunicazione costante con i lettori, una sorta di familiarità empatica, che da una parte persuade l’autore che non scrive soltanto per se stesso e dall’altra crea nel lettore l’attesa e l’aspettativa sulla prossima opera, alla stregua di un vecchio amico a cui si è affezionati e che non si vede l’ora di rivedere e dialogare con lui sulle pagine.
Senza i lettori, i libri sarebbero tutti incompiuti. 

Come reagisci alla sindrome della pagina bianca?

Non mi è mai capitato. Io ho sempre sofferto del contrario. Una pagina bianca mi stimola a riempirla. Un fenomeno psicologico analogo all’horror vacui, l’angoscia per il vuoto, l’assenza, che si placa solo quando il vuoto diventa pieno, l’assenza presenza.


In generale, hai tu il controllo dei personaggi o loro fanno quello che vogliono?

Tendo a pianificare il lavoro, a delineare prima i personaggi, a farli agire in un certo ambiente, a sottoporli a rigorosi controlli per non indurli in contraddizione. Premesso ciò, mi accorgo alla fine che spesso qualcuno pronuncia frasi che gli avrei volentieri attribuito, compie azioni che a posteriori avrei ritenuto utili o necessarie, quasi che mi leggesse nell’inconscio. Ma la cosa più straordinaria, che si ripete ogni volta che termino un romanzo, è la meraviglia di aver creato qualcosa che prima non c’era. 

Quale dei tuoi personaggi vorresti essere e perché? 

Il professor Angeloni, l’Iconomante, intangibile al tempo che scorre, privo di ansia da iperattivismo, che non conosce la velocità, pur non mancando mai agli appuntamenti e agli impegni importanti, preciso, profondo, scrutatore d’anime e decifratore di enigmi pittorici. Non si preclude nessuna strada, nessuna metodologia, non scarta a priori nessuna ipotesi. È uno studioso appassionato del suo lavoro, ma non si fa coinvolgere facilmente dalle passioni. Sotto certi aspetti mi riconosco in lui, ma è tutt’altro che un mio clone.    

Qual è il libro migliore che non hai scritto?

La storia di un uomo che non si accorge di essere già morto e che vive la sua vita consueta senza ravvisarvi alcun cambiamento, finché non si mette a investigare su un omicidio, scoprendo infine di essere la vittima e l’assassino, pur non ricordando di essersi mai suicidato. Capirà che il morire è un eterno ripetere l’attesa della morte. 

Da dove nasce la tua passione per il genere noir?

Dall’amore per il mistero e dalla consapevolezza che è l’unica forma letteraria che da almeno trent’anni rispecchia il nostro tempo, nelle sue molteplici varianti e possibilità narrative e strutturali. Basti pensare che non esiste casa editrice che non abbia una collana dedicata al giallo/noir, e che mentre una volta era solo un genere confinato entro specifici territori sconsacrati dalla cosiddetta “alta letteratura”, ormai è solo una esigenza di marketing editoriale inserirlo in una categoria subito identificabile, anche se vi si possa trovare il serial usa e getta, il best seller o l’opera autoriale che trascende il genere, come lo fu Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, che purtroppo, sia detto in sordina, oggi difficilmente sarebbe pubblicato, proprio per il suo essere figlio degenere del giallo, non collocabile in un codice merceologico. 

Quanto ti rattrista il vedere il libro trasformato in oggetto di vendita, in merce?

Non mi rattrista, poiché sarebbe da ipocriti disconoscere la funzione commerciale che consente al libro di circolare il più possibile. Triste è appiattirsi e omologarsi al best seller di turno, al libro come fenomeno di costume, al titolo o alla firma intesi soltanto come griffe, e soprattutto acquistare e leggere i libri dei soliti giornalisti televisivi che si parlano e scrivono addosso. Per non parlare di quei personaggi resi popolari dai media che si fanno scrivere i libri dalle redazioni delle case editrici, sapendo che saranno venduti un tanto al chilo presso quello stesso pubblico che li segue in tv e nei social. Infine, è triste che si sia perduto il piacere della letteratura, quella vera, che richiede uno sforzo ermeneutico impensabile per il gregge che ormai si esprime con trenta vocaboli stereotipati e non sa che l’unico “Grande Fratello” è quello di George Orwell, le cui profezie si sono purtroppo realizzate, tramite modelli di sviluppo globale e condizionamenti forse peggiori degli scenari prefigurati dal grande scrittore inglese. 

Perché, essendo tu genovese, hai ambientato Focu e Faiddi e Niuru in Sicilia, peraltro cimentandoti nello scrivere in siciliano?

Conosco la Sicilia da quando mio suocero mi fece conoscere il suo bellissimo paese (Castell’Umberto) situato sui monti Nebrodi, da cui si possono ammirare panorami mozzafiato delle isole Eolie, della valle del Demone e dell’Etna. Mi sono immerso nella realtà del luogo forse meglio di un siciliano, con lo sguardo dello scienziato curioso e compiaciuto, e ho cercato di apprenderne la lingua, bellissima e dai costrutti simili al latino. Per capire un popolo bisogna calarsi nel suo idioma, che rappresenta la culla, la madre, e in cui si sedimenta tutta la sua storia. Mi auguro che il siciliano da me adottato non sia quello standardizzato delle fiction sulla mafia, ma che risponda a una istanza di funzionalità espressiva e di verità lessicale. 

Se tu non avessi fatto lo scrittore, quale sarebbe stato il piano b?

Avrei continuato a fare l’attore, come feci per alcuni anni. Ma fin da adolescente mi ero cimentato anche nella pittura, riscuotendo lusinghieri consensi, essendo figlio e marito di pittori. Predilezioni che ho riversato nei miei libri. 


lunedì 8 febbraio 2021

Come nasce un romanzo: il caso Rubulotta

 


Massimo Rubulotta, sì, è musicista, poeta, pittore, lo sanno anche le arche scaligere, le pietre dell’arena e del teatro romano. Ma per me, prima di tutto, è un amico, e anche di quelli più cari, diciamolo. Lo confesso per togliere ogni dubbio sul fatto che la pubblicazione di Mai affezionarsi a una ricetta sia un bieco caso di nepotismo. Però, attenzione, al contrario. 

Qualche passo indietro

Quando ci siamo conosciuti, io avevo vent’anni, e Massimo ancora tutti i capelli. Io studiavo e scrivevo fiabe o romanzi, lui suonava e scriveva poesie, ma il trait d’union consisteva nell’essere entrambi due abilissimi cazzeggiatori.
C’era una festa? Eccoli lì, noialtri due.
Non c’era una festa? Li trovavi al bar, quei due senzapatria, spesso a parlare di sogni più grandi di loro, ma credendoci in modo fin commuovente.
Abbiamo attraversato insieme il confine tra la stupidità dell’infanzia – nel nostro caso parecchio prolungata – e quello della presunta maturità, ossia il far fronte a responsabilità questa volta davvero più grandi di noi.
Ne abbiamo passate di tutti i colori, soffrendo, piangendo, bestemmiando quasi sempre in silenzio, ma una volta insieme riecco ogni volta l’atmosfera di un tempo, quella del sogno, del non volerlo lasciar scappare come un palloncino da luna-park. 

Un libro di poesie

Si intitolava Cento di cento, una serie di haiku scritti dopo l’ictus in ospedale: alcuni non mi convincevano del tutto, la maggior parte però arrivava dritta allo stomaco e ti rimbalzava al cervello. C’era qualcosa di potente, là dentro, ma non potevo pubblicarlo, anche se era questa la proposta di Massimo. Gli risposi che Vocifuoriscena non ha una collana di poesia, forse un domani, se ci sarà qualcuno in grado di curarla come si deve. 

Poteva finire qui, giusto? 

Invece quegli haiku continuavano a presentarsi alla mia mente, nei momenti più impensati. E mi ritrovavo a immaginare una storia che li collegasse, una storia che ancora non c’era.
Così proposi a Massimo di scriverla. 

“Manco per sogno!”

Questa la sua lapidaria risposta, e per convincerlo ci impiegai non dico mesi, ma almeno una mezzora sana. Ovviamente davanti a una birra io e un calice di Valpolicella lui nell’osteria di fuori porta di via Betteloni.
“Le poesie le metto, nel romanzo”, gli promisi. “Il resto non so cosa sia, ma sono sicura che ce l’hai dentro, da qualche parte.”
Mi guardò poco convinto. “Ma mi dai una mano?” 

L’inventa Ciottoli

Di solito come funziona? Arrivano dei romanzi sulla casella di posta, li valutiamo, e via dicendo. Però penso che, potendo, avendone il tempo e l’occasione, un editore dovrebbe essere lui stesso a cercare i romanzi che vuole pubblicare. O, addirittura, come in questo caso, inventarli. Intendo dire, immaginare che un romanzo che ancora non c’è possa vedere la luce.
Alla domanda di Massimo, ossia se gli avrei dato una mano, risposi di sì, ben sapendo che il mio sarebbe stato più un supporto emotivo, empatico, che altro. Insomma, nulla rispetto a quanto sarebbe uscito dalla sua penna. 

Mai affezionarsi a una ricetta

Massimo iniziò a scrivere prosa, e gli riusciva con una naturalezza spiazzante. Un po’ a caso, narrava episodi della sua vita, senza seguire una logica precisa. Diceva “Vedi che non sono capace?”, sì, sempre alla ricerca di rassicurazioni, lui.
Raccontava dei suoi cani, della musica, sua unica grande e mai tradita amante, di quando suonava le congas attorniato da ballerine dai fisici mozzafiato, delle passeggiate tra i monti, delle figlie ancor piccole, della madre un po’ svitata, e invece a suo modo saggia, di tutto quel che riusciva a dipingere dei propri ricordi presenti e passati con le parole. 

La "trappola" della letteratura

La verità è che nessuna storia ha bisogno di una cronologia. Le cose più interessanti che ci capitano nella vita sono emozioni, commozioni, slanci imprevisti, lacrime e sorrisi. La letteratura, ci ha abituato a storie che devono per forza di cose avere un inizio e una fine, perfino una coerenza su quanto avviene durante.
Ma la vita non è coerente, e il suo inizio, come pure la sua fine, sono quasi inevitabilmente elementi confusi.
Ed è in essi, in quella familiare confusione, che ci ritroviamo.

giovedì 28 gennaio 2021

Letteratura, arte e musica: autointervista di Massimo Rubulotta



Sì, bravi voi a intervistare gli autori di Vocifuoriscena. Facciamo che vi anticipo e mi faccio da solo le domande che mi fanno paura, così evitiamo i preamboli, i (penosi) tentativi di mettermi a mio agio… che sono le cose che più mi fanno paura.
E facciamo anche come se fosse una terza persona a farmi le domande.

Nella 4ª di copertina di Mai affezionarsi a una ricetta c’è scritto che nella vita hai fatto il musicista, il doppiatore, che hai lavorato con la danza, il teatro.
Hai sempre scritto poesie e, ultimamente ti sei anche dedicato alla pittura.
In passato ti sei cimentato come facchino, orafo e parrucchiere per signora.
Mi risulta che eri un bravo insegnante di percussioni. Insegnavi a adulti e bambini. Per i bambini ti eri anche inventato un sistema di gioco/musica quando ancora nessuno ne parlava. 
Mi spieghi perché hai scritto che non sei niente di tutto questo?

Mamma mia… che domanda difficile.

Allora te la facilito un pochino: come hai deciso di cominciare a suonare?

Io non ho deciso di cominciare a suonare. È stata la musica che ha scelto me. Ho capito subito, da piccolo che non avevo la faccia, il corpo e la voce per farmi sentire e che avrei avuto bisogno di qualcosa che mi aiutasse a parlare. Ho subito pensato che i tamburi mi avrebbero dato il supporto di cui avevo bisogno. Ho cominciato a suonare la batteria. Be’, certo… batteria è una parola grossa. Avevo quattro anni e non esistevano le batterie giocattolo, allora ho cominciato a battere le pentole. Poi i fustini del detersivo e via dicendo fino a che sono riuscito a farmi noleggiare una batteria.

E hai sempre suonato quella?

Sì, troppo facile. Avrei potuto dire: “Sono un batterista” e tutti avrebbero potuto dire: “Guarda Rubu… è un batterista!”, annuendo con la testa. Cantavo bene. Volevo fare il cantante (peccato che ho sempre odiato le canzoni). Ciò, però non mi ha impedito per un periodo di comprarmi una chitarra e mettermi a fare il cantautore. Che periodo triste. Vergognoso. La curiosità è sempre stata il mio motore. La curiosità e il fatto che non ho mai sopportato di fare la stessa cosa per più di pochi giorni. 

Quindi? Come la mettevi con lo studio della musica che, a quanto ne so, è una cosa ripetitiva? 

Il segreto è stato quello di trasformare il set della batteria in qualcos’altro: un set di percussioni. Le percussioni significano mille strumenti (più altri mille… più altri mille ancora, per 77 volte 7), studiarle tutte significava avere a disposizione più di sette vite, per cui avevo l’alibi per non fare mai le stesse cose. Gli stessi esercizi di tecnica. Nel frattempo, però, sviluppando strategie personali che mi permettessero di suonare tutti quegli strumenti, approfondivo il mio stile. Cercavo l’essenza del percussionismo.

Cosa significa?

Significa che, per me… a mio gusto, il percussionista deve sviluppare un linguaggio che dia qualcosa in più alla musica. Che arricchisca. Che fornisca sapori esotici, colori. Che sia come le nuvole al tramonto (assumono forme e colori diverse ogni secondo che passa). Io volevo dipingere sulla musica. La musica era la mia tela. I miei suoni pennellate.

E da qui la pittura?

Da qui… qualsiasi cosa facessi mi sentivo fuori luogo. Dipingevo la musica. Poi, quando mi sono inventato di essere pittore… suonavo i colori.

E con le parole?

Ho sempre pensato che nessuna storia con un inizio, uno svolgimento e una fine, avesse il diritto di essere raccontata. Mi sono sempre piaciute le sensazioni, i pensieri isolati. Le descrizioni che, da sole hanno tutti i significati al loro interno. È per questo che ho sempre scritto poesie.
Suonavo (e suono) non per raccontare, ma per fornire punti di vista, aperture alle composizioni degli altri musicisti. Dipingo quadri astratti: colori e forme che si attraggono e si equilibrano con gli stessi principi della gravità e della musica. Quindi non racconto niente nemmeno con la pittura.

E allora perché il romanzo?

Forse perché volevo spiegare, innanzi tutto a me stesso, il perché di tutta la mia curiosità. Del cambiare continuamente. Del cercare.
Penso di non aver trovato risposte e neanche tutte le domande. Forse qualcuna. In fondo non si cercano le domande per avere le risposte, ma solo per focalizzare i significati delle cose.

Ricapitolando: sei o non sei un musicista, doppiatore, pittore, scrittore?

Ho sempre creduto di essere un musicista, ma non ho mai potuto immergermi nell’approfondimento di un singolo strumento, perché tutta la vita che ho sempre sentito intorno mi scoppiava dentro e volevo suonare tutti gli strumenti, tutta la musica che ascoltavo e che vedevo. Quindi mi viene da dire che sono sempre stato un amante (nel senso carnale del termine) della musica. E siccome la musica abbraccia tutto (sempre nel senso carnale), allora sono anche pittore, cuoco e poeta… ma senza mai esserlo stato.

Davvero sei cuoco? 

Ma no che non sono un cuoco! Come puoi pensare una cosa simile? Ho sempre fatto finta di essere un musicista e tutto il resto… vuoi che mi identifichi in qualcosa? Di utile?
Una volta si aveva più tempo per vivere d’amore. Amore per le cose. Amore per la vita. Ci si viveva dentro all’amore e alla vita. Ci si impastava come polpette e ci si cucinava in tutti i modi possibili immaginabili: fritti, in umido, al sugo, al forno, coi piselli, al vapore.
C’è stato un periodo che si viveva a fuoco vivo, saltellando e scoppiettando su di una piastra rovente. Si innaffiava il tutto coi migliori vini perché ogni giorno della gioventù era degno dei migliori festeggiamenti. Ma non c’erano solo polpette. Si cucinava di tutto e tutto era buono perché l’ingrediente fondamentale eravamo noi e tutto quello che ci scorreva tra le mani.
Certo, si stava attenti a quello che dovevamo mettere prima o dopo, nella padella, affinché si rispettassero gli ingredienti e la buona cottura, anche se conoscevamo, istintivamente, le ricette.

Adesso che non hai più a disposizione del tutto le mani, come fai a sentirti ancora “nella musica”? A essere il suo amante, come dicevi prima. E ora, che ti muovi con una sedia a ruote e non puoi più trasportare la montagna di carabattole (le percussioni) che utilizzavi un tempo, come fai?

Se prima non mi sentivo un musicista, non è cambiato nulla dentro di me. Non mi fa differenza utilizzare, al posto di una tonnellata di strumenti acustici, due o tre chili di strumenti elettronici. O se al posto delle mani utilizzo due ditini, a mo’ di macchina da scrivere. Non riesco più a utilizzare i miei muscoli per stare “a tempo”. Tanto non sono mai rimasto nella stessa scansione ritmica per più del battere d’ali di una farfalla. Uso suoni diversi. Un altro linguaggio musicale. Adesso il mio essere percussionista si è arricchito anche di suoni lunghi, avvolgenti.
Ora uso un computer portatile, un iPad e una tastierina minuscola con sedici piccole superfici da sfiorare e pigiare come fosse una percussione. Ho registrato un sacco di suoni, costruito un bel numero di banche suoni (come se fossero tanti set di percussioni) e le piloto con la tastierina. L’iPad ha un sacco di suoni, strumenti e basi fatte da me. Adesso ci dipingo anche, sull’iPad.
Mi sta tutto nello zainetto che appendo dietro la carrozzina. Ho un propulsore che, attaccato alla sedia a ruote mi fornisce un’autonomia di circa 70 chilometri. Ora vado a suonare così… in teoria.
La pandemia ci ha fermato tutti. Niente musica nei teatri. Nei club. E nemmeno nelle strade.
Su per giù ero già abituato a dover sottostare a pesanti limitazioni. Ho trovato altre strategie. Abbiamo trovato altri modi. Anche se non possiamo condividere “dal vivo” la nostra musica, le nostre emozioni, lo facciamo via email. Ci inviamo i file musicali che ognuno ha fatto nelle proprie stanzette, con i propri computerini per registrare e ci lavoriamo insieme… ma divisi.
Si cambia. Ci si adatta.
La musica è una grande amante (anche non più in senso carnale… adesso platonico) e non ci abbandona mai. Anche le sue sorelle: la parola e la pittura.

Massimo Rubulotta


domenica 24 gennaio 2021

Il "vampirismo energetico" di Mario Corte


Oggi è con noi Mario Corte, che ha pubblicato per Vocifuoriscena Ad Bestias e Il talento viene dopo.
Mario, tu vanti una lungo ed eclettico percorso in ambito letterario. Una vita dedicata allo scrivere, potremmo dire. C’è qualche altro interesse o passione che, ragionando col senno di poi, forse sarebbe stato meglio inseguire?

Forse una vita più avventurosa. Scrivere è una straordinaria avventura psicologica, introspettiva, spirituale. È cercare se stessi, studiare gli altri, esplorare la natura umana, tentare, nel buio, di capire che cosa ci stiamo a fare qui e perché il male dilaga e il bene fa tanta fatica a farsi strada. Ma l’avventura “sul campo”, inoltrarsi in spazi inesplorati alla ricerca di un Santo Graal, del proprio Graal (perché per ciascuno ce n’è uno), come Galahad e Galvano, partire per seguire le tracce disseminate dall’ignoto regista di questo mondo… quella è un’altra cosa. Quando ho potuto farlo, da solo o con la famiglia, persino con le mie figlie piccole, ho sentito che viaggiare nello spazio, oltre che nella mente, era la mia strada di conoscenza. O forse la strada di ogni uomo.


Cosa vuol dire, secondo te, avere successo come scrittore? 

Raggiungere il cuore di chi legge e avvertire, a distanza, che quel cuore ti è grato per averlo raggiunto. Parlare un linguaggio che punti a evocare una confidenza segreta con un mondo diverso da quello di tutti i giorni. Cercare di comunicare con accordi di parole più armonici, fatati, e risvegliare livelli di coscienza meno grevi e standardizzati di quelli proposti dall’ambiente che ci circonda. Vendere bene un libro è una più che degna operazione commerciale che, però, può anche non avere nulla a che fare con l’amicizia, mentre raggiungere un cuore significa avere, da qualche parte, un nuovo amico. E di amici, anche lontani, c’è sempre bisogno.

In generale, hai tu il controllo dei personaggi o loro fanno quello che vogliono?

Sono loro a fare quello che vogliono, ma secondo un contratto che prevede due clausole molto precise: 1) che il bagaglio umano di chi scrive disponga di un ampio ventaglio di emozioni e di sentimenti; 2) che i personaggi accettino di essere sottoposti, qua e là, a opportune docce di ironia. Un personaggio rischia di diventare ingombrante, imbarazzante, non più arginabile, se l’orizzonte di chi scrive è povero di esperienza nelle emozioni e nei sentimenti. Allora i personaggi prendono il sopravvento in modo scomposto e sgradevole: si prendono troppo sul serio, insomma, e non hanno più nulla di credibile. Tenere sempre attivo il dispositivo dei sentimenti suggerisce a chi scrive di usare l’arma dell’ironia per contenere le intemperanze dei personaggi, facendoli guardare allo specchio e divertendo loro e chi legge. Allora si ricordano di essere personaggi e non parti della persona che scrive, e si disciplinano da soli.

Da dove nasce l’idea del romanzo Ad bestias?

Dall’osservazione del mondo dei bambini e ancor più dal ricordo di esserlo stato. Noi adulti impostiamo la vita in modo tale da non doverci ritrovare dove eravamo da piccoli, cioè in balìa di qualcuno (i “grandi”) o di qualcosa (la nostra condizione di fragilità). Ma nella maggior parte dei casi finiamo proprio per sviluppare una dipendenza da qualcuno o da qualcosa (un valore materiale, consumistico, d’immagine, di competizione) che ci sembra più “grande” e fondato di noi. I bambini vivono immersi nella magia dei sentimenti; noi passiamo il tempo a sfuggirli, oppure a operarne abili contraffazioni. Non riusciamo più a “provare” emozioni profonde e cerchiamo di indurcele acquistando beni e servizi, oppure, troppo abituati a non provarle, quando qualcosa viene a sconvolgere la pace e l’ordine che ci siamo dati, ci ritroviamo a farci trascinare da passioni scomposte, con tratti di follia.
Loro, i bambini, no. Loro provano sentimenti veri, fondati; danno senza risparmiarsi, credono senza vergognarsi di credere e si arrischiano a chiedere qualcosa che per noi è ormai un tabù, troppo astratto e zuccheroso per poter essere nominato guardando l’altro dritto negli occhi. Amore. I detentori di questo valore universale sono loro, sono i loro cuori. Da loro avremmo tanto da imparare, e invece ci impegniamo a piegarli affinché escano al più presto dal loro mondo magico, scendano sulla Terra, smettano di credere a Babbo Natale e imparino a credere solo ai regali che giacciono sul fondo del suo sacco, come se quelli potessero esistere indipendente da chi li ha portati.

Come reagisci alla sindrome della pagina bianca?

Oh, mio Dio… “Qui”, come diceva un critico letterario che ho avuto la fortuna di conoscere, “perdi il lettore”. La verità, davvero poco credibile agli occhi del lettore, è che non ho mai conosciuto la sindrome della pagina bianca. Forse perché scrivo per vivere e se mi blocco si blocca tutto. O forse perché scrivo spesso su commissione e ho il senso del dovere del soldato che mai potrebbe disobbedire a un ordine. O forse è solo che scrivere è bello quasi come viaggiare. Chi potrebbe mai avere la sindrome della nave che non esce dal porto o dell’aereo che non si stacca da terra? Lo spirito d’avventura non conosce la pagina bianca. E la riempie.

Hai introdotto in letteratura il concetto di vampirismo energetico: raccontaci cosa significa e che pericoli nasconde.

Io credo che il vampiro della letteratura, quello con i lunghi canini, il colorito tombale e il morso che infetta le vittime con il suo morbo sia la metafora di un tipo umano estremamente diffuso nel nostro mondo: il vampiro energetico, appunto. Come il vampiro della tradizione letteraria si appropria del sangue dei viventi, così il vampiro umano sottrae loro energia vitale, applicando modalità di rapina semplici ma efficaci, che possono andare dalla negazione di un saluto, di un sorriso, di un atto di gentilezza, del riconoscimento di un merito, fino al raggiro, alla sopraffazione, alla violenza psicologica e alla privazione della libertà di pensare, o addirittura di vivere. Tale sottrazione avviene sempre attraverso una lesione alla dignità altrui. Letti in questa chiave, personaggi di Ad bestias come Iole e Giunta si rivelano Vampiri energetici da manuale. Di Iole, per esempio, nel romanzo si dice che

«vagava in una tenebra sconfinata» e che «l’infelicità della sua condizione non si accontentava dell’esercizio quotidiano dell’astio e della malevolenza, ma la spingeva anche a combattere gli intenti buoni che leggeva negli altri, come se avesse ricevuto il mandato di debellare anche in loro ogni speranza, ogni cosa delicata, ogni scrupolo e ogni intento di fondarsi su ciò che è giusto. Dovunque guardasse, non poteva fare a meno di augurarsi che anche gli altri morissero dentro, che sentissero spegnersi ogni sentimento e lo sostituissero, come aveva fatto lei, con tutte le vuote contraffazioni del sentimentalismo». 

Il vampiro energetico è più che un antagonista, è il Nemico che attende al varco la vittima di turno, nel caso di Ad bestias un bambino creativo, un po’ magico, capace di incredibili voli di fantasia e animato da una straordinaria riserva di energia vitale.

Qual è il libro migliore che non hai scritto?

In ogni libro c’è qualcosa di chi scrive. Ma in ogni mia storia, alla fine, io mi identifico con tutti, buoni e cattivi. Forse non arriverei a fare tutto ciò che di buono fanno i buoni e sicuramente non farei mai il male che fanno i cattivi. Comprendo e approvo i primi, comprendo e disapprovo i secondi. Ma comprendo tutti. La verità è che, in questo navigare di conserva con i miei personaggi, io non ho mai scritto la mia storia. Ho preso spunto da fatti che mi sono capitati, ho anche lasciato credere che quelli che scrivevo fossero eventi e sentimenti davvero personali. Ma la verità è che non ho mai davvero portato me stesso in scena, non ho mai parlato veramente di me. Ho parlato di qualcuno che mi somigliava, anche molto, ma che non ero io. Il libro che non ho scritto, non so se il migliore, è quello che racconterebbe la mia storia. Ma credo che non lo scriverò perché farlo mi porterebbe ad attenuare le responsabilità che, in tanti momenti e con tante persone incontrate nella mia ormai lunga vita, ho accettato di prendermi interamente, senza precisarne troppo i confini. Una cosa, questa, che mi ha sollevato dalla pedante necessità di sottilizzare, chiarire, disputare per aver ragione. E mi ha dato la pace che solo il perdono può dare.

Quale dei tuoi personaggi vorresti essere e perché?

Michelino, senza dubbio. Perché Michelino, al culmine del suo penoso percorso, capisce che la fine della paura può passare soltanto dall’accettazione di una semplice e terribile verità: che l’unico protagonista dei misteriosi eventi che ha vissuto è lui, e che non può pretendere di essere capito da chi non li ha vissuti. Gli altri sono fantasmi che, se fossero sottoposti alla tortura della verità, si scioglierebbero come cera. Non sono pronti. Si vede «dalle loro facce, dalla vacuità dei loro sguardi, da quel senso di affettuosa e impaurita distanza» con cui lo accolgono, come a volergli dire:

«Sei un caro bambino, ma non togliermi la mia pace: lasciami dove sono, non portarmi dove non saprei più che cosa risponderti perché non saprei più neanche chi sono io e che cosa ho imparato della vita».
Michelino ce la fa da solo, e da solo sperimenta «quel momento sacro e terribile che è la fine della paura, e con essa dell’indegnità, della colpa, della condanna di sé e della propria condizione». E lo fa senza neanche una voce che gli dica: «Sei la mia stella».

giovedì 21 gennaio 2021

Il surrealismo di Zeno Toppan


Abbiamo con noi oggi Zeno Toppan, autore per Vocifuoriscena di Il funerale di Edward Block. Per iniziare, la domanda spauracchio di ogni scrittore: come reagisci alla sindrome della pagina bianca?

Tendenzialmente non la ho. Esistono momenti, però, in cui non scrivo nulla. Momenti che durano giorni o mesi. Ma quando capita non è mai una sindrome, è semplicemente l'avere poco o nulla da dire. In quei casi è bene leggere di più e scribacchiare alla stessa maniera in cui si scarabocchia.

In generale, hai tu il controllo dei personaggi o loro fanno quello che vogliono?

Le narrazioni possono essere character driven (guidate dal personaggio) o plot driven (guidate dalla storia). Le une seguono i binari di una trama già stabilita, le altre quella tratteggiata, poco a poco, dai personaggi inseriti in un contesto particolare. Il gioco sta nel trovare un equilibrio: i romanzi fondati solo sulla trama perdono l'aspetto letterario, mentre quelli fondati esclusivamente sull'interiorità dei personaggi possono essere capolavori letterari, ma non fanno davvero i conti con la realtà: le nostre vite hanno una trama. Le cose capitano all'essere umano come capitano al personaggio letterario. Le fortune, le disgrazie, gli incidenti e i successi. Bisogna trovare un giusto bilanciamento, quindi, tra il controllare e il lasciarsi trascinare da un personaggio. Un equilibrio tra il destino (il plot, la trama) e il libero arbitrio (i personaggi e i loro mondi interiori).


Da dove nasce l’idea del romanzo Il funerale di Edward Block?

Da alcuni articoli in cui mi ero imbattuto, da ragazzino, sul ruolo della creatività nella vita umana. Da questi scritti sembrava che proprio non si potesse sfuggire all'istinto creativo: la quasi totalità di lavoratori impiegati in mansioni monotone e noiose, refrattari a qualsivoglia produzione creativa, finivano per sfogarsi scarabocchiando su post-it o fogli di carta. Facendo piccoli disegni qua e là, colorando questo o quello. Canticchiando in bagno, mentre si lavavano le mani. Mi è venuta così l'idea di Edward Block: un personaggio rotto che, per un qualche inceppamento psichico ed esistenziale, non aveva mai esperito la necessità di essere creativo. Ma cosa succede a una diga dopo decenni di temporali?

Quale dei tuoi personaggi vorresti essere e perché?

Ogni personaggio è una proiezione del suo autore. Siamo sempre un po' tutti loro. Ci prestano nomi e volti nuovi, ci aiutano a mascherarci, ma alla fine ci nascondiamo sempre, svelandoci tra le righe di ogni personaggio.

Qual è il libro migliore che non hai scritto?

Mi riprometto che sarà sempre il prossimo.

Cosa vuol dire, secondo te, avere successo come scrittore?

Trovare un equilibrio tra l'ossessione per parola e il bisogno o il desiderio di denaro.


sabato 26 dicembre 2020

Storia di un romanzo: Ad bestias


Quando arrivò nella casella di posta dei Ciottoli la proposta di Mario Corte, diedi una rapida lettura alla sinossi e poi un’occhiata alla scheda biografica dell’autore. E lì rimasi senza parole: quell’uomo ne sapeva molto più di me di letteratura, avendo dedicato tutta la sua vita a scrivere, rivedere, tradurre opere. Oltre a essere autore e bibliografo dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, curava da circa venticinque anni Il libro dei fatti, e aveva pubblicato in precedenza con case editrici quali Einaudi. 

Perché, allora, proponeva a noi il suo romanzo? 

Lo chiamai e glielo chiesi.
Mi rispose che le grandi case editrici lo avevano tutte deluso. Le loro erano mere operazioni commerciali, e Mario aveva invece bisogno di rivivere il grande passato, i tempi in cui erano editor come Calvino a decretare il bene o il male del panorama letterario italiano.
A quelle parole cercai di sprofondare, ma le leggi della fisica – impietose – me lo resero impossibile.
Bofonchiai che non mi ritenevo affatto all’altezza dei grandi del passato – Calvino, figuriamoci, il mio indiscusso idolo letterario! – e che faceva ancora in tempo a tornare sui suoi passi.
Mario liquidò le mie proteste con poche parole: “Claudia, veda se il romanzo funziona, se qualcosa va cambiato: mi faccia questo immenso favore”. 

La revisione

Il mio lavoro di revisione durò pochi giorni: a parte piccole incongruenze e qualche inevitabile refuso, Mario Corte ci aveva regalato un romanzo di rara originalità, e soprattutto di rara sensibilità.
Protagonista un bambino di sei anni – Michelino – dalla fervida immaginazione. E di contorno le bestie, che sono i suoi stessi familiari: una zia che lo usa per assecondare le sue perversioni, una nonna tirchia nell’animo, una madre scissa dalla realtà e un padre incapace di difenderlo.
Quel mondo, in cui il surreale di Michelino cercava di essere fatto in frantumi dalle bestie, mi colpì, ferì e anche risvegliò: è in nostro mondo, purtroppo. 

L’amicizia

Nel frattempo avevo avuto modo di conoscere meglio Mario: con lui ho parlato del romanzo, si intende, ma anche di tante altre cose, che mi hanno aiutato a comprendere di più sia lui, sia me stessa. E credo sia questo l’aspetto che amo maggiormente del mio lavoro: potermi confrontare con persone non solo interessanti, ma anche capaci di creare sintonie, visioni comuni, stimoli reciproci.
Per qualche giorno mi fece addirittura l’onore di essere mio ospite qui a Negrar, e spero solo che si sia trovato bene in questa gabbia di matti.
Durante la sua permanenza, presentammo Ad Bestias alla Libre! di Verona, e Mario riuscì a incantare i presenti con dettagli sul suo romanzo, ma soprattutto con la sua generosa umanità.
Un piccolo-grande successo, insomma. 

Uno spiacevole intoppo

Qualche giorno dopo venni contattata da una giornalista del giornale locale veronese – L’Arena – per un’eventuale recensione.
Portai alla signora in questione una copia del romanzo, ci intrattenemmo un po’ a parlare del panorama letterario italiano, ma anche di Mario Corte, di perché avevo scelto di pubblicarlo, e me ne tornai a casa con la piacevole sensazione di aver incontrato una persona che condivideva parecchio del mio modo di pensare.
Dopo soli due giorni, questa signora mi richiamò, invitandomi a tornare a casa sua.
Una volta lì mi disse, con fare contrito, che se avesse dovuto scrivere una recensione sarebbe stata per stroncare il romanzo.
“È nel suo diritto, faccia pure”, le risposi. “Ma posso sapere perché?”
“Perché ci sono delle frasi in inglese, e questo è un romanzo di letteratura italiana. Almeno aveste messo delle note…”
Non ci potevo credere, mi sa che sono impallidita. Tutto mi sarei aspettata, tranne una critica così fuori luogo.
Devo aver ribattuto con qualcosa come “Ma si tratta di poche battute, comprensibili anche da un ragazzino delle elementari”.
Fatto sta che la giornalista in questione non aspettava altro che un mio vacillare. “Ma come? La vedo disorientata. Non sa accettare le critiche? Mi sa che ha ancora molto da imparare sul lavoro di editrice. Guardi, guardi qua: questa è una recensione che sto preparando per Einaudi. E frasi in inglese manco mezza. Lo stile è stringato, niente divagazioni fantasiose.” 

C’era da ribattere? 

Mi sa di no. Le diedi ragione sul fatto che avevo ancora molto da imparare, cosa che ritengo vera tutt'oggi, e me ne andai salutando con perplessa gentilezza.
Per poi tornare a casa e ritrovarmi una mail piena di feroce ironia e sarcasmo bieco da parte della suddetta.
Ad bestias, che altro?

Claudia Maschio

domenica 29 novembre 2020

Indomite - La nascita

 

 

Come nasce un libro? Dalla penna dell’autore, ovviamente. Ma è un neonato: ha bisogno di essere accudito, a volte può anche essere prematuro, oppure può portarsi dietro il trauma di un lungo e difficile travaglio.
Ma torniamo al dunque. Precisamente, all’inizio della vicenda editoriale di Indomite, il libro di Simona Friuli che, dopo una sorta di “numero zero”, sta per uscire in una veste riveduta e corretta (ampiamente) per i tipi, come si diceva una volta, di Vocifuoriscena. 

Tutto comincia con una mail di Claudia Maschio, del 24 aprile 2019: “Se riesci, dai una lettura anche a questa proposta editoriale, piuttosto breve. Ho iniziato a leggere anch'io, ma non ti dico nulla per non influenzarti.” In calce, la mail dell’autrice, di qualche tempo prima: “Buonasera, sono Simona Friuli, e questa è la mia proposta editoriale. “Una bestia rara”, così mi piace definire il manoscritto che può essere ciò che cercate.”

Sono emozionato. Ancora non conosco bene i meccanismi che regolano l’attività della casa editrice e spero in cuor mio si tratti di qualcosa di facile facile. Errore. Selvagge (il titolo definitivo di Indomite venne molto dopo, in fase di prestampa) è un cespuglio spinoso, uno di quegli arbusti che a fine inverno si presentano scabri, anneriti dal gelo, ma vigorosi e ben strutturati – promessa di una fioritura impetuosa – anche se qualche rametto rinsecchito o contorto, che rivela cicatrici mal rimarginate e dannose, ne compromette l’armonia. Servirà una potatura intelligente, penso.

A farmi innamorare del manoscritto, al di là dei difetti, è la forza che sprigiona. “Una bestia rara”, l’espressione con cui l’autrice lo presenta, rende bene l’idea.
Protagoniste dei racconti, una serie di figure femminili tra l’umano e il bestiale. Vi sono re, regine e figlie di re [?]. Rubando da quanto scrissi poi per la quarta di copertina: “Sono queste ultime, le figlie, le vere protagoniste: soggette solo a se stesse e al richiamo del sangue, arse dall’eros ma libere dal giogo maschile o, al più, indocili spose o in procinto di diventarle…”.

La forza, dunque. Ma sentivo che qualcosa non andava. Il ritmo della narrazione procedeva spezzato e volevo capire perché. Mi sentii con l’autrice. Era sorpresa che il manoscritto avesse suscitato il nostro interesse. Altre case editrici, mi disse, non l’avevano preso in considerazione: troppo sofisticato, troppo lontano dai gusti correnti dei lettori, con tutte quelle inversioni sintattiche, quei termini desueti o addirittura inventati, le iperboli, le allitterazioni, i chiasmi che combinano con allitterazioni: “mentre la strega cambiata in vecchia riso rideva di scimmia” e altro ancora… Lei stessa si era convinta, dietro il consiglio di un editor, di riscrivere tutto in forma più corrente. Adesso era chiaro: le zeppe, gli inciampi nel fluire ipnotico del testo erano dovuti al tentativo di “normalizzarlo”, facendolo rientrare nei canoni della narrativa standard. Lo standard, però, non ci interessava. Volevamo l’originale, con impresso il timbro autentico dell’autrice.
Mi mandasse dunque la prima versione, quella non edulcorata. Elementare operazione di recupero filologico. 

Elementare, mica tanto: l’originale non esisteva. Non più. Incredibile! Nell’era dell’informatica, l’autrice non ne aveva salvato una copia nella memoria del suo computer. Ci aveva scritto sopra! Peccato capitale. Peccato anche per noi, che perdevamo un testo promettente. Glielo dissi, e lei mi gelò. Gelò in senso positivo: “Ce l’ho tutto nella testa”, disse.
Scrivere, per Simona, era un fatto musicale, e ricreare il tessuto originale dei racconti non era impossibile: bastava lasciasse cantare il cuore e le “Selvagge” sarebbero resuscitate intatte dal loro limbo.

Non volevo crederle. Una cosa del genere, che io ricordassi, era riuscita altre volte, ma in epoche lontane, dominate dall’oralità. Secondo una tradizione, i primi sette canti dell’Inferno, rimasti a Firenze, furono ricreati in questo modo da Dante Alighieri durante l’esilio veronese. Dino Campana riscrisse di sana pianta i suoi Canti orfici, dopo che Ardengo Soffici, a cui li aveva spediti, li smarrì tra le sue carte. Ma era nel 1913! Nel 2019, chi possedeva più una simile memoria? E invece…

Tornando alle mail, è dei primi di settembre l’arrivo della “nuova” (in realtà, la primitiva) versione di Selvagge. Ancora da limare. Lavoro che ha impegnato l’autrice e il sottoscritto per molte settimane, prima che subentrassero Claudia Maschio e Dario Giansanti con l’impaginazione.
Da notare che, anche dopo, altri ritocchi sostanziosi sono stati approntati, per i ripensamenti dell’autrice, mai soddisfatta (per inciso: arrivati a questa fase, non si dovrebbero mai accettare modifiche, ma tant’è, a Vocifuoriscena siamo fatti un po’ così…). E il titolo. Selvagge, poco musicale, infine fu soppiantato da Indomite, con quel bell’accento sulla terzultima.
E la scelta della copertina, e il fascio degli ancora nuovi ritocchi…
Tante cose resterebbero da dire dell’opera certosina che ha portato il libro alla sua veste attuale.
Un libro compatto, senza incrinature. Affascinante e da leggere, senz’altro.

Franco Ceradini