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domenica 12 settembre 2021

Video della lezione "Benedek Elek. Interprete dell'anima del popolo ungherese"


Cari lettori, vi segnaliamo il video relativo alla presentazione di Elisa Zanchetta dal titolo "Benedek Elek. Interprete dell'anima del popolo ungherese". Elisa ha curato la pubblicazione di una selezione di fiabe popolari (népmesék) raccolte dallo scrittore ungherese székely di Transilvania Benedek  Elek (Kisbacon, rum. Bățanii Mici, 1859-1929) dal titolo C'era una volta o forse non c'era. Fiabe cosmologiche ungheresi. La lezione è stata tenuta nell'ambito del corso di Lingua ungherese - prof.ssa Cinzia Franchi - DISLL, Università di Padova).

https://www.facebook.com/watch/?v=367564821200493

Buona visione!

domenica 20 dicembre 2020

"C'era una volta o forse non c'era...", la recensione del Giornale di Vicenza

 


14 fiabe tra donne e sciamanesimo

Le fiabe ungheresi. Un patrimonio di cultura e colore

Scritte da Benedek ora tradotte dalla misquilese Elisa Zanchetta



In foto: Elisa Zanchetta con l'inseparabile Mandy 
e il volume C'era una volta o forse non c'era...

Numeri che si ripetono, creature fantastiche, mondi strabilianti in cielo e nel sottosuolo. Un porcaro che su consiglio di un maialino chiede al re sette paia di calzari e sette abiti per arrampicarsi, in sette giorni, sull’albero che tocca il cielo e salvare la principessa rapita e trasportata lassù da un vento vorticoso.

Un castello di diamante, con settemila finestre e settemila gradini, che ruota sopra una zampa di gallo ed è abitato da un mostro serpentino a nove teste, dotato di parola e di un'intelligenza malvagia, che concupisce la giovane.

Sono solo alcuni degli affascinanti elementi cosmologici presenti in C'era una volta o forse non c'era..., raccolta di favole ungheresi curata e tradotta per la prima volta in Italia da Elisa Zanchetta di Mussolente, per la casa editrice Vocifuoriscena.

Il titolo replica l'insolito e caratteristico incipit della tradizione favolistica magiara: una formula che chiarisce come il il lettore venga catapultato in una realtà altra, un mondo in cui tutto e il contrario di tutto sembrano possibili e i confini tra fiaba e mitologia si confondono.

Proprio la curiosità per il mito ungherese, o meglio, per l'assenza di una mitologia racchiusa in un testo unitario, è alla base del lavoro della curatrice.

«Dopo essermi appassionata, da autodidatta, al finlandese e alla mitologia finnica, all'università decisi di studiare l'ungherese e di ricostruire la mitologia di quel popolo nomade di origine caucasica che si stabilì nella valle del Danubio alla fine del IX secolo», racconta Zanchetta. «Per riuscirci, oltre agli articoli pubblicati dagli studiosi, lessi anche l'opera di Benedek Elek, scrittore e giornalista che tra il 1894 e il 1896 raccolse il patrimonio fiabesco del suo Paese».

Per orientarsi nella ricerca, Elisa si era creata un glossario, ora trapiantato come parte integrante nella raccolta, e aveva raggruppato le fiabe in tre grandi filoni: sciamanesimo, figure femminili e albero cosmico. Suddivisione poi conservata nelle quattordici storie del libro, tutte con testo originale a fronte, chiuse da un "testamento morale" di Benedek, vero pedagogo per i lettori di ogni epoca.

Con il patrimonio di mille anni di fiabe, leggende e storie religiose, raccolte confrontandosi con studiosi e andando di villaggio in villaggio, Benedek racconta di un popolo in possesso di un'immaginazione coraggiosa, dotato di un linguaggio rispettoso del pudore e della morale e capace di fare di ogni favola un'opera letteraria. Un patrimonio unico che può essere letto dagli adulti e raccontato ai più piccoli.

 

Federica Augusta Rossi - Il Giornale di Vicenza

Link all'articolo scansionato: 

sabato 19 dicembre 2020

«Servono morale e cielo stellato», intervista a Claudia Maschio

 


«Servono morale e cielo stellato»

Editrice, filosofa e scrittrice: «Ho scritto un po' di tutto: dalle poesie alle sceneggiature teatrali». Il prossimo obiettivo: una fiera dell'editoria indipendente da organizzare a Verona in estate.

Cinema e teatro da un lato, scrittura e letteratura dall'altro. Era a un bivio Claudia Maschio, scrittrice, editrice, e filosofa: «Alla fine ha prevalso la passione per la scrittura. Ma erano due percorsi complementari: già da ragazzina mi dilettavo a scrivere piccole commediole, che recitavamo insieme ai miei amichetti», racconta.

Padovana di nascita, veronese di adozione: «Mio padre, medico, fu trasferito a Verona come primario di nefrologia all'ospedale di Borgo Trento; era il 1975, io avevo 12 anni, e la mia città è questa».
Vive in Valpolicella, Claudia, a Negrar insieme al marito Fabio, detto "Vecio Sacca" per la sua proverbiale lentezza nel gioco delle carte, ai due figli Clara e Elio, e ai loro inseparabili cani: «Li portiamo a passeggio su per la collina, in città non sarebbe possibile. In Valpolicella stiamo benissimo, l'aria è decisamente più pulita, la vita più sostenibile».

Studi al Liceo Scientifico Fracastoro, quindi la laurea in Sociologia a Trento e il dottorato in Filosofia della Scienza: «Più apprendimenti e più conoscenze hai, meglio riesci a trasmettere concetti di un certo rilievo». Il primo riconoscimento nel 1993, quando Claudia Maschio è tra i dieci finalisti del Premio Andersen: «Fiabe, sebbene ami di più lavorare su racconti e romanzi. Diciamo che ho scritto un po’ di tutto, dalle poesie alle sceneggiature teatrali». 
Esce il suo primo romanzo Oltre la superficie dello sguardo. In realtà, ci ha messo un bel po’ prima di pubblicarlo: «Non ero convinta, l’ho tenuto anni nel cassetto; non ho grande autostima ma se mi dicono che ciò che faccio, qualcosa, vale, allora un po’ ci credo». 

Tra il 2005 e il 2007 pubblica tre saggi, due sul Natale e uno sul Carnevale. Durante le ricerche, fa l’incontro che le cambia la vita professionale: «A Viterbo conobbi Dario Giansanti; fu lui a darmi delucidazioni sulle origini mitologiche del Natale». Si mettono a scrivere insieme, sentono il bisogno di maggior respiro, così decidono di farsi una casa editrice tutta loro, Vocifuoriscena: «Siamo partiti con 80 euro di budget, e all’inizio è stata molto dura. Abbiamo pubblicato in Italia romanzi stranieri sconosciuti e saggi di mitologia: siamo cresciuti, eravamo in due, oggi siamo in sei. Siamo di nicchia e di strada ne abbiamo da fare ancora molta, ma siamo su quella giusta».

Oltre ai romanzi stranieri e alla saggistica, c’è poi la collana di narrativa italiana: «Una ventina di autori; siamo molto selettivi e la concorrenza è davvero tanta. Siamo distribuiti in tutta Italia, ma ci rivolgiamo esclusivamente alle librerie indipendenti». Odio i film francesi, romanzo del veronese Luca Boschiero, potrebbe presto diventare un film: «Pietro Barana, mio compagno di liceo al Fracastoro, che oggi vive e lavora in Brasile, sta curando la sceneggiatura; io collaboro alla revisione. Sarebbe bello fosse interpretato da attori veronesi, sempre che non lo produca Netflix ovviamente…».

Eh già, perché le cose potrebbero anche andare così. Claudia intanto non ha certo smarrito la vena e continua a scrivere. E sopra splendeva un cielostellato, il suo penultimo lavoro, è frutto dei suoi studi di filosofia etica, in omaggio a Kant: «Morale e cielo stellato, i due elementi che oggi abbiamo perso. Mancano fiducia nella scienza e la morale intesa come applicazione di ciò che è giusto; diversamente, non ci berremmo tutte le fandonie che appaiono su internet e i social. Esempio, ne è il negazionismo in tempi di pandemia. La gente si è comportata bene durante la prima ondata, per paura; è bastato allentare le misure in estate, e si è visto cosa è successo».

Per il futuro non è ottimista: «Vorrei esserlo, ma faccio fatica. La casa brucia e non facciamo nulla. Prendiamo la questione ambientale; dovremmo ormai capire che così non si può andare avanti e che qualcosa va fatto per invertire la rotta e dare un futuro alle nuove generazioni. Una rivoluzione culturale parte da piccoli passi. Questo non significa tornare alle carrozze, ma trovare una strada meno consumistica, questo sì. Abbiamo tutto, e le nostre comodità stanno uccidendo il pianeta. Detto ciò, questo sistema socioeconomico è arrivato al capolinea».

Claudia, che con Dario Giansanti sta lavorando al prossimo romanzo, ha un obiettivo davanti. «Una fiera dell’editoria indipendente a Verona, città senza una vera e propria rappresentanza editoriale. Io ci credo molto. Speriamo possa partire già la prossima estate».
A giugno, sotto «un cielo stellato», con la benedizione di Kant.


Lorenzo Fabiano – Corriere di Verona


domenica 6 dicembre 2020

Video della lezione "Introduzione alla mitologia ungherese" (Parte I)

 


Cari lettori, vi segnaliamo il video relativo alla prima parte della presentazione di Elisa Zanchetta dal titolo "Introduzione alla mitologia ungherese". Elisa ha curato la pubblicazione di una selezione di fiabe popolari (népmesék) raccolte dallo scrittore ungherese székely di Transilvania Benedek  Elek (Kisbacon, rum. Bățanii Mici, 1859-1929) dal titolo C'era una volta o forse non c'era. Fiabe cosmologiche ungheresi. La lezione è stata tenuta nell'ambito del corso di Lingua ungherese - prof.ssa Cinzia Franchi - DISLL, Università di Padova).

https://www.facebook.com/watch/?v=987481091765087

Buona visione!

giovedì 26 novembre 2020

"C'era una volta o forse non c'era...", recensione di East Journal

 


Affezionati lettori, vi segnaliamo la recensione del nostro volume di fiabe popolari ungheresi intitolato C'era una volta o forse non c'era... Fiabe cosmologiche ungheresi, a cura di Elisa Zanchetta, scritta da East Journal, quotidiano online d'informazione su politica, cultura e società dell'Europa centro-orientale e del Vicino oriente.

Seguite il link... and enjoy your reading!

https://www.eastjournal.net/archives/112842





domenica 1 novembre 2020

"Thanathopia", recensione di Oliviero Canetti

 

Rubén Darío, Thanathopia. Racconti fantastici, esoterici e del terrore, a cura di Anna Laura Perugini


«...quella figura si voltò verso di me, scoprì il volto e, oh, spavento degli spaventi!, quel viso era vischioso e marcio; un occhio penzolava sulla guancia ossuta e putrida; arrivò a me un umore di putrefazione.
» (La larva)


Vi segnaliamo la recensione scritta dal professor Oliviero Canetti relativa al volume Thanathopia, opera dello scrittore nicaraguense Rubén Darío (1867-1916), una delle penne più influenti della letteratura ispanoamericana del suo tempo. 


La recensione 


«Era un bambino. Era immensamente buono... Né or­goglioso, né astioso, né ambizioso. Non aveva nes­­suno dei peccati angelici, lontano più di ogni altro dai pec­cati dia­bolici, non conosceva altri peccati che quelli del­la carne. La sua anima era purissima.» In queste parole, Ra­­món María del Valle-Inclán racchiuse lo spirito e il carattere di Rubén Darío, appena scomparso: tra i due grandi scrit­tori era corsa un’amicizia pari soltanto alla reciproca ammirazione. 

Definizione in fondo paradossale, in quan­­to il gran­de poeta nicaraguense si era formato sot­to il se­gno della bohème francese e del parnasse contem­po­rai­n. Aveva con­dotto una vita sregolata, ec­ces­siva, di­spen­­­diosa, destinata a portarlo a una pre­ma­tura morte per cirrosi epa­tica a soli quarantanove anni. Ciò nono­stan­te, Darío non era mai riuscito a raggiungere del tutto la sta­tura, a cui forse un po’ aspirava, di poeta “male­detto”. Come Edgar Al­lan Poe, di cui aveva un vero e proprio culto, o come Ver­­laine, soprattutto, ido­­latrato fin dagli anni della gio­­vinezza. Ma Val­le-Inclán aveva ra­gione: Rubén Darío era trop­po since­ro, ingenuo e generoso. La fiducia e la simpatia che suscitava contribuirono alla sua affer­ma­zione come poe­ta e valsero a perdonargli gli aspetti più con­troversi della sua esi­­sten­za.

Rubén Darío era un uomo fragile: cedevole ai vizi, sen­sibile al fascino femminile, non riuscì mai a trovare un equilibrio con i sensi di colpa dovuti alla sua edu­cazione cattolica. Era tutt’anima, nudo, indifeso. La sua fede, vissuta tra lacerazioni e tor­menti, si con­frontava quotidianamente con il so­pran­­naturale, il dia­bolico, il m­agico, si mescolava alle super­stizioni e al­le leggende del Nicaragua e traeva forza dai ter­rori e dagli incubi che lo tormentavano fin dal­l’in­fanzia. Il suo desiderio di pe­ne­trare nel mistero dell’in­co­no­sci­bile lo portò a cercare una risposta alle proprie an­sie nell’esoterismo, nella teo­­­so­fia, nello spiritismo. Credeva e discredeva a tutto, seguendo le sue inclinazioni, i suoi timori, la sua in­fal­libile bussola poetica, ma spesso con scarso senso criti­co. Le co­siddette “scienze occul­te” lo at­traevano in ma­niera mor­­­bosa ma pure, inevitabil­men­te, lo riem­pi­va­no di in­­quietudine e di angoscia: gli ricordavano l’ap­pros­si­mar­­si del mistero della morte, che egli rap­pre­sentava come una donna bellissima e algida, una Diana implacabile, trion­fante, eternamente vergine.

In queste cifre si racchiudono alcune delle numerose te­ma­ti­che che attraversano la sua poesia – che ha trasformato la letteratura spagnola e per la quale Darío è giu­stamen­te famoso –, ma che sono anche fondamen­tali nei suoi testi in prosa. Ingiustamente oscurati dalla grandezza dell’opera poetica, i racconti di Darío sono invece una parte indispensabile del suo mondo letterario. Simbolisti, surreali, a volte metafisici, mol­to spesso autobiografici, i racconti dariani attingono a piene mani a tutto l’armamentario post-romantico, decaden­­ti­sta e modernista. A partire dai testi giovanili, in cui il narratore rievoca il mondo meraviglioso della mitologia greca, riscrive le leggende cavalleresche, attualizza i racconti di fate, viene sedotto dagli scenari esotici­ delle Mille e una notte e ripropone una sensualità neopagana in chiave moder­na, il Darío ma­turo si avventura in ter­ritori più oscuri e inquietanti. Dagli apologhi “morali”, ispirati alla Bib­bia o alle leg­gende agiografiche, in cui predomina l’afflato mistico, si arriva al vero e proprio racconto del ter­rore, do­ve al­lu­cinazioni indotte dalle droghe, ma­te­rializ­zazioni se­­­­­polcrali, feno­me­ni inspiega­bili e presenze dia­boliche, uni­te a un opprimente, in­delebile senso del pec­cato e della morte, trasfor­ma­no il suo mon­­do di ninfe, fate e principesse in una successione di incubi ter­rificanti.


Quest’edizione in due volumi (Voce lontana e Thanathopia) dei racconti fantastici di Rubén Darío, la più ampia fino a oggi pubblicata nel nostro Paese, è grosso modo organizzata secondo una scan­­sione tematica e cer­ca di dissipare la matassa delle mol­teplici influenze cul­turali e umane che filtrarono nel vasto corpus prosastico del grande autore nicaraguense. La cu­ratrice, A. Lau­ra Perugini, qui alla sua prima espe­­rienza di traduzione professionale, si è affidata alla com­­­pe­tenza e al­l’intuito di Dario Chioli – scrittore egli stes­so, nonché profondo cono­scitore di letteratura mi­stica ed esoterica – per mettere a fuoco quelle “zone di confine” della poe­­tica dariana che, sol­tan­to negli ultimi anni gli stu­diosi han­no cominciato ad analizzare in ma­­­niera critica. 
Da parte mia, posso solo augurarmi che la curatrice, rispettando una promessa che le ho estor­to, ci conse­gni presto le traduzioni dei racconti ancora inediti di Rubén Darío.

Oliviero Canetti
Cagliari, 3 novembre 2016


Recensione del blog La libreria di Yely:


Per maggiori informazioni, seguite i nostri link!

Thanathopia: http://www.vocifuoriscena.it/catalogo/titoli-thanathopia.html
Voce lontana: https://www.vocifuoriscena.it/catalogo/titoli-voce_lontana.html




lunedì 19 ottobre 2020

Comunicazione vincitori concorso letterario "Scriviamo il futuro"

 

“Scriviamo il futuro”: ecco i vincitori

Nato da un progetto condiviso tra Vocifuoriscena, il web magazine Duegradi e gli attivisti di Fridays for future Verona, e il concorso letterario “Scriviamo il futuro” è stato pensato per dare voce a chi avverte l’emergenza climatica come un problema non procrastinabile. 
L’idea di sensibilizzare attraverso la letteratura è uno dei tanti modi per superare la coltre di indifferenza che spesso accompagna i comportamenti personali; ma anche di sfatare i negazionisti dei cambiamenti climatici, che sempre più spesso si oppongono alla scienza come se i suoi risultati costituissero mere opinioni.

I risultati del concorso

Nonostante sperassimo in qualche sorpresa positiva, nessun romanzo si è rivelato all’altezza delle aspettative. 
E, tra i tanti pervenuti, solo quattro racconti a nostro avviso meritano la pubblicazione in una raccolta, che sarà coedita da Vocifuoriscena e Duegradi. 
Abbiamo scelto, nella speranza di disincentivare almeno un po’ la competizione tipica del nostro sistema malato, di non stabilire alcuna classifica, ma di considerare i quattro racconti a pari merito. In ordine alfabetico:

1. Michele Cannas Azzurro e grigio

2. Luca Fancello Sui campi di Chiliama

3. Donatella Salvetti Il topografo

4. Andrés Vicentini Il nulla è relativo

Nei prossimi due mesi verrà effettuato un lavoro di editing sui racconti, in concerto con gli autori, e una volta pronta la pubblicazione della raccolta ve ne daremo notizia.