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sabato 4 settembre 2021

In ricordo di Daniele del Giudice


Ho di Daniele Del Giudice un ricordo lontano, ma essenziale e nitido. Nel 1994 venne a Verona a presentare Staccando l’ombra da terra, il suo ultimo romanzo. Il giorno prima “La Cronaca”, il quotidiano per cui collaboravo, aveva pubblicato una mia recensione e, con mia grande emozione, lui volle conoscermi.
Mi chiamò in redazione la signora Padovese, della libreria Einaudi, e ci incontrammo lì, una mezz'ora prima della presentazione in Letteraria. Una delle esperienze più belle di quella mia avventura nel giornalismo.
Su un vecchio floppy ho ritrovato l'intervista che ne uscì e che il giornale pubblicò a tamburo battente. Ve la ripropongo.

Staccando l'ombra da terra
Intervista a Daniele Del Giudice per “La Cronaca di Verona e della Provincia” - Verona, 1994

L’ombra, l’aereo, l’aviatore. Come dire: la scrittura, la parola, l’autore. Anche qui, luci ed ombre. Suggestioni che galleggiano sull’orlo di un territorio abissale e che improvvisamente risalgono in superficie e si fanno lingua, precisione definitoria, narrazione. Che prendono la forma del libro. Volumi come quelli che tappezzano le pareti della libreria Einaudi, in via Fama, dove c’è spazio per una conversazione con Daniele Del Giudice, autore di Staccando l’ombra da terra.
Poco più di mezz’ora prima dell’incontro in Letteraria, organizzato dalla stessa libreria Einaudi, durante il quale l’autore presenterà il proprio libro conversando con Mario Allegri.
L’idea è quella di parlare del mestiere di scrittore (idea che poi, come spesso accade, lascerà spazio ad altro). Come nasce un romanzo, cosa spinge, cosa trattiene dalla scrittura. E poi, la lettura. 

C’è un rapporto fra lo scrivere e il leggere?

Direi di sì. Almeno per me è stato così. Il primo libro che ho letto mi ha convinto che dovevo scrivere. 

Quale è stato? 

Be’ – si schermisce – non vorrei fare la figura dell’intellettuale schizzinoso, che fin da bambino si macerava sui monumenti della letteratura mondiale. No, si trattava di un libro di avventure. Non ne ricordo il nome, anche se me ne è rimasta una vivissima impressione. Un romanzo di guerra sul mare, un banale, stupidissimo romanzo di guerra; ma con un sentimento, una tensione morale... il destino, l’avventura...
Sentii che non avrei più potuto fare a meno di vivere in quel mondo.

E così scrisse. Cosa ne uscì?

Ovviamente, un breve romanzo di mare, finito poi chissà dove, fra la carta straccia, durante un trasloco. E la stessa sorte – ma quella volta mi dispiacque – è toccata alla mia seconda fatica letteraria. Il professore di religione doveva interrogarmi, al liceo. Per evitarlo, preparai uno studio di un centinaio di pagine sui manoscritti del Mar Morto. Allora si stavano ancora srotolando, al Pontificio istituto biblico, e fu un lavoro interessante. Un saggio sui rapporti fra il “maestro di giustizia”, il capo degli esseni, e la figura di Cristo. L’insegnante ne fu così entusiasta, che mi fece ricevere da papa Montini. Si figuri: io, un laico... per dire della casualità della scrittura. E della vita.

Come nel suo romanzo, dove le sorti di Faggioni e di Graziani – l’uno che sceglie gli alleati, dopo l’8 settembre, l’altro la Repubblica sociale – si dividono per una scelta improvvisa, quasi immotivata dal punto di vista razionale. Eppure, alla fine, dal caso nasce la necessità…

Vuole sapere come è nato Staccando l’ombra da terra? Stavo scrivendo un altro libro, tre anni fa, quando conobbi Federico Fellini. Non una grande amicizia... ci vedevamo tre, quattro volte l’anno. Andai a trovarlo, era luglio, a Roma. Faceva caldo, lui era depresso, per via di un film che non riusciva a farsi finanziare. Mi chiede: «Voli sempre?».
Gli risposi di sì.
«E com’è?»
E così cominciai a raccontargli storie di volo. Lui, sempre più interessato, attratto, uscì così di malinconia. Alla fine, preso dall’entusiasmo, mi disse: «Qualunque cosa tu stia scrivendo, lascia e scrivi quest’altra...».
Obbedii.

Casualità dello scrivere... Equivale a leggerezza?

No, la scrittura deve essere forte, trasmettere un’energia, prendere completamente.
Personalmente, non riesco mai a lasciare incompiuto un testo iniziato.
Lo scrivere ti obbliga a una sua verità.

Una scrittura vera?

Nel senso che in un libro ci deve essere qualcosa... due, tre pagine almeno in cui sia percepibile la necessità di ciò che è scritto. Il fatto che per l’autore era indispensabile dire quello che ha detto.

Lei, per l’Einaudi, legge anche dei manoscritti. Usa lo stesso criterio di valutazione?

Intanto una cosa: non sono io all’Einaudi il responsabile editoriale. Questo ruolo è di Mauro Bersani, che poi ogni tanto mi manda, sì, dei testi da valutare. Il metro di giudizio comunque è sempre lo stesso: un criterio di verità, che è qualcosa di molto diverso dal semplice criterio di qualità.
La qualità si può anche costruire. La maggior parte dei libri pubblicati è di qualità, nel senso che sono scritti mediamente bene, sciolti, senza intoppi. Ma questo si ottiene anche grazie al lavoro degli editor... una moda americana che non condivido.
Per me un autore deve essere responsabile del proprio testo fino all’ultima virgola...

Può essere, per paradosso, che un libro sia vero senza essere bello?

Prendiamo un romanzo di Svevo. Che so: La coscienza di Zeno. Tanti hanno detto che è scritto male. Può darsi. Però proviamo a smontare certi giri di frase e a rimetterli insieme in forma più ortodossa, canonica: non dicono più niente. La verità si perde. Perché essa è come un’energia, una forza che può appartenere a uno scrittore, ma che non è un’arte, un’abilità; non è creata da lui. Gli antichi la chiamavano mania, l’entusiasmo che viene da un Dio.
Fuori di metafora, la verità di un libro è la stessa della realtà che vi è dentro. Non siamo noi che la formiamo, o che la troviamo, è essa stessa che ci si dà. Non è il linguaggio che va alle cose, ma, viceversa, sono le cose vengono al linguaggio, nella zona d’ombra fra il mistero e la parola.

Di nuovo, l’ombra. L’immagine scura. La scrittura come un affiorare di mondi. Un aprirsi di gorghi, un dilatarsi e farsi contenitore di significati, di impulsi. In mezzo, un mondo tecnicizzato. Cose e uomini che confondono i loro destini. L’uomo che si fa macchina; la macchina, uomo.
La metamorfosi pilota-aereo di cui parla appunto Staccando l’ombra da terra.
Anche D’Annunzio, in Alcyone, in Forse che sì, forse che no, parla di una metamorfosi, prima tra l’uomo e la bestia, poi con la macchina. Proprio con l’aereo, anzi
: 

Di nuovo egli sentì che le sue vertebre armavano tutto il congegno del velivolo e che l’ossatura delle ali, simile all’omero tubulare dell’uccello, era penetrata dall’aria stessa dei suoi polmoni... Gli si creò nei sensi l’illusione di essere non un uomo in una macchina, ma un sol corpo e un solo equilibrio. 

Un solo corpo... Ma Staccando l’ombra da terra non ha nulla di dannunziano.

Niente. Mancava in D’Annunzio la cultura della tecnica. Egli parlava di un aereo come di un animale mitico. Esaltava la ferinità, e in questo modo il suo io. Un io arcaico, premoderno, privo in definitiva di complessità.

Un io che scompare nel suo libro. Rinuncia a esercitare la sua prepotenza. Restano invece le cose, le macchine. Il linguaggio universale che unisce uomini e cosmo, la luce che cercavano il letterato Epstein e lo scienziato Brahe in Atlante occidentale. Anche lì, il volo. Ombre. Aerei. A proposito. E l’aereo: quale è il migliore?

Il monoposto ad ala bassa. Meno stabile di quello ad ala alta, ma più maneggevole; anche se per vedere bene occorre manovrare.


giovedì 1 aprile 2021

Finalmente verso la scuola “bona”



Da un nostro infiltrato al Ministero dell’Istruzione abbiamo ricevuto copia di un documento riservato, che pubblichiamo in esclusiva. Si tratta di un lungo appunto, vergato a penna dal Ministro durante una riunione. Il nostro collaboratore l’ha carpito e fotografato col cellulare, approfittando del leggero assopimento del suo autore.
Il tono semiserio non inganni: sappiamo che la maggior parte dei provvedimenti dei governi italiani nascono da boutade improvvisate.

Note per una Rifondazione della Scuola Italiana: mali e rimedi (con Contrappasso) 
Concepite in Roma, il 25 marzo 2021 – Dantedì – da elaborare e pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale di Giovedì 1° aprile 2021

1. Edilizia scolastica. La scuola deve educare alla bellezza, all’ordine, al rigore. Giustissimo! La maggior parte degli edifici scolastici dell’era repubblicana, spiace dirlo, sono orribili e indegni di sopravvivere.
Contrappasso: demolizione e rifacimento ex novo. Per gli altri: destinazione ad altro uso (vedi punto 5.)

2. Direzione. Un tempo, c’era il preside (direttore didattico alle elementari e materne). Oggi, il Dirigente è spesso chiamato a occuparsi contemporaneamente di scuole di ordini e gradi differenti, talvolta anche disseminate su territori non limitrofi. Cosa è cambiato? Per il Dirigente c’è stato un aumento di stipendio, ma per contro egli ha perduto ruolo e senso della sua mission.
Contrappasso: Inserire la Legge Bassanini nella macchina del tempo, impostare su una data anteriore al 6 marzo 1998 e digitare: “Cancella”.

3. Organizzazione degli uffici. L’autonomia del DGSA (un tempo, segretario/segretaria) separa la gestione amministrativa da quella generale, affidata al Dirigente. Effetti: all’interno delle scuole vive e prolifera una tecnostruttura autoreferenziale il cui unico scopo è quello di ritardare, complicare, rendere disagevole se non impossibile l’accesso agli uffici, di moltiplicare gli adempimenti burocratici, di ostacolare in ogni modo la funzione didattica.
Vista la capacità di mobilitare a scopi improduttivi una enorme quantità di risorse, materiali e umane, e in linea con le finalità della riforma qui proposta, il contrappasso non può consistere che nella sostanziale smobilitazione dell’intero servizio.

4. Personale docente. Stanco, demotivato, pagato poco, spesso impreparato. Impossibile il recupero. Considerata la validità della DAD, come emerso durante questo periodo pandemico, sembra opportuno recedere dal proposito di una regolarizzazione in massa dei docenti precari e pensare a una scuola priva di insegnanti fisici (sottolineato nel manoscritto, n.d.r.). La formazione scolastica potrà essere svolta a distanza dall’INVALSI, che già sta egregiamente adempiendo alla valutazione delle competenze dei nostri studenti su base oggettiva (c.s.).
Contrappasso: non occorre pensare ad alcun contrappasso; per eliminare il personale docente attualmente in carico all’Amministrazione, basterà interrompere le vaccinazioni e lasciar lavorare il Morbo.

5. Visto il configurarsi del Nuovo Modello di Scuola (NMS, o anche scuola bona), gli edifici scolastici non abbattuti e di qualche pregio potranno essere ristrutturati e destinati a Centri benessere, a disposizione degli aventi diritto (personale politico, nomenclature varie, membri delle corporazioni eminenti).

6. Norma transitoria. In attesa che si completi il processo, le funzioni di Scuola in Presenza (SiP) potranno essere esercitate dagli Istituti scolastici privati, nelle due forme: a) senza oneri per lo Stato (norma generale); b) con contributo statale (Istituti Religiosi Riconosciuti – IRRi).

Franco Ceradini


domenica 29 novembre 2020

Indomite - La nascita

 

 

Come nasce un libro? Dalla penna dell’autore, ovviamente. Ma è un neonato: ha bisogno di essere accudito, a volte può anche essere prematuro, oppure può portarsi dietro il trauma di un lungo e difficile travaglio.
Ma torniamo al dunque. Precisamente, all’inizio della vicenda editoriale di Indomite, il libro di Simona Friuli che, dopo una sorta di “numero zero”, sta per uscire in una veste riveduta e corretta (ampiamente) per i tipi, come si diceva una volta, di Vocifuoriscena. 

Tutto comincia con una mail di Claudia Maschio, del 24 aprile 2019: “Se riesci, dai una lettura anche a questa proposta editoriale, piuttosto breve. Ho iniziato a leggere anch'io, ma non ti dico nulla per non influenzarti.” In calce, la mail dell’autrice, di qualche tempo prima: “Buonasera, sono Simona Friuli, e questa è la mia proposta editoriale. “Una bestia rara”, così mi piace definire il manoscritto che può essere ciò che cercate.”

Sono emozionato. Ancora non conosco bene i meccanismi che regolano l’attività della casa editrice e spero in cuor mio si tratti di qualcosa di facile facile. Errore. Selvagge (il titolo definitivo di Indomite venne molto dopo, in fase di prestampa) è un cespuglio spinoso, uno di quegli arbusti che a fine inverno si presentano scabri, anneriti dal gelo, ma vigorosi e ben strutturati – promessa di una fioritura impetuosa – anche se qualche rametto rinsecchito o contorto, che rivela cicatrici mal rimarginate e dannose, ne compromette l’armonia. Servirà una potatura intelligente, penso.

A farmi innamorare del manoscritto, al di là dei difetti, è la forza che sprigiona. “Una bestia rara”, l’espressione con cui l’autrice lo presenta, rende bene l’idea.
Protagoniste dei racconti, una serie di figure femminili tra l’umano e il bestiale. Vi sono re, regine e figlie di re [?]. Rubando da quanto scrissi poi per la quarta di copertina: “Sono queste ultime, le figlie, le vere protagoniste: soggette solo a se stesse e al richiamo del sangue, arse dall’eros ma libere dal giogo maschile o, al più, indocili spose o in procinto di diventarle…”.

La forza, dunque. Ma sentivo che qualcosa non andava. Il ritmo della narrazione procedeva spezzato e volevo capire perché. Mi sentii con l’autrice. Era sorpresa che il manoscritto avesse suscitato il nostro interesse. Altre case editrici, mi disse, non l’avevano preso in considerazione: troppo sofisticato, troppo lontano dai gusti correnti dei lettori, con tutte quelle inversioni sintattiche, quei termini desueti o addirittura inventati, le iperboli, le allitterazioni, i chiasmi che combinano con allitterazioni: “mentre la strega cambiata in vecchia riso rideva di scimmia” e altro ancora… Lei stessa si era convinta, dietro il consiglio di un editor, di riscrivere tutto in forma più corrente. Adesso era chiaro: le zeppe, gli inciampi nel fluire ipnotico del testo erano dovuti al tentativo di “normalizzarlo”, facendolo rientrare nei canoni della narrativa standard. Lo standard, però, non ci interessava. Volevamo l’originale, con impresso il timbro autentico dell’autrice.
Mi mandasse dunque la prima versione, quella non edulcorata. Elementare operazione di recupero filologico. 

Elementare, mica tanto: l’originale non esisteva. Non più. Incredibile! Nell’era dell’informatica, l’autrice non ne aveva salvato una copia nella memoria del suo computer. Ci aveva scritto sopra! Peccato capitale. Peccato anche per noi, che perdevamo un testo promettente. Glielo dissi, e lei mi gelò. Gelò in senso positivo: “Ce l’ho tutto nella testa”, disse.
Scrivere, per Simona, era un fatto musicale, e ricreare il tessuto originale dei racconti non era impossibile: bastava lasciasse cantare il cuore e le “Selvagge” sarebbero resuscitate intatte dal loro limbo.

Non volevo crederle. Una cosa del genere, che io ricordassi, era riuscita altre volte, ma in epoche lontane, dominate dall’oralità. Secondo una tradizione, i primi sette canti dell’Inferno, rimasti a Firenze, furono ricreati in questo modo da Dante Alighieri durante l’esilio veronese. Dino Campana riscrisse di sana pianta i suoi Canti orfici, dopo che Ardengo Soffici, a cui li aveva spediti, li smarrì tra le sue carte. Ma era nel 1913! Nel 2019, chi possedeva più una simile memoria? E invece…

Tornando alle mail, è dei primi di settembre l’arrivo della “nuova” (in realtà, la primitiva) versione di Selvagge. Ancora da limare. Lavoro che ha impegnato l’autrice e il sottoscritto per molte settimane, prima che subentrassero Claudia Maschio e Dario Giansanti con l’impaginazione.
Da notare che, anche dopo, altri ritocchi sostanziosi sono stati approntati, per i ripensamenti dell’autrice, mai soddisfatta (per inciso: arrivati a questa fase, non si dovrebbero mai accettare modifiche, ma tant’è, a Vocifuoriscena siamo fatti un po’ così…). E il titolo. Selvagge, poco musicale, infine fu soppiantato da Indomite, con quel bell’accento sulla terzultima.
E la scelta della copertina, e il fascio degli ancora nuovi ritocchi…
Tante cose resterebbero da dire dell’opera certosina che ha portato il libro alla sua veste attuale.
Un libro compatto, senza incrinature. Affascinante e da leggere, senz’altro.

Franco Ceradini


 

domenica 18 ottobre 2020

Icaria


Lo scrittore di romanzi, si sa, vola alto. Si potrebbe paragonare a Icaro, il che, specialmente in relazione all’esito della celebre bravata di costui, non depone propriamente a favore di chi si lanci in imprese troppo ardite. Il rischio di lasciarci le penne, alla lettera, è molto alto. A impallinare l’autore di romanzi (per non dire di racconti, di poesie…) è quasi sempre il selezionatore. Figura temutissima, sorta di Caronte. Sono pochissimi coloro che sopravvivono al suo vaglio. A quasi tutti gli scrittori, all’inizio della loro attività, sarà arrivata la lettera, in genere succinta, in cui con formule cortesi si annuncia che, nonostante gli indubbi pregi, ma a causa degli irrimediabili difetti, il manoscritto è stato rifiutato. Non sono pochi i grandi autori che, prima di essere riconosciuti tali, hanno subito questo affronto.

Bene. La vicenda che mi è capitata recentemente è andata in modo molto diverso.
Da qualche tempo affianco Claudia Maschio nella direzione di “Ciottoli”, la collana di narrativa di Vocifuoriscena, soprattutto nella scelta delle opere da pubblicare. Compito gravoso, simile per molti versi all’andar per funghi. 
Come per i funghi, infatti, serve levarsi all’alba e sfacchinarsi una scarpinata micidiale, arrampicandosi sui pendii per sentieri a volte quasi invisibili o addirittura aggrappandosi alle radici degli alberi. Se si è fortunati, e se da lì non è già transitata la torma dei vostri concorrenti, anche loro sguinzagliati per il bosco da prima del sorgere del sole, arrivati sui posti “buoni” potrete avere la vostra soddisfazione e portarvi a casa qualche buon porcino. 
Così va il mondo dei cercafunghi. 
E così vanno le cose per i lettori di manoscritti. La prima selezione va via veloce: basta una rapida scorsa per orientarsi. Se proprio non funziona, il manoscritto viene messo da parte rapidamente. Inutile fingere: ne arrivano così tanti che, per non restare bloccati, è inevitabile affidarsi in prima istanza all’intuito. Con qualche benevolenza nei confronti del selezionatore, si potrebbe pensare a una sorta di fiuto: anche il cercafunghi esperto sa cogliere nell’aria umida del mattino l’aroma inconfondibile del porcino. In questo caso, si ferma e si guarda in giro, perlustrando con accuratezza ogni anfratto. In caso contrario, passa ad altro. Così per i manoscritti. 
Quelli che passano la prima cernita (che viene effettuata da Claudia), finiscono nella cartella “da_leggere” del PC. La lista mi arriva in genere nel cuore della notte (Claudia, al contrario del sottoscritto, non si alza all’alba: lei all’alba se mai va a dormire…). Si procede in ordine di arrivo, in modo da non far torto a nessuno, e dopo aver chiarito i tempi di valutazione – che variano a seconda delle opere in coda – e chiesto agli autori di avvisarci nel caso prendessero accordi con un’altra casa editrice. 
Ottenuta la loro assicurazione, si passa alla lettura. Se va bene, due, tre settimane di levatacce. A volte meno, a volte di più. Non lo nego, devo anche fare i conti con la mia pigrizia (non sempre scatto puntuale al suono della sveglia) e con le mille incombenze domestiche: pare impossibile, ma con l’arrivo della pensione si sono moltiplicate… Ogni manoscritto, poi, fa storia a sé, e tra il capolavoro intoccabile e il romanzo che zoppica irrimediabilmente c’è un’amplissima “zona grigia” che comprende testi che per vari motivi non possono essere pubblicati così come sono e che pure meriterebbero di esserlo (con tutta una serie di interventi di cui parlerò prossimamente…).

Ma veniamo al dunque. Qualche tempo fa mi è capitato di leggere un testo piuttosto pregevole. L’autore, chiamiamolo Icaro. Struttura originale: vari episodi di intonazione surreale, indipendenti ma annodati insieme da un filo comune, con personaggi che sembrano smarrirsi per poi ricomparire poco oltre, in un nuovo contesto. Anche il resto era convincente: buone descrizioni, ritmi incalzanti il giusto e senza cadute, linguaggio pulito e appropriato, con qualche guizzo di originalità. Insomma, da pubblicare. Nella scala di colori della nostra griglia, decisamente sul “grigio chiaro”.
Mi confronto con Claudia. Anche da lei parere decisamente positivo (ma già l’aveva scorso al suo arrivo e se n’era fatta un’idea). Anzi, come mi aspettavo, vista la sua inclinazione al surreale, mi chiede di curare personalmente l’editing, con tutto quello che segue: ritocchi, aggiustamenti, controlli e ricontrolli incrociati (i refusi!). Favore che le concedo senza rimostranze. Ne uscirà, siamo sicuri, un buon libro.
A questo punto, resta da contattare l’autore e prendere i necessari accordi. A stretto giro, trovo sul cellulare un WhatsApp di Claudia: “Non ci crederai, vai a questo link…”. Vado e trovo il nostro manoscritto. Copertinato e in vendita su Amazon. Da non crederci, in effetti: in venti giorni, dalla nostra email di preavviso, Icaro è riuscito nell’impresa di trovare un altro editore, passare il vaglio della lettura, revisionare il testo, scegliere la copertina e pubblicare, con ISBN e tutto. 
Complimenti! Tornando alla metafora del cercafunghi: trovato il posto buono, ma mentre si faceva sosta a dissetarsi dalla borraccia, qualcuno è passato e ha spazzolato il raccolto. Buon per lui.

E buon per Icaro. Buon viaggio…