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sabato 26 dicembre 2020

Storia di un romanzo: Ad bestias


Quando arrivò nella casella di posta dei Ciottoli la proposta di Mario Corte, diedi una rapida lettura alla sinossi e poi un’occhiata alla scheda biografica dell’autore. E lì rimasi senza parole: quell’uomo ne sapeva molto più di me di letteratura, avendo dedicato tutta la sua vita a scrivere, rivedere, tradurre opere. Oltre a essere autore e bibliografo dell’Istituto dell’Enciclopedia Italiana, curava da circa venticinque anni Il libro dei fatti, e aveva pubblicato in precedenza con case editrici quali Einaudi. 

Perché, allora, proponeva a noi il suo romanzo? 

Lo chiamai e glielo chiesi.
Mi rispose che le grandi case editrici lo avevano tutte deluso. Le loro erano mere operazioni commerciali, e Mario aveva invece bisogno di rivivere il grande passato, i tempi in cui erano editor come Calvino a decretare il bene o il male del panorama letterario italiano.
A quelle parole cercai di sprofondare, ma le leggi della fisica – impietose – me lo resero impossibile.
Bofonchiai che non mi ritenevo affatto all’altezza dei grandi del passato – Calvino, figuriamoci, il mio indiscusso idolo letterario! – e che faceva ancora in tempo a tornare sui suoi passi.
Mario liquidò le mie proteste con poche parole: “Claudia, veda se il romanzo funziona, se qualcosa va cambiato: mi faccia questo immenso favore”. 

La revisione

Il mio lavoro di revisione durò pochi giorni: a parte piccole incongruenze e qualche inevitabile refuso, Mario Corte ci aveva regalato un romanzo di rara originalità, e soprattutto di rara sensibilità.
Protagonista un bambino di sei anni – Michelino – dalla fervida immaginazione. E di contorno le bestie, che sono i suoi stessi familiari: una zia che lo usa per assecondare le sue perversioni, una nonna tirchia nell’animo, una madre scissa dalla realtà e un padre incapace di difenderlo.
Quel mondo, in cui il surreale di Michelino cercava di essere fatto in frantumi dalle bestie, mi colpì, ferì e anche risvegliò: è in nostro mondo, purtroppo. 

L’amicizia

Nel frattempo avevo avuto modo di conoscere meglio Mario: con lui ho parlato del romanzo, si intende, ma anche di tante altre cose, che mi hanno aiutato a comprendere di più sia lui, sia me stessa. E credo sia questo l’aspetto che amo maggiormente del mio lavoro: potermi confrontare con persone non solo interessanti, ma anche capaci di creare sintonie, visioni comuni, stimoli reciproci.
Per qualche giorno mi fece addirittura l’onore di essere mio ospite qui a Negrar, e spero solo che si sia trovato bene in questa gabbia di matti.
Durante la sua permanenza, presentammo Ad Bestias alla Libre! di Verona, e Mario riuscì a incantare i presenti con dettagli sul suo romanzo, ma soprattutto con la sua generosa umanità.
Un piccolo-grande successo, insomma. 

Uno spiacevole intoppo

Qualche giorno dopo venni contattata da una giornalista del giornale locale veronese – L’Arena – per un’eventuale recensione.
Portai alla signora in questione una copia del romanzo, ci intrattenemmo un po’ a parlare del panorama letterario italiano, ma anche di Mario Corte, di perché avevo scelto di pubblicarlo, e me ne tornai a casa con la piacevole sensazione di aver incontrato una persona che condivideva parecchio del mio modo di pensare.
Dopo soli due giorni, questa signora mi richiamò, invitandomi a tornare a casa sua.
Una volta lì mi disse, con fare contrito, che se avesse dovuto scrivere una recensione sarebbe stata per stroncare il romanzo.
“È nel suo diritto, faccia pure”, le risposi. “Ma posso sapere perché?”
“Perché ci sono delle frasi in inglese, e questo è un romanzo di letteratura italiana. Almeno aveste messo delle note…”
Non ci potevo credere, mi sa che sono impallidita. Tutto mi sarei aspettata, tranne una critica così fuori luogo.
Devo aver ribattuto con qualcosa come “Ma si tratta di poche battute, comprensibili anche da un ragazzino delle elementari”.
Fatto sta che la giornalista in questione non aspettava altro che un mio vacillare. “Ma come? La vedo disorientata. Non sa accettare le critiche? Mi sa che ha ancora molto da imparare sul lavoro di editrice. Guardi, guardi qua: questa è una recensione che sto preparando per Einaudi. E frasi in inglese manco mezza. Lo stile è stringato, niente divagazioni fantasiose.” 

C’era da ribattere? 

Mi sa di no. Le diedi ragione sul fatto che avevo ancora molto da imparare, cosa che ritengo vera tutt'oggi, e me ne andai salutando con perplessa gentilezza.
Per poi tornare a casa e ritrovarmi una mail piena di feroce ironia e sarcasmo bieco da parte della suddetta.
Ad bestias, che altro?

Claudia Maschio

domenica 29 novembre 2020

Indomite - La nascita

 

 

Come nasce un libro? Dalla penna dell’autore, ovviamente. Ma è un neonato: ha bisogno di essere accudito, a volte può anche essere prematuro, oppure può portarsi dietro il trauma di un lungo e difficile travaglio.
Ma torniamo al dunque. Precisamente, all’inizio della vicenda editoriale di Indomite, il libro di Simona Friuli che, dopo una sorta di “numero zero”, sta per uscire in una veste riveduta e corretta (ampiamente) per i tipi, come si diceva una volta, di Vocifuoriscena. 

Tutto comincia con una mail di Claudia Maschio, del 24 aprile 2019: “Se riesci, dai una lettura anche a questa proposta editoriale, piuttosto breve. Ho iniziato a leggere anch'io, ma non ti dico nulla per non influenzarti.” In calce, la mail dell’autrice, di qualche tempo prima: “Buonasera, sono Simona Friuli, e questa è la mia proposta editoriale. “Una bestia rara”, così mi piace definire il manoscritto che può essere ciò che cercate.”

Sono emozionato. Ancora non conosco bene i meccanismi che regolano l’attività della casa editrice e spero in cuor mio si tratti di qualcosa di facile facile. Errore. Selvagge (il titolo definitivo di Indomite venne molto dopo, in fase di prestampa) è un cespuglio spinoso, uno di quegli arbusti che a fine inverno si presentano scabri, anneriti dal gelo, ma vigorosi e ben strutturati – promessa di una fioritura impetuosa – anche se qualche rametto rinsecchito o contorto, che rivela cicatrici mal rimarginate e dannose, ne compromette l’armonia. Servirà una potatura intelligente, penso.

A farmi innamorare del manoscritto, al di là dei difetti, è la forza che sprigiona. “Una bestia rara”, l’espressione con cui l’autrice lo presenta, rende bene l’idea.
Protagoniste dei racconti, una serie di figure femminili tra l’umano e il bestiale. Vi sono re, regine e figlie di re [?]. Rubando da quanto scrissi poi per la quarta di copertina: “Sono queste ultime, le figlie, le vere protagoniste: soggette solo a se stesse e al richiamo del sangue, arse dall’eros ma libere dal giogo maschile o, al più, indocili spose o in procinto di diventarle…”.

La forza, dunque. Ma sentivo che qualcosa non andava. Il ritmo della narrazione procedeva spezzato e volevo capire perché. Mi sentii con l’autrice. Era sorpresa che il manoscritto avesse suscitato il nostro interesse. Altre case editrici, mi disse, non l’avevano preso in considerazione: troppo sofisticato, troppo lontano dai gusti correnti dei lettori, con tutte quelle inversioni sintattiche, quei termini desueti o addirittura inventati, le iperboli, le allitterazioni, i chiasmi che combinano con allitterazioni: “mentre la strega cambiata in vecchia riso rideva di scimmia” e altro ancora… Lei stessa si era convinta, dietro il consiglio di un editor, di riscrivere tutto in forma più corrente. Adesso era chiaro: le zeppe, gli inciampi nel fluire ipnotico del testo erano dovuti al tentativo di “normalizzarlo”, facendolo rientrare nei canoni della narrativa standard. Lo standard, però, non ci interessava. Volevamo l’originale, con impresso il timbro autentico dell’autrice.
Mi mandasse dunque la prima versione, quella non edulcorata. Elementare operazione di recupero filologico. 

Elementare, mica tanto: l’originale non esisteva. Non più. Incredibile! Nell’era dell’informatica, l’autrice non ne aveva salvato una copia nella memoria del suo computer. Ci aveva scritto sopra! Peccato capitale. Peccato anche per noi, che perdevamo un testo promettente. Glielo dissi, e lei mi gelò. Gelò in senso positivo: “Ce l’ho tutto nella testa”, disse.
Scrivere, per Simona, era un fatto musicale, e ricreare il tessuto originale dei racconti non era impossibile: bastava lasciasse cantare il cuore e le “Selvagge” sarebbero resuscitate intatte dal loro limbo.

Non volevo crederle. Una cosa del genere, che io ricordassi, era riuscita altre volte, ma in epoche lontane, dominate dall’oralità. Secondo una tradizione, i primi sette canti dell’Inferno, rimasti a Firenze, furono ricreati in questo modo da Dante Alighieri durante l’esilio veronese. Dino Campana riscrisse di sana pianta i suoi Canti orfici, dopo che Ardengo Soffici, a cui li aveva spediti, li smarrì tra le sue carte. Ma era nel 1913! Nel 2019, chi possedeva più una simile memoria? E invece…

Tornando alle mail, è dei primi di settembre l’arrivo della “nuova” (in realtà, la primitiva) versione di Selvagge. Ancora da limare. Lavoro che ha impegnato l’autrice e il sottoscritto per molte settimane, prima che subentrassero Claudia Maschio e Dario Giansanti con l’impaginazione.
Da notare che, anche dopo, altri ritocchi sostanziosi sono stati approntati, per i ripensamenti dell’autrice, mai soddisfatta (per inciso: arrivati a questa fase, non si dovrebbero mai accettare modifiche, ma tant’è, a Vocifuoriscena siamo fatti un po’ così…). E il titolo. Selvagge, poco musicale, infine fu soppiantato da Indomite, con quel bell’accento sulla terzultima.
E la scelta della copertina, e il fascio degli ancora nuovi ritocchi…
Tante cose resterebbero da dire dell’opera certosina che ha portato il libro alla sua veste attuale.
Un libro compatto, senza incrinature. Affascinante e da leggere, senz’altro.

Franco Ceradini


 

sabato 14 novembre 2020

Come nasce un romanzo: E sopra splendeva un cielo stellato


Intervista di Oliviero Canetti a Claudia Maschio

Gli anni che porto sulle spalle, tra letteratura e impegni universitari, mi hanno insegnato perlomeno una cosa: l’intervista a un autore non riuscirà mai a mettere davvero in luce i tratti fondamentali del suo romanzo. E, nel caso di E sopra splendeva un cielo stellato, l’operazione è ancor più ardua, perché si tratta di un romanzo surreale e insieme profondamente razionale. Stilisticamente una raffinata confezione, e poi dentro un regalo insolito, di quelli capaci di stupirti a più riprese.
Così ho deciso di impostare quest’intervista nel modo più semplice possibile: domande brevi, ma precise e, laddove necessario, incalzanti.

Claudia, raccontaci come è nato E sopra splendeva un cielo stellato?

Tutto è partito da un racconto, scritto nell’arco di due settimane, che racchiudeva il succo dei miei studi sull’etica, ma anche dagli scambi di vedute a tarda ora con Carlo Dalla Pozza, amico, amato, e per sempre nel mio cuore.
Non mi interessava pubblicarlo: era stato concepito per “divertire” alcuni amici, persone a me care, amanti della filosofia e del perenne dubbio interiore.

Un dubbio interiore che ti appartiene…

Wittgenstein ha scritto che il dubbio viene dopo la certezza. Un concetto che mi ha illuminato non sulla via di Damasco, ma in un viaggio in treno tra Verona e Trento. E che mi ha fatto rileggere tutta la mia vita, soprattutto l’infanzia, con occhi diversi.
Appartengo a una famiglia tradizionalista, fortemente cattolica. Mio nonno andava a messa tutte le mattine e, da piccola, mi obbligava a recitare il rosario: le preghiere prima di andare a dormire per me e i mei cugini duravano un’ora sana!
Ovviamente non eravamo sempre con i nonni, e resta il fatto che io li ho amati tantissimo. Mi mancano tantissimo.
Però c’era quella sporcatura lì. Quell’ingombrante presenza: Dio.

Ho come il sospetto che non tutti i lettori del blog apprezzeranno, ma mi interessa. Com’è andata a finire?

Per me, da bambina, Dio era un’indiscutibile certezza. Una di quelle certezze di Wittgenstein, indispensabili per far sorgere il dubbio.
Appena fatta la prima comunione, tenni un pezzetto di particola per darla alla mia criceta Enia: anche gli animali, secondo me, erano meritevoli della grazia di Dio.
Mia madre, quando glielo dissi, si mise le mani nei capelli e mi portò dal parroco, rossa in volto dalla vergogna. Don Gino mi fece un predicozzo poco convincente. Continuavo a chiedermi: se tutti siamo creature di Dio, perché i criceti no?
Di seguito – il dubbio dopo la certezza – mi posi molte altre domande, che divennero sempre più impertinenti via via che crescevo. Come fa una vergine a restare incinta? Se Dio ama le sue creature, perché tanto male nel mondo? Se siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio, anche Dio potrebbe fare l’amore? E, nel caso, con chi e perché?
Poi ho letto Darwin.

Poiché mi sembra tu abbia di gran lunga superato il confine dell’eresia, oso una domanda pressoché inevitabile: quanto condividi dell’affermazione di Dostoevskij “Se Dio non esiste, allora tutto è permesso”?

Grazie per questa domanda, che ci porta dritti nel mio romanzo. Anche perché è esattamente il suo punto di partenza: un mondo in cui è stato dimostrato, senz’alcun dubbio, che Dio è una bufala. E quindi tutti ritengono, come stuzzicava quel genio di Fëdor, che tutto sia permesso.
Va da sé che un mondo simile non può funzionare. Così troviamo, per garantire la pace sociale, negozi che vendono coscienze o sensi di colpa.
Ma anche questo non basta.

Certo che no, ma vorrei sentire il tuo perché.

Perché il dubbio non può essere qualcosa che decostruisce certezze pregresse, deve anche saper costruire nuove certezze, o nuovi modi di vivere. In questo caso, di eticità del vivere. Un percorso che io stessa ho compiuto, sia studiando, sia scontrandomi, facendo a pugni e poi pace con la realtà.
Insomma, credo non serva lo sguardo severo di un Dio o di un padre per comportarsi eticamente.
Come ebbe a dire Kant, serve “il cielo stellato sopra di me, e la morale dentro di me”.
In sintesi, sapere scientifico (conoscere l’universo, cosa che cerca instancabilmente di fare la fisica) ed etica autonoma, quindi consapevole e cercata.

Non anticipiamo altro su questo punto e veniamo ad aspetti squisitamente letterari. Il tuo amore per il surrealismo, in E sopra splendeva un cielo stellato, si spinge a una classificazione delle forme di vita senzienti, comprendendo anche gli oggetti, alcuni protagonisti del romanzo, come Vocabolario, Bar Sport e la Strada. Secondo te, cosa potrebbero dirci gli oggetti inanimati che non possono dirci gli esseri umani?

Io sono solita parlare con i miei due cani, ma anche con gli oggetti. Se è per questo, parlavo anche con i miei figli mentre li avevo in pancia e quando avevano pochi giorni. Ho continuato a farlo – vedi un po’ che strano – mentre li allattavo e crescevano poco a poco. Eppure non mi capivano, impossibile, quindi avrei dovuto stare zitta? O è solo immergendolo in un mondo linguistico che un bambino impara a parlare?
Con gli animali è la stessa cosa: non parli loro sperando che ti capiscano, ma per instaurare un rapporto. E metto la mano sul fuoco che i miei due cani capiscono un sacco di parole che dico loro! Le hanno imparate perché ho parlato con loro.
Ovviamente, quando un bambino è piccolo, o anche con un animale, sappiamo che non comprende effettivamente tutto quel che diciamo.
Ma con un oggetto?
Alla fine è la stessa cosa: cerchiamo di tessere rapporti con chi ci sta intorno, e gli oggetti, quando parliamo loro, di riflesso ci rispondono, come specchi. Allo stesso modo degli occhi di un neonato o di un cagnolino quando gli esprimiamo le nostre emozioni.
Se ho dato vita agli oggetti, da un punto di vista letterario, è perché questa scelta offre un inusitato ribaltamento del punto di vista sulla realtà. Lo stesso che viviamo tutti quando siamo capaci di esprimere, indipendentemente se ascoltati o meno, quel che siamo e pensiamo.

Perché il surreale in un romanzo che parla di etica?

Adoro il surrealismo, perché sa trasmettere in modo intenso suggestioni, pensieri, idee, mondi. Il simbolismo riesce a farlo limitatamente ai concetti, e per questo le semplici similitudini o piatte metafore mi stanno strette.
In un romanzo il surrealismo ha una forza travolgente: trasporta il lettore nel mondo che meglio conosce, quello onirico, di sua natura surreale, e gli racconta storie in sintonia con i sogni che fa ogni notte. Solo che in questo caso si ha una sorta di inversione del processo: si sta leggendo, non sognando, l’impatto è più forte e non si rischia di dimenticare la verità che il sogno voleva comunicarci.

Quale senso di colpa consiglieresti di acquistare?

Il senso di colpa sottende un concetto del peccato di stampo prettamente cattolico, e quindi assai poco in intimità con la sfera etica tout court.
Certo, potrei consigliare sensi di colpa rispetto ai comportamenti poco responsabili, per non dire menefreghisti, nei confronti dell’ambiente in cui viviamo. Oppure sensi di colpa che facciano vergognare per i soprusi e le violenze nei confronti di chi è più debole e indifeso, per l’indifferenza nei confronti di chi, per ragioni a me incomprensibili, viene ritenuto diverso.
Ma non servirebbe a nulla: il senso di colpa è un’arma a doppio taglio, che fa star male chi lo subisce e non sa cambiare la realtà.
Sono convinta che la sola strada sia il raggiungimento di una consapevolezza interiore.
Un imperativo kantiano che porti a considerare gli altri (il prossimo tuo) come un fine, e mai come un mezzo.

mercoledì 21 ottobre 2020

Come nasce un libro: Il funerale di Edward Block

 



Qualche anno fa un’amica, che lavora per una grossa casa editrice italiana, mi disse: «Senti, ho letto il romanzo di un ragazzo, Zeno Toppan, e mi sembra molto promettente». 
«Bene, mi fa piacere. Quando lo pubblicate?»
Silenzio. Dopo una decina di secondi, ecco la risposta: «Io credo che ogni romanzo abbia bisogno della casa editrice giusta, non so se mi spiego…». 
Ci misi un attimo a fare due più due. Primo, la mia amica non intendeva proporlo alla casa editrice per cui lavorava. E, di conseguenza, lo stava proponendo a me
Ma perché?
«Perché le grandi case editrici vogliono vendere, commercializzare», mi rispose. «Invece a voi non importa nulla dei soldi.»
Oddio, anch’io devo arrivare alla fine del mese… Ma come rifiutare?

Il funerale di Edward Block???

Quando arrivò il manoscritto di Zeno Toppan, mi incuriosì il titolo. Pensai che ci voleva del coraggio per sceglierne uno simile, e anche che, nel caso avessi pubblicato il romanzo, lo avrei cambiato di corsa
Lessi la sinossi, qualche pagina random e ne rimasi colpita. 
In quel periodo, tuttavia, stavo già lavorando ad altri due editing, così passai Il funerale di Edward Block a un selezionatore di Vocifuoriscena. 
«L’incipit non funziona, devo proseguire?», questo il riscontro che ricevetti dopo una settimana. 
Gli dissi di lasciar perdere, volevo occuparmene io: per esperienza, so che gli incipit dei romanzi sono il punto dolente di ogni scrittore, così come tante volte i finali di capitolo
In effetti le prime pagine erano un po’ ridondanti, non arrivavano al dunque con la giusta immediatezza. 
Continuai ugualmente a leggere.
Ogni tanto inciampavo in qualche passaggio (e mi segnavo a lato “da migliorare,”), tornavo indietro a rileggere, annotavo appunti, e mi ponevo dubbi uno dietro l’altro.
Mi rendevo conto che la struttura c’era, che la trama riusciva a calamitarmi, ma ogni volta che mi confrontavo con gli altri “addetti ai lavori” di Vocifuoriscena sentivo sempre la stessa tiritera: «Sei sicura di volerlo pubblicare?». 
Sicura no, non lo sono mai. Ma sentivo che non era il caso di mollare.

Cosa mi ha convinto

A tratti Edward Block mi ricordava Bartleby lo scrivano, l’uomo insignificante, metodico e a suo modo ribelle di Melville, o meglio ancora il giardiniere Chance nel romanzo Being There (in italiano Presenze) di Jerzy Kosinski (consacrato al successo dalle strepitose interpretazioni di Peter Sellers e Shirley MacLaine nel film Oltre il giardino).
Con una differenza: Edward Block, una volta diventato – con suo immenso stupore – un artista di fama mondiale, sa benissimo cosa significa.
Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce il suo travaglio interiore: era questo che voleva?
E, se sì, a che prezzo?
Nel romanzo c’erano dubbi, non una verità a portata di mano. C’era lo sguardo di un artista sul mondo e la sua pochezza.
O almeno è questo che ho visto io. 

Il lavoro di editing

Seppur ormai decisa a pubblicare Il funerale di Edward Block, mi rendevo conto che alcune ingenuità e spiegazioni di troppo rischiavano di appesantirlo. 
Così ne parlai a Zeno Toppan: dei passaggi andavano rivisti, soprattutto l’incipit. 
Devo dire che rimasi stupefatta dalle sue parole: «So bene di avere ancora molto da imparare: lavoriamo insieme a rendere migliore il mio romanzo, se sei disposta a farlo». 
Ma come?
Non era uno dei soliti autori supponenti che si inalberano se solo gli contesti una virgola?
Mia risposta: «Dammi del tu. E cominciamo». 
Dopo tre mesi di confronto, lavoro di limatura e sistemazione, Il funerale di Edward Block era pronto per la pubblicazione.
E, inutile dirlo, a quel punto avevo compreso che il titolo scelto da Zeno Toppan era perfetto.  


domenica 18 ottobre 2020

Icaria


Lo scrittore di romanzi, si sa, vola alto. Si potrebbe paragonare a Icaro, il che, specialmente in relazione all’esito della celebre bravata di costui, non depone propriamente a favore di chi si lanci in imprese troppo ardite. Il rischio di lasciarci le penne, alla lettera, è molto alto. A impallinare l’autore di romanzi (per non dire di racconti, di poesie…) è quasi sempre il selezionatore. Figura temutissima, sorta di Caronte. Sono pochissimi coloro che sopravvivono al suo vaglio. A quasi tutti gli scrittori, all’inizio della loro attività, sarà arrivata la lettera, in genere succinta, in cui con formule cortesi si annuncia che, nonostante gli indubbi pregi, ma a causa degli irrimediabili difetti, il manoscritto è stato rifiutato. Non sono pochi i grandi autori che, prima di essere riconosciuti tali, hanno subito questo affronto.

Bene. La vicenda che mi è capitata recentemente è andata in modo molto diverso.
Da qualche tempo affianco Claudia Maschio nella direzione di “Ciottoli”, la collana di narrativa di Vocifuoriscena, soprattutto nella scelta delle opere da pubblicare. Compito gravoso, simile per molti versi all’andar per funghi. 
Come per i funghi, infatti, serve levarsi all’alba e sfacchinarsi una scarpinata micidiale, arrampicandosi sui pendii per sentieri a volte quasi invisibili o addirittura aggrappandosi alle radici degli alberi. Se si è fortunati, e se da lì non è già transitata la torma dei vostri concorrenti, anche loro sguinzagliati per il bosco da prima del sorgere del sole, arrivati sui posti “buoni” potrete avere la vostra soddisfazione e portarvi a casa qualche buon porcino. 
Così va il mondo dei cercafunghi. 
E così vanno le cose per i lettori di manoscritti. La prima selezione va via veloce: basta una rapida scorsa per orientarsi. Se proprio non funziona, il manoscritto viene messo da parte rapidamente. Inutile fingere: ne arrivano così tanti che, per non restare bloccati, è inevitabile affidarsi in prima istanza all’intuito. Con qualche benevolenza nei confronti del selezionatore, si potrebbe pensare a una sorta di fiuto: anche il cercafunghi esperto sa cogliere nell’aria umida del mattino l’aroma inconfondibile del porcino. In questo caso, si ferma e si guarda in giro, perlustrando con accuratezza ogni anfratto. In caso contrario, passa ad altro. Così per i manoscritti. 
Quelli che passano la prima cernita (che viene effettuata da Claudia), finiscono nella cartella “da_leggere” del PC. La lista mi arriva in genere nel cuore della notte (Claudia, al contrario del sottoscritto, non si alza all’alba: lei all’alba se mai va a dormire…). Si procede in ordine di arrivo, in modo da non far torto a nessuno, e dopo aver chiarito i tempi di valutazione – che variano a seconda delle opere in coda – e chiesto agli autori di avvisarci nel caso prendessero accordi con un’altra casa editrice. 
Ottenuta la loro assicurazione, si passa alla lettura. Se va bene, due, tre settimane di levatacce. A volte meno, a volte di più. Non lo nego, devo anche fare i conti con la mia pigrizia (non sempre scatto puntuale al suono della sveglia) e con le mille incombenze domestiche: pare impossibile, ma con l’arrivo della pensione si sono moltiplicate… Ogni manoscritto, poi, fa storia a sé, e tra il capolavoro intoccabile e il romanzo che zoppica irrimediabilmente c’è un’amplissima “zona grigia” che comprende testi che per vari motivi non possono essere pubblicati così come sono e che pure meriterebbero di esserlo (con tutta una serie di interventi di cui parlerò prossimamente…).

Ma veniamo al dunque. Qualche tempo fa mi è capitato di leggere un testo piuttosto pregevole. L’autore, chiamiamolo Icaro. Struttura originale: vari episodi di intonazione surreale, indipendenti ma annodati insieme da un filo comune, con personaggi che sembrano smarrirsi per poi ricomparire poco oltre, in un nuovo contesto. Anche il resto era convincente: buone descrizioni, ritmi incalzanti il giusto e senza cadute, linguaggio pulito e appropriato, con qualche guizzo di originalità. Insomma, da pubblicare. Nella scala di colori della nostra griglia, decisamente sul “grigio chiaro”.
Mi confronto con Claudia. Anche da lei parere decisamente positivo (ma già l’aveva scorso al suo arrivo e se n’era fatta un’idea). Anzi, come mi aspettavo, vista la sua inclinazione al surreale, mi chiede di curare personalmente l’editing, con tutto quello che segue: ritocchi, aggiustamenti, controlli e ricontrolli incrociati (i refusi!). Favore che le concedo senza rimostranze. Ne uscirà, siamo sicuri, un buon libro.
A questo punto, resta da contattare l’autore e prendere i necessari accordi. A stretto giro, trovo sul cellulare un WhatsApp di Claudia: “Non ci crederai, vai a questo link…”. Vado e trovo il nostro manoscritto. Copertinato e in vendita su Amazon. Da non crederci, in effetti: in venti giorni, dalla nostra email di preavviso, Icaro è riuscito nell’impresa di trovare un altro editore, passare il vaglio della lettura, revisionare il testo, scegliere la copertina e pubblicare, con ISBN e tutto. 
Complimenti! Tornando alla metafora del cercafunghi: trovato il posto buono, ma mentre si faceva sosta a dissetarsi dalla borraccia, qualcuno è passato e ha spazzolato il raccolto. Buon per lui.

E buon per Icaro. Buon viaggio…


domenica 11 ottobre 2020

Come si selezionano i romanzi?



Nella casella di posta dei Ciottoli arrivano ogni mese decine e decine di romanzi. Come prima cosa leggo la sinossi, poi la scheda dell’autore: poche informazioni che potrebbero sembrare ininfluenti rispetto al romanzo proposto, ma non è mai così, guarda caso. 

La sinossi

Per chi non lo sapesse, una sinossi è un breve sunto del romanzo. In massimo due pagine, un autore deve riuscire a spiegare i contenuti del romanzo stesso, i suoi punti di forza, la struttura della trama, e pure convincere che sia il caso di pubblicarlo. Non è una cosa facile, sia chiaro, e non è dall’efficacia di una sinossi che mi faccio un’idea sul romanzo. A volte, addirittura, mi colpisce favorevolmente l’arrancare nel cercare di spiegare l’inspiegabile, l’ammissione di non riuscirci. Perché, diciamolo, è triste condensare un lavoro che è costato mesi, forse anni, in poche righe. 
Quel che però mi colpisce sfavorevolmente è quando la sinossi è scritta con i piedi: sintassi sbracata come se si stesse al bar, punteggiatura con movenze da cubista inesperta, contenuti imbastiti su senza ago né filo, notizie sui personaggi alla stregua di rebus della “Settimana Enigmistica”. 
Oppure quando mi trovo dinanzi a quelle che chiamo sinossi pubblicitarie: «Un romanzo complesso, ma intrigante, che riesce a far guardare oltre l’apparenza delle cose e con un finale da far tremare i polsi». 
Spero capirete che declamazioni simili non andrebbero bene neppure per convincere un potenziale lettore della validità dell’opera, figuriamoci un editore! 
Quel che in redazione cerchiamo non sono slogan pubblicitari raffazzonati su, ma i contenuti – espressi sinteticamente – del romanzo. E va detto tutto, anche come finisce: le sorprese si riservano alle amanti, non a chi confeziona un regalo per loro. 
Mi rattrista che molti autori sottovalutino l’importanza della sinossi. Eppure è il loro biglietto da visita. E fa differenza presentarne uno dall’ortografia stropicciata e contenuti approssimativi rispetto a uno in frac, senza sbavature e in grado di affascinare. 


La biografia

Forse non tutti hanno la mia fortuna. Per campare, mi tocca fare più lavori. E, per esempio, se voglio propormi come baby sitter, sto sul pezzo: ho cresciuto due figli, amo i bambini, ho pazienza da vendere, scrivo fiabe e ne invento ogni altro minuto, cose del genere (e vere). 
Ora, perché uno che invia un romanzo a una casa editrice può pensare che abbia un qualche interesse se ha passato due anni a Panama e come mai è andato proprio lì? O che sa giocare a freccette e quante volte centra il bersaglio? 
La biografia viene richiesta per sapere qualcosa sulla persona che ha scritto l’opera inviata. Quali sono i suoi interessi culturali, se ha già pubblicato in passato, quali sono i suoi autori preferiti e generi di riferimento, sempre se ce ne sono. 
E anch’essa fa parte del biglietto da visita… 


La selezione

Per sette anni mi sono occupata pressoché da sola di dire l’ultima parola sulle opere che arrivavano. La responsabilità di scelte simili, almeno a mio parere, è immensa. E sono felice che adesso questa responsabilità sia condivisa con Franco Ceradini, che oltre a essere un critico letterario è una persona di rara sensibilità e cultura. 
Su ogni proposta letteraria – che entrambi leggiamo – ci confrontiamo, e talvolta non è affatto facile prendere una decisione. In questi casi rompiamo le scatole a Dario Giansanti, pietra miliare di Vocifuoriscena e una sorta di “già santo” (come il cognome suggerisce), visto che ci sopporta tutti. 
Ciò che adoro nei nostri confronti è che siamo, come dire, una scatola di cioccolatini assortiti. Punti di vista diversi, retaggi culturali variegati, sfumature di sensibilità a volte alla crema, altre alla nocciola o al rum. 
Ma è la pralina che finisce per metterci d’accordo: quel tocco di raffinatezza amalgamato alla sostanza che tutti e tre vogliamo e a cui non rinunceremmo per nulla al mondo. 
Fuori di metafora, se decidiamo di dire sì a un’opera, di pubblicarla, è perché ci ha convinto, rapito in qualche modo, ma soprattutto perché sa dire qualcosa di nuovo, la verità inattesa che mancava.