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sabato 4 settembre 2021

In ricordo di Daniele del Giudice


Ho di Daniele Del Giudice un ricordo lontano, ma essenziale e nitido. Nel 1994 venne a Verona a presentare Staccando l’ombra da terra, il suo ultimo romanzo. Il giorno prima “La Cronaca”, il quotidiano per cui collaboravo, aveva pubblicato una mia recensione e, con mia grande emozione, lui volle conoscermi.
Mi chiamò in redazione la signora Padovese, della libreria Einaudi, e ci incontrammo lì, una mezz'ora prima della presentazione in Letteraria. Una delle esperienze più belle di quella mia avventura nel giornalismo.
Su un vecchio floppy ho ritrovato l'intervista che ne uscì e che il giornale pubblicò a tamburo battente. Ve la ripropongo.

Staccando l'ombra da terra
Intervista a Daniele Del Giudice per “La Cronaca di Verona e della Provincia” - Verona, 1994

L’ombra, l’aereo, l’aviatore. Come dire: la scrittura, la parola, l’autore. Anche qui, luci ed ombre. Suggestioni che galleggiano sull’orlo di un territorio abissale e che improvvisamente risalgono in superficie e si fanno lingua, precisione definitoria, narrazione. Che prendono la forma del libro. Volumi come quelli che tappezzano le pareti della libreria Einaudi, in via Fama, dove c’è spazio per una conversazione con Daniele Del Giudice, autore di Staccando l’ombra da terra.
Poco più di mezz’ora prima dell’incontro in Letteraria, organizzato dalla stessa libreria Einaudi, durante il quale l’autore presenterà il proprio libro conversando con Mario Allegri.
L’idea è quella di parlare del mestiere di scrittore (idea che poi, come spesso accade, lascerà spazio ad altro). Come nasce un romanzo, cosa spinge, cosa trattiene dalla scrittura. E poi, la lettura. 

C’è un rapporto fra lo scrivere e il leggere?

Direi di sì. Almeno per me è stato così. Il primo libro che ho letto mi ha convinto che dovevo scrivere. 

Quale è stato? 

Be’ – si schermisce – non vorrei fare la figura dell’intellettuale schizzinoso, che fin da bambino si macerava sui monumenti della letteratura mondiale. No, si trattava di un libro di avventure. Non ne ricordo il nome, anche se me ne è rimasta una vivissima impressione. Un romanzo di guerra sul mare, un banale, stupidissimo romanzo di guerra; ma con un sentimento, una tensione morale... il destino, l’avventura...
Sentii che non avrei più potuto fare a meno di vivere in quel mondo.

E così scrisse. Cosa ne uscì?

Ovviamente, un breve romanzo di mare, finito poi chissà dove, fra la carta straccia, durante un trasloco. E la stessa sorte – ma quella volta mi dispiacque – è toccata alla mia seconda fatica letteraria. Il professore di religione doveva interrogarmi, al liceo. Per evitarlo, preparai uno studio di un centinaio di pagine sui manoscritti del Mar Morto. Allora si stavano ancora srotolando, al Pontificio istituto biblico, e fu un lavoro interessante. Un saggio sui rapporti fra il “maestro di giustizia”, il capo degli esseni, e la figura di Cristo. L’insegnante ne fu così entusiasta, che mi fece ricevere da papa Montini. Si figuri: io, un laico... per dire della casualità della scrittura. E della vita.

Come nel suo romanzo, dove le sorti di Faggioni e di Graziani – l’uno che sceglie gli alleati, dopo l’8 settembre, l’altro la Repubblica sociale – si dividono per una scelta improvvisa, quasi immotivata dal punto di vista razionale. Eppure, alla fine, dal caso nasce la necessità…

Vuole sapere come è nato Staccando l’ombra da terra? Stavo scrivendo un altro libro, tre anni fa, quando conobbi Federico Fellini. Non una grande amicizia... ci vedevamo tre, quattro volte l’anno. Andai a trovarlo, era luglio, a Roma. Faceva caldo, lui era depresso, per via di un film che non riusciva a farsi finanziare. Mi chiede: «Voli sempre?».
Gli risposi di sì.
«E com’è?»
E così cominciai a raccontargli storie di volo. Lui, sempre più interessato, attratto, uscì così di malinconia. Alla fine, preso dall’entusiasmo, mi disse: «Qualunque cosa tu stia scrivendo, lascia e scrivi quest’altra...».
Obbedii.

Casualità dello scrivere... Equivale a leggerezza?

No, la scrittura deve essere forte, trasmettere un’energia, prendere completamente.
Personalmente, non riesco mai a lasciare incompiuto un testo iniziato.
Lo scrivere ti obbliga a una sua verità.

Una scrittura vera?

Nel senso che in un libro ci deve essere qualcosa... due, tre pagine almeno in cui sia percepibile la necessità di ciò che è scritto. Il fatto che per l’autore era indispensabile dire quello che ha detto.

Lei, per l’Einaudi, legge anche dei manoscritti. Usa lo stesso criterio di valutazione?

Intanto una cosa: non sono io all’Einaudi il responsabile editoriale. Questo ruolo è di Mauro Bersani, che poi ogni tanto mi manda, sì, dei testi da valutare. Il metro di giudizio comunque è sempre lo stesso: un criterio di verità, che è qualcosa di molto diverso dal semplice criterio di qualità.
La qualità si può anche costruire. La maggior parte dei libri pubblicati è di qualità, nel senso che sono scritti mediamente bene, sciolti, senza intoppi. Ma questo si ottiene anche grazie al lavoro degli editor... una moda americana che non condivido.
Per me un autore deve essere responsabile del proprio testo fino all’ultima virgola...

Può essere, per paradosso, che un libro sia vero senza essere bello?

Prendiamo un romanzo di Svevo. Che so: La coscienza di Zeno. Tanti hanno detto che è scritto male. Può darsi. Però proviamo a smontare certi giri di frase e a rimetterli insieme in forma più ortodossa, canonica: non dicono più niente. La verità si perde. Perché essa è come un’energia, una forza che può appartenere a uno scrittore, ma che non è un’arte, un’abilità; non è creata da lui. Gli antichi la chiamavano mania, l’entusiasmo che viene da un Dio.
Fuori di metafora, la verità di un libro è la stessa della realtà che vi è dentro. Non siamo noi che la formiamo, o che la troviamo, è essa stessa che ci si dà. Non è il linguaggio che va alle cose, ma, viceversa, sono le cose vengono al linguaggio, nella zona d’ombra fra il mistero e la parola.

Di nuovo, l’ombra. L’immagine scura. La scrittura come un affiorare di mondi. Un aprirsi di gorghi, un dilatarsi e farsi contenitore di significati, di impulsi. In mezzo, un mondo tecnicizzato. Cose e uomini che confondono i loro destini. L’uomo che si fa macchina; la macchina, uomo.
La metamorfosi pilota-aereo di cui parla appunto Staccando l’ombra da terra.
Anche D’Annunzio, in Alcyone, in Forse che sì, forse che no, parla di una metamorfosi, prima tra l’uomo e la bestia, poi con la macchina. Proprio con l’aereo, anzi
: 

Di nuovo egli sentì che le sue vertebre armavano tutto il congegno del velivolo e che l’ossatura delle ali, simile all’omero tubulare dell’uccello, era penetrata dall’aria stessa dei suoi polmoni... Gli si creò nei sensi l’illusione di essere non un uomo in una macchina, ma un sol corpo e un solo equilibrio. 

Un solo corpo... Ma Staccando l’ombra da terra non ha nulla di dannunziano.

Niente. Mancava in D’Annunzio la cultura della tecnica. Egli parlava di un aereo come di un animale mitico. Esaltava la ferinità, e in questo modo il suo io. Un io arcaico, premoderno, privo in definitiva di complessità.

Un io che scompare nel suo libro. Rinuncia a esercitare la sua prepotenza. Restano invece le cose, le macchine. Il linguaggio universale che unisce uomini e cosmo, la luce che cercavano il letterato Epstein e lo scienziato Brahe in Atlante occidentale. Anche lì, il volo. Ombre. Aerei. A proposito. E l’aereo: quale è il migliore?

Il monoposto ad ala bassa. Meno stabile di quello ad ala alta, ma più maneggevole; anche se per vedere bene occorre manovrare.


domenica 27 giugno 2021

Come nasce un romanzo: "Il prete nuovo" di Tina Caramanico


Non so se avete presente quando si sogna a occhi aperti. A volte capita quando si immagina come andrà l’incontro con una persona che ci piace, con cui magari si spera possa nascere qualcosa. E, nel fantasticare, si è sempre splendidi, spiritosi, con guizzi che sfiorano la genialità. Poi si va all’appuntamento, le ci si avvicina sorridenti, la si abbraccia, e lei dice «Mi hai pestato un piede».
Ecco, questa è la vita di solito. Quando va bene, s’intende, perché purtroppo è verissimo che la realtà supera l’immaginazione.

Ora, sia chiaro che non trascorro il mio tempo a farmi pare mentali su come potrebbero andare i rapporti con gli autori. Però è pur vero che da qualche parte, dentro di me, alberga il sogno che, una volta detto sì a un romanzo, poi tutto fili liscio (editing, collaborazione, intesa personale). 

Ecco, con Tina Caramanico è andata esattamente così.
Quando ho trovato nella casella di posta dei Ciottoli la sua mail, mi colpì una frase: “Vi ringrazio per il tempo e l’attenzione che potrete dedicare al mio testo”.
Non era il solito grazie detto per convenevoli, visto che prima non è che avesse scritto molto, solo l’educata proposta di leggere il suo romanzo. E così fu con curiosità che lessi Il prete nuovo. 

Ogni tanto mi chiedevo quanti anni potesse avere l’autrice di quel romanzo, ma non riuscivo a collocarla nel tempo. Trenta come settanta, ogni tanto mi dicevo. Perché, sì, c’erano tutti quei ricordi in controluce che facevano pensare a chi ha vissuto davvero gli anni Sessanta, ma nello stesso tempo spiazzava lo stile diretto, semplice, ma insieme curato e fresco.
E la protagonista, Bianca, poteva essere un alter ego dell’autrice così come un omaggio a sua madre o addirittura nonna. 

Più proseguivo la lettura, più mi appassionava la ricostruzione di quel piccolo mondo sconquassato dal seme del dubbio portato dal prete nuovo. E poco per volta iniziavo a conoscere l’autrice, la sua ironia, sensibilità, delicatezza e umanità. 

Il romanzo, una volta finita la lettura, mi risuonava dentro, e non trovavo pressoché nulla che non andasse, se non pochissimi passaggi da aggiustare leggermente. Insomma, Tina e Il prete nuovo mi avevano conquistato.
Raramente ammetto una cosa del genere, di solito non mi interessa l’autore, ma solo quel che ha scritto: si chiama etica professionale, e significa, in soldoni, che se Jack lo Squartatore avesse scritto Delitto e castigo (ma pare fosse ferrato solo sulla prima parte) non mi sarei fatta problemi a pubblicarlo, nonostante la sua nota carriera criminale. 

Non so se tutto quel che ho intuito di Tina leggendo il suo romanzo corrisponda al vero: non ho mai avuto modo di incontrarla personalmente, però a volte un romanzo parla anche del suo autore. Lo trovi tra le righe, riconosci i suoi dubbi, i travagli interiori, le aperture alla vita, i pensieri più meditati, forse addirittura quel che lui stesso di sé ancora non conosce. 

Claudia Maschio

sabato 26 dicembre 2020

Storia di un romanzo: Ad bestias


Quando arrivò nella casella di posta dei Ciottoli la proposta di Mario Corte, diedi una rapida lettura alla sinossi e poi un’occhiata alla scheda biografica dell’autore. E lì rimasi senza parole: quell’uomo ne sapeva molto più di me di letteratura, avendo dedicato tutta la sua vita a scrivere, rivedere, tradurre opere. Oltre a essere autore e bibliografo dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, curava da circa venticinque anni Il libro dei fatti, e aveva pubblicato in precedenza con case editrici quali Einaudi. 

Perché, allora, proponeva a noi il suo romanzo? 

Lo chiamai e glielo chiesi.
Mi rispose che le grandi case editrici lo avevano tutte deluso. Le loro erano mere operazioni commerciali, e Mario aveva invece bisogno di rivivere il grande passato, i tempi in cui erano editor come Calvino a decretare il bene o il male del panorama letterario italiano.
A quelle parole cercai di sprofondare, ma le leggi della fisica – impietose – me lo resero impossibile.
Bofonchiai che non mi ritenevo affatto all’altezza dei grandi del passato – Calvino, figuriamoci, il mio indiscusso idolo letterario! – e che faceva ancora in tempo a tornare sui suoi passi.
Mario liquidò le mie proteste con poche parole: “Claudia, veda se il romanzo funziona, se qualcosa va cambiato: mi faccia questo immenso favore”. 

La revisione

Il mio lavoro di revisione durò pochi giorni: a parte piccole incongruenze e qualche inevitabile refuso, Mario Corte ci aveva regalato un romanzo di rara originalità, e soprattutto di rara sensibilità.
Protagonista un bambino di sei anni – Michelino – dalla fervida immaginazione. E di contorno le bestie, che sono i suoi stessi familiari: una zia che lo usa per assecondare le sue perversioni, una nonna tirchia nell’animo, una madre scissa dalla realtà e un padre incapace di difenderlo.
Quel mondo, in cui il surreale di Michelino cercava di essere fatto in frantumi dalle bestie, mi colpì, ferì e anche risvegliò: è in nostro mondo, purtroppo. 

L’amicizia

Nel frattempo avevo avuto modo di conoscere meglio Mario: con lui ho parlato del romanzo, si intende, ma anche di tante altre cose, che mi hanno aiutato a comprendere di più sia lui, sia me stessa. E credo sia questo l’aspetto che amo maggiormente del mio lavoro: potermi confrontare con persone non solo interessanti, ma anche capaci di creare sintonie, visioni comuni, stimoli reciproci.
Per qualche giorno mi fece addirittura l’onore di essere mio ospite qui a Negrar, e spero solo che si sia trovato bene in questa gabbia di matti.
Durante la sua permanenza, presentammo Ad Bestias alla Libre! di Verona, e Mario riuscì a incantare i presenti con dettagli sul suo romanzo, ma soprattutto con la sua generosa umanità.
Un piccolo-grande successo, insomma. 

Uno spiacevole intoppo

Qualche giorno dopo venni contattata da una giornalista del giornale locale veronese – L’Arena – per un’eventuale recensione.
Portai alla signora in questione una copia del romanzo, ci intrattenemmo un po’ a parlare del panorama letterario italiano, ma anche di Mario Corte, di perché avevo scelto di pubblicarlo, e me ne tornai a casa con la piacevole sensazione di aver incontrato una persona che condivideva parecchio del mio modo di pensare.
Dopo soli due giorni, questa signora mi richiamò, invitandomi a tornare a casa sua.
Una volta lì mi disse, con fare contrito, che se avesse dovuto scrivere una recensione sarebbe stata per stroncare il romanzo.
“È nel suo diritto, faccia pure”, le risposi. “Ma posso sapere perché?”
“Perché ci sono delle frasi in inglese, e questo è un romanzo di letteratura italiana. Almeno aveste messo delle note…”
Non ci potevo credere, mi sa che sono impallidita. Tutto mi sarei aspettata, tranne una critica così fuori luogo.
Devo aver ribattuto con qualcosa come “Ma si tratta di poche battute, comprensibili anche da un ragazzino delle elementari”.
Fatto sta che la giornalista in questione non aspettava altro che un mio vacillare. “Ma come? La vedo disorientata. Non sa accettare le critiche? Mi sa che ha ancora molto da imparare sul lavoro di editrice. Guardi, guardi qua: questa è una recensione che sto preparando per Einaudi. E frasi in inglese manco mezza. Lo stile è stringato, niente divagazioni fantasiose.” 

C’era da ribattere? 

Mi sa di no. Le diedi ragione sul fatto che avevo ancora molto da imparare, cosa che ritengo vera tutt'oggi, e me ne andai salutando con perplessa gentilezza.
Per poi tornare a casa e ritrovarmi una mail piena di feroce ironia e sarcasmo bieco da parte della suddetta.
Ad bestias, che altro?

Claudia Maschio

domenica 29 novembre 2020

Indomite - La nascita

 

 

Come nasce un libro? Dalla penna dell’autore, ovviamente. Ma è un neonato: ha bisogno di essere accudito, a volte può anche essere prematuro, oppure può portarsi dietro il trauma di un lungo e difficile travaglio.
Ma torniamo al dunque. Precisamente, all’inizio della vicenda editoriale di Indomite, il libro di Simona Friuli che, dopo una sorta di “numero zero”, sta per uscire in una veste riveduta e corretta (ampiamente) per i tipi, come si diceva una volta, di Vocifuoriscena. 

Tutto comincia con una mail di Claudia Maschio, del 24 aprile 2019: “Se riesci, dai una lettura anche a questa proposta editoriale, piuttosto breve. Ho iniziato a leggere anch'io, ma non ti dico nulla per non influenzarti.” In calce, la mail dell’autrice, di qualche tempo prima: “Buonasera, sono Simona Friuli, e questa è la mia proposta editoriale. “Una bestia rara”, così mi piace definire il manoscritto che può essere ciò che cercate.”

Sono emozionato. Ancora non conosco bene i meccanismi che regolano l’attività della casa editrice e spero in cuor mio si tratti di qualcosa di facile facile. Errore. Selvagge (il titolo definitivo di Indomite venne molto dopo, in fase di prestampa) è un cespuglio spinoso, uno di quegli arbusti che a fine inverno si presentano scabri, anneriti dal gelo, ma vigorosi e ben strutturati – promessa di una fioritura impetuosa – anche se qualche rametto rinsecchito o contorto, che rivela cicatrici mal rimarginate e dannose, ne compromette l’armonia. Servirà una potatura intelligente, penso.

A farmi innamorare del manoscritto, al di là dei difetti, è la forza che sprigiona. “Una bestia rara”, l’espressione con cui l’autrice lo presenta, rende bene l’idea.
Protagoniste dei racconti, una serie di figure femminili tra l’umano e il bestiale. Vi sono re, regine e figlie di re [?]. Rubando da quanto scrissi poi per la quarta di copertina: “Sono queste ultime, le figlie, le vere protagoniste: soggette solo a se stesse e al richiamo del sangue, arse dall’eros ma libere dal giogo maschile o, al più, indocili spose o in procinto di diventarle…”.

La forza, dunque. Ma sentivo che qualcosa non andava. Il ritmo della narrazione procedeva spezzato e volevo capire perché. Mi sentii con l’autrice. Era sorpresa che il manoscritto avesse suscitato il nostro interesse. Altre case editrici, mi disse, non l’avevano preso in considerazione: troppo sofisticato, troppo lontano dai gusti correnti dei lettori, con tutte quelle inversioni sintattiche, quei termini desueti o addirittura inventati, le iperboli, le allitterazioni, i chiasmi che combinano con allitterazioni: “mentre la strega cambiata in vecchia riso rideva di scimmia” e altro ancora… Lei stessa si era convinta, dietro il consiglio di un editor, di riscrivere tutto in forma più corrente. Adesso era chiaro: le zeppe, gli inciampi nel fluire ipnotico del testo erano dovuti al tentativo di “normalizzarlo”, facendolo rientrare nei canoni della narrativa standard. Lo standard, però, non ci interessava. Volevamo l’originale, con impresso il timbro autentico dell’autrice.
Mi mandasse dunque la prima versione, quella non edulcorata. Elementare operazione di recupero filologico. 

Elementare, mica tanto: l’originale non esisteva. Non più. Incredibile! Nell’era dell’informatica, l’autrice non ne aveva salvato una copia nella memoria del suo computer. Ci aveva scritto sopra! Peccato capitale. Peccato anche per noi, che perdevamo un testo promettente. Glielo dissi, e lei mi gelò. Gelò in senso positivo: “Ce l’ho tutto nella testa”, disse.
Scrivere, per Simona, era un fatto musicale, e ricreare il tessuto originale dei racconti non era impossibile: bastava lasciasse cantare il cuore e le “Selvagge” sarebbero resuscitate intatte dal loro limbo.

Non volevo crederle. Una cosa del genere, che io ricordassi, era riuscita altre volte, ma in epoche lontane, dominate dall’oralità. Secondo una tradizione, i primi sette canti dell’Inferno, rimasti a Firenze, furono ricreati in questo modo da Dante Alighieri durante l’esilio veronese. Dino Campana riscrisse di sana pianta i suoi Canti orfici, dopo che Ardengo Soffici, a cui li aveva spediti, li smarrì tra le sue carte. Ma era nel 1913! Nel 2019, chi possedeva più una simile memoria? E invece…

Tornando alle mail, è dei primi di settembre l’arrivo della “nuova” (in realtà, la primitiva) versione di Selvagge. Ancora da limare. Lavoro che ha impegnato l’autrice e il sottoscritto per molte settimane, prima che subentrassero Claudia Maschio e Dario Giansanti con l’impaginazione.
Da notare che, anche dopo, altri ritocchi sostanziosi sono stati approntati, per i ripensamenti dell’autrice, mai soddisfatta (per inciso: arrivati a questa fase, non si dovrebbero mai accettare modifiche, ma tant’è, a Vocifuoriscena siamo fatti un po’ così…). E il titolo. Selvagge, poco musicale, infine fu soppiantato da Indomite, con quel bell’accento sulla terzultima.
E la scelta della copertina, e il fascio degli ancora nuovi ritocchi…
Tante cose resterebbero da dire dell’opera certosina che ha portato il libro alla sua veste attuale.
Un libro compatto, senza incrinature. Affascinante e da leggere, senz’altro.

Franco Ceradini


 

mercoledì 21 ottobre 2020

Come nasce un libro: Il funerale di Edward Block

 



Qualche anno fa un’amica, che lavora per una grossa casa editrice italiana, mi disse: «Senti, ho letto il romanzo di un ragazzo, Zeno Toppan, e mi sembra molto promettente». 
«Bene, mi fa piacere. Quando lo pubblicate?»
Silenzio. Dopo una decina di secondi, ecco la risposta: «Io credo che ogni romanzo abbia bisogno della casa editrice giusta, non so se mi spiego…». 
Ci misi un attimo a fare due più due. Primo, la mia amica non intendeva proporlo alla casa editrice per cui lavorava. E, di conseguenza, lo stava proponendo a me. 
Ma perché?
«Perché le grandi case editrici vogliono vendere, commercializzare», mi rispose. «Invece a voi non importa nulla dei soldi.»
Oddio, anch’io devo arrivare alla fine del mese… Ma come rifiutare?

Il funerale di Edward Block???

Quando arrivò il manoscritto di Zeno Toppan, mi incuriosì il titolo. Pensai che ci voleva del coraggio per sceglierne uno simile, e anche che, nel caso avessi pubblicato il romanzo, lo avrei cambiato di corsa. 
Lessi la sinossi, qualche pagina random e ne rimasi colpita. 
In quel periodo, tuttavia, stavo già lavorando ad altri due editing, così passai Il funerale di Edward Block a un selezionatore di Vocifuoriscena. 
«L’incipit non funziona, devo proseguire?», questo il riscontro che ricevetti dopo una settimana. 
Gli dissi di lasciar perdere, volevo occuparmene io: per esperienza, so che gli incipit dei romanzi sono il punto dolente di ogni scrittore, così come tante volte i finali di capitolo. 
In effetti le prime pagine erano un po’ ridondanti, non arrivavano al dunque con la giusta immediatezza. 
Continuai ugualmente a leggere.
Ogni tanto inciampavo in qualche passaggio (e mi segnavo a lato “da migliorare,”), tornavo indietro a rileggere, annotavo appunti, e mi ponevo dubbi uno dietro l’altro.
Mi rendevo conto che la struttura c’era, che la trama riusciva a calamitarmi, ma ogni volta che mi confrontavo con gli altri “addetti ai lavori” di Vocifuoriscena sentivo sempre la stessa tiritera: «Sei sicura di volerlo pubblicare?». 
Sicura no, non lo sono mai. Ma sentivo che non era il caso di mollare.

Cosa mi ha convinto

A tratti Edward Block mi ricordava Bartleby lo scrivano, l’uomo insignificante, metodico e a suo modo ribelle di Melville, o meglio ancora il giardiniere Chance nel romanzo Being There (in italiano Presenze) di Jerzy Kosinski (consacrato al successo dalle strepitose interpretazioni di Peter Sellers e Shirley MacLaine nel film Oltre il giardino).
Con una differenza: Edward Block, una volta diventato – con suo immenso stupore – un artista di fama mondiale, sa benissimo cosa significa.
Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce il suo travaglio interiore: era questo che voleva?
E, se sì, a che prezzo?
Nel romanzo c’erano dubbi, non una verità a portata di mano. C’era lo sguardo di un artista sul mondo e la sua pochezza.
O almeno è questo che ho visto io. 

Il lavoro di editing

Seppur ormai decisa a pubblicare Il funerale di Edward Block, mi rendevo conto che alcune ingenuità e spiegazioni di troppo rischiavano di appesantirlo. 
Così ne parlai a Zeno Toppan: dei passaggi andavano rivisti, soprattutto l’incipit. 
Devo dire che rimasi stupefatta dalle sue parole: «So bene di avere ancora molto da imparare: lavoriamo insieme a rendere migliore il mio romanzo, se sei disposta a farlo». 
Ma come?
Non era uno dei soliti autori supponenti che si inalberano se solo gli contesti una virgola?
Mia risposta: «Dammi del tu. E cominciamo». 
Dopo tre mesi di confronto, lavoro di limatura e sistemazione, Il funerale di Edward Block era pronto per la pubblicazione.
E, inutile dirlo, a quel punto avevo compreso che il titolo scelto da Zeno Toppan era perfetto.  


lunedì 19 ottobre 2020

Comunicazione vincitori concorso letterario "Scriviamo il futuro"

 

“Scriviamo il futuro”: ecco i vincitori

Nato da un progetto condiviso tra Vocifuoriscena, il web magazine Duegradi e gli attivisti di Fridays for future Verona, e il concorso letterario “Scriviamo il futuro” è stato pensato per dare voce a chi avverte l’emergenza climatica come un problema non procrastinabile. 
L’idea di sensibilizzare attraverso la letteratura è uno dei tanti modi per superare la coltre di indifferenza che spesso accompagna i comportamenti personali; ma anche di sfatare i negazionisti dei cambiamenti climatici, che sempre più spesso si oppongono alla scienza come se i suoi risultati costituissero mere opinioni.

I risultati del concorso

Nonostante sperassimo in qualche sorpresa positiva, nessun romanzo si è rivelato all’altezza delle aspettative. 
E, tra i tanti pervenuti, solo quattro racconti a nostro avviso meritano la pubblicazione in una raccolta, che sarà coedita da Vocifuoriscena e Duegradi. 
Abbiamo scelto, nella speranza di disincentivare almeno un po’ la competizione tipica del nostro sistema malato, di non stabilire alcuna classifica, ma di considerare i quattro racconti a pari merito. In ordine alfabetico:

1. Michele Cannas Azzurro e grigio

2. Luca Fancello Sui campi di Chiliama

3. Donatella Salvetti Il topografo

4. Andrés Vicentini Il nulla è relativo

Nei prossimi due mesi verrà effettuato un lavoro di editing sui racconti, in concerto con gli autori, e una volta pronta la pubblicazione della raccolta ve ne daremo notizia.

domenica 18 ottobre 2020

Icaria


Lo scrittore di romanzi, si sa, vola alto. Si potrebbe paragonare a Icaro, il che, specialmente in relazione all’esito della celebre bravata di costui, non depone propriamente a favore di chi si lanci in imprese troppo ardite. Il rischio di lasciarci le penne, alla lettera, è molto alto. A impallinare l’autore di romanzi (per non dire di racconti, di poesie…) è quasi sempre il selezionatore. Figura temutissima, sorta di Caronte. Sono pochissimi coloro che sopravvivono al suo vaglio. A quasi tutti gli scrittori, all’inizio della loro attività, sarà arrivata la lettera, in genere succinta, in cui con formule cortesi si annuncia che, nonostante gli indubbi pregi, ma a causa degli irrimediabili difetti, il manoscritto è stato rifiutato. Non sono pochi i grandi autori che, prima di essere riconosciuti tali, hanno subito questo affronto.

Bene. La vicenda che mi è capitata recentemente è andata in modo molto diverso.
Da qualche tempo affianco Claudia Maschio nella direzione di “Ciottoli”, la collana di narrativa di Vocifuoriscena, soprattutto nella scelta delle opere da pubblicare. Compito gravoso, simile per molti versi all’andar per funghi. 
Come per i funghi, infatti, serve levarsi all’alba e sfacchinarsi una scarpinata micidiale, arrampicandosi sui pendii per sentieri a volte quasi invisibili o addirittura aggrappandosi alle radici degli alberi. Se si è fortunati, e se da lì non è già transitata la torma dei vostri concorrenti, anche loro sguinzagliati per il bosco da prima del sorgere del sole, arrivati sui posti “buoni” potrete avere la vostra soddisfazione e portarvi a casa qualche buon porcino. 
Così va il mondo dei cercafunghi. 
E così vanno le cose per i lettori di manoscritti. La prima selezione va via veloce: basta una rapida scorsa per orientarsi. Se proprio non funziona, il manoscritto viene messo da parte rapidamente. Inutile fingere: ne arrivano così tanti che, per non restare bloccati, è inevitabile affidarsi in prima istanza all’intuito. Con qualche benevolenza nei confronti del selezionatore, si potrebbe pensare a una sorta di fiuto: anche il cercafunghi esperto sa cogliere nell’aria umida del mattino l’aroma inconfondibile del porcino. In questo caso, si ferma e si guarda in giro, perlustrando con accuratezza ogni anfratto. In caso contrario, passa ad altro. Così per i manoscritti. 
Quelli che passano la prima cernita (che viene effettuata da Claudia), finiscono nella cartella “da_leggere” del PC. La lista mi arriva in genere nel cuore della notte (Claudia, al contrario del sottoscritto, non si alza all’alba: lei all’alba se mai va a dormire…). Si procede in ordine di arrivo, in modo da non far torto a nessuno, e dopo aver chiarito i tempi di valutazione – che variano a seconda delle opere in coda – e chiesto agli autori di avvisarci nel caso prendessero accordi con un’altra casa editrice. 
Ottenuta la loro assicurazione, si passa alla lettura. Se va bene, due, tre settimane di levatacce. A volte meno, a volte di più. Non lo nego, devo anche fare i conti con la mia pigrizia (non sempre scatto puntuale al suono della sveglia) e con le mille incombenze domestiche: pare impossibile, ma con l’arrivo della pensione si sono moltiplicate… Ogni manoscritto, poi, fa storia a sé, e tra il capolavoro intoccabile e il romanzo che zoppica irrimediabilmente c’è un’amplissima “zona grigia” che comprende testi che per vari motivi non possono essere pubblicati così come sono e che pure meriterebbero di esserlo (con tutta una serie di interventi di cui parlerò prossimamente…).

Ma veniamo al dunque. Qualche tempo fa mi è capitato di leggere un testo piuttosto pregevole. L’autore, chiamiamolo Icaro. Struttura originale: vari episodi di intonazione surreale, indipendenti ma annodati insieme da un filo comune, con personaggi che sembrano smarrirsi per poi ricomparire poco oltre, in un nuovo contesto. Anche il resto era convincente: buone descrizioni, ritmi incalzanti il giusto e senza cadute, linguaggio pulito e appropriato, con qualche guizzo di originalità. Insomma, da pubblicare. Nella scala di colori della nostra griglia, decisamente sul “grigio chiaro”.
Mi confronto con Claudia. Anche da lei parere decisamente positivo (ma già l’aveva scorso al suo arrivo e se n’era fatta un’idea). Anzi, come mi aspettavo, vista la sua inclinazione al surreale, mi chiede di curare personalmente l’editing, con tutto quello che segue: ritocchi, aggiustamenti, controlli e ricontrolli incrociati (i refusi!). Favore che le concedo senza rimostranze. Ne uscirà, siamo sicuri, un buon libro.
A questo punto, resta da contattare l’autore e prendere i necessari accordi. A stretto giro, trovo sul cellulare un WhatsApp di Claudia: “Non ci crederai, vai a questo link…”. Vado e trovo il nostro manoscritto. Copertinato e in vendita su Amazon. Da non crederci, in effetti: in venti giorni, dalla nostra email di preavviso, Icaro è riuscito nell’impresa di trovare un altro editore, passare il vaglio della lettura, revisionare il testo, scegliere la copertina e pubblicare, con ISBN e tutto. 
Complimenti! Tornando alla metafora del cercafunghi: trovato il posto buono, ma mentre si faceva sosta a dissetarsi dalla borraccia, qualcuno è passato e ha spazzolato il raccolto. Buon per lui.

E buon per Icaro. Buon viaggio…