lunedì 19 ottobre 2020

Comunicazione vincitori concorso letterario "Scriviamo il futuro"

 

“Scriviamo il futuro”: ecco i vincitori

Nato da un progetto condiviso tra Vocifuoriscena, il web magazine Duegradi e gli attivisti di Fridays for future Verona, e il concorso letterario “Scriviamo il futuro” è stato pensato per dare voce a chi avverte l’emergenza climatica come un problema non procrastinabile. 
L’idea di sensibilizzare attraverso la letteratura è uno dei tanti modi per superare la coltre di indifferenza che spesso accompagna i comportamenti personali; ma anche di sfatare i negazionisti dei cambiamenti climatici, che sempre più spesso si oppongono alla scienza come se i suoi risultati costituissero mere opinioni.

I risultati del concorso

Nonostante sperassimo in qualche sorpresa positiva, nessun romanzo si è rivelato all’altezza delle aspettative. 
E, tra i tanti pervenuti, solo quattro racconti a nostro avviso meritano la pubblicazione in una raccolta, che sarà coedita da Vocifuoriscena e Duegradi. 
Abbiamo scelto, nella speranza di disincentivare almeno un po’ la competizione tipica del nostro sistema malato, di non stabilire alcuna classifica, ma di considerare i quattro racconti a pari merito. In ordine alfabetico:

1. Michele Cannas Azzurro e grigio

2. Luca Fancello Sui campi di Chiliama

3. Donatella Salvetti Il topografo

4. Andrés Vicentini Il nulla è relativo

Nei prossimi due mesi verrà effettuato un lavoro di editing sui racconti, in concerto con gli autori, e una volta pronta la pubblicazione della raccolta ve ne daremo notizia.

domenica 18 ottobre 2020

Icaria


Lo scrittore di romanzi, si sa, vola alto. Si potrebbe paragonare a Icaro, il che, specialmente in relazione all’esito della celebre bravata di costui, non depone propriamente a favore di chi si lanci in imprese troppo ardite. Il rischio di lasciarci le penne, alla lettera, è molto alto. A impallinare l’autore di romanzi (per non dire di racconti, di poesie…) è quasi sempre il selezionatore. Figura temutissima, sorta di Caronte. Sono pochissimi coloro che sopravvivono al suo vaglio. A quasi tutti gli scrittori, all’inizio della loro attività, sarà arrivata la lettera, in genere succinta, in cui con formule cortesi si annuncia che, nonostante gli indubbi pregi, ma a causa degli irrimediabili difetti, il manoscritto è stato rifiutato. Non sono pochi i grandi autori che, prima di essere riconosciuti tali, hanno subito questo affronto.

Bene. La vicenda che mi è capitata recentemente è andata in modo molto diverso.
Da qualche tempo affianco Claudia Maschio nella direzione di “Ciottoli”, la collana di narrativa di Vocifuoriscena, soprattutto nella scelta delle opere da pubblicare. Compito gravoso, simile per molti versi all’andar per funghi. 
Come per i funghi, infatti, serve levarsi all’alba e sfacchinarsi una scarpinata micidiale, arrampicandosi sui pendii per sentieri a volte quasi invisibili o addirittura aggrappandosi alle radici degli alberi. Se si è fortunati, e se da lì non è già transitata la torma dei vostri concorrenti, anche loro sguinzagliati per il bosco da prima del sorgere del sole, arrivati sui posti “buoni” potrete avere la vostra soddisfazione e portarvi a casa qualche buon porcino. 
Così va il mondo dei cercafunghi. 
E così vanno le cose per i lettori di manoscritti. La prima selezione va via veloce: basta una rapida scorsa per orientarsi. Se proprio non funziona, il manoscritto viene messo da parte rapidamente. Inutile fingere: ne arrivano così tanti che, per non restare bloccati, è inevitabile affidarsi in prima istanza all’intuito. Con qualche benevolenza nei confronti del selezionatore, si potrebbe pensare a una sorta di fiuto: anche il cercafunghi esperto sa cogliere nell’aria umida del mattino l’aroma inconfondibile del porcino. In questo caso, si ferma e si guarda in giro, perlustrando con accuratezza ogni anfratto. In caso contrario, passa ad altro. Così per i manoscritti. 
Quelli che passano la prima cernita (che viene effettuata da Claudia), finiscono nella cartella “da_leggere” del PC. La lista mi arriva in genere nel cuore della notte (Claudia, al contrario del sottoscritto, non si alza all’alba: lei all’alba se mai va a dormire…). Si procede in ordine di arrivo, in modo da non far torto a nessuno, e dopo aver chiarito i tempi di valutazione – che variano a seconda delle opere in coda – e chiesto agli autori di avvisarci nel caso prendessero accordi con un’altra casa editrice. 
Ottenuta la loro assicurazione, si passa alla lettura. Se va bene, due, tre settimane di levatacce. A volte meno, a volte di più. Non lo nego, devo anche fare i conti con la mia pigrizia (non sempre scatto puntuale al suono della sveglia) e con le mille incombenze domestiche: pare impossibile, ma con l’arrivo della pensione si sono moltiplicate… Ogni manoscritto, poi, fa storia a sé, e tra il capolavoro intoccabile e il romanzo che zoppica irrimediabilmente c’è un’amplissima “zona grigia” che comprende testi che per vari motivi non possono essere pubblicati così come sono e che pure meriterebbero di esserlo (con tutta una serie di interventi di cui parlerò prossimamente…).

Ma veniamo al dunque. Qualche tempo fa mi è capitato di leggere un testo piuttosto pregevole. L’autore, chiamiamolo Icaro. Struttura originale: vari episodi di intonazione surreale, indipendenti ma annodati insieme da un filo comune, con personaggi che sembrano smarrirsi per poi ricomparire poco oltre, in un nuovo contesto. Anche il resto era convincente: buone descrizioni, ritmi incalzanti il giusto e senza cadute, linguaggio pulito e appropriato, con qualche guizzo di originalità. Insomma, da pubblicare. Nella scala di colori della nostra griglia, decisamente sul “grigio chiaro”.
Mi confronto con Claudia. Anche da lei parere decisamente positivo (ma già l’aveva scorso al suo arrivo e se n’era fatta un’idea). Anzi, come mi aspettavo, vista la sua inclinazione al surreale, mi chiede di curare personalmente l’editing, con tutto quello che segue: ritocchi, aggiustamenti, controlli e ricontrolli incrociati (i refusi!). Favore che le concedo senza rimostranze. Ne uscirà, siamo sicuri, un buon libro.
A questo punto, resta da contattare l’autore e prendere i necessari accordi. A stretto giro, trovo sul cellulare un WhatsApp di Claudia: “Non ci crederai, vai a questo link…”. Vado e trovo il nostro manoscritto. Copertinato e in vendita su Amazon. Da non crederci, in effetti: in venti giorni, dalla nostra email di preavviso, Icaro è riuscito nell’impresa di trovare un altro editore, passare il vaglio della lettura, revisionare il testo, scegliere la copertina e pubblicare, con ISBN e tutto. 
Complimenti! Tornando alla metafora del cercafunghi: trovato il posto buono, ma mentre si faceva sosta a dissetarsi dalla borraccia, qualcuno è passato e ha spazzolato il raccolto. Buon per lui.

E buon per Icaro. Buon viaggio…


domenica 11 ottobre 2020

Come si selezionano i romanzi?



Nella casella di posta dei Ciottoli arrivano ogni mese decine e decine di romanzi. Come prima cosa leggo la sinossi, poi la scheda dell’autore: poche informazioni che potrebbero sembrare ininfluenti rispetto al romanzo proposto, ma non è mai così, guarda caso. 

La sinossi

Per chi non lo sapesse, una sinossi è un breve sunto del romanzo. In massimo due pagine, un autore deve riuscire a spiegare i contenuti del romanzo stesso, i suoi punti di forza, la struttura della trama, e pure convincere che sia il caso di pubblicarlo. Non è una cosa facile, sia chiaro, e non è dall’efficacia di una sinossi che mi faccio un’idea sul romanzo. A volte, addirittura, mi colpisce favorevolmente l’arrancare nel cercare di spiegare l’inspiegabile, l’ammissione di non riuscirci. Perché, diciamolo, è triste condensare un lavoro che è costato mesi, forse anni, in poche righe. 
Quel che però mi colpisce sfavorevolmente è quando la sinossi è scritta con i piedi: sintassi sbracata come se si stesse al bar, punteggiatura con movenze da cubista inesperta, contenuti imbastiti su senza ago né filo, notizie sui personaggi alla stregua di rebus della “Settimana Enigmistica”. 
Oppure quando mi trovo dinanzi a quelle che chiamo sinossi pubblicitarie: «Un romanzo complesso, ma intrigante, che riesce a far guardare oltre l’apparenza delle cose e con un finale da far tremare i polsi». 
Spero capirete che declamazioni simili non andrebbero bene neppure per convincere un potenziale lettore della validità dell’opera, figuriamoci un editore! 
Quel che in redazione cerchiamo non sono slogan pubblicitari raffazzonati su, ma i contenuti – espressi sinteticamente – del romanzo. E va detto tutto, anche come finisce: le sorprese si riservano alle amanti, non a chi confeziona un regalo per loro. 
Mi rattrista che molti autori sottovalutino l’importanza della sinossi. Eppure è il loro biglietto da visita. E fa differenza presentarne uno dall’ortografia stropicciata e contenuti approssimativi rispetto a uno in frac, senza sbavature e in grado di affascinare. 


La biografia

Forse non tutti hanno la mia fortuna. Per campare, mi tocca fare più lavori. E, per esempio, se voglio propormi come baby sitter, sto sul pezzo: ho cresciuto due figli, amo i bambini, ho pazienza da vendere, scrivo fiabe e ne invento ogni altro minuto, cose del genere (e vere). 
Ora, perché uno che invia un romanzo a una casa editrice può pensare che abbia un qualche interesse se ha passato due anni a Panama e come mai è andato proprio lì? O che sa giocare a freccette e quante volte centra il bersaglio? 
La biografia viene richiesta per sapere qualcosa sulla persona che ha scritto l’opera inviata. Quali sono i suoi interessi culturali, se ha già pubblicato in passato, quali sono i suoi autori preferiti e generi di riferimento, sempre se ce ne sono. 
E anch’essa fa parte del biglietto da visita… 


La selezione

Per sette anni mi sono occupata pressoché da sola di dire l’ultima parola sulle opere che arrivavano. La responsabilità di scelte simili, almeno a mio parere, è immensa. E sono felice che adesso questa responsabilità sia condivisa con Franco Ceradini, che oltre a essere un critico letterario è una persona di rara sensibilità e cultura. 
Su ogni proposta letteraria – che entrambi leggiamo – ci confrontiamo, e talvolta non è affatto facile prendere una decisione. In questi casi rompiamo le scatole a Dario Giansanti, pietra miliare di Vocifuoriscena e una sorta di “già santo” (come il cognome suggerisce), visto che ci sopporta tutti. 
Ciò che adoro nei nostri confronti è che siamo, come dire, una scatola di cioccolatini assortiti. Punti di vista diversi, retaggi culturali variegati, sfumature di sensibilità a volte alla crema, altre alla nocciola o al rum. 
Ma è la pralina che finisce per metterci d’accordo: quel tocco di raffinatezza amalgamato alla sostanza che tutti e tre vogliamo e a cui non rinunceremmo per nulla al mondo. 
Fuori di metafora, se decidiamo di dire sì a un’opera, di pubblicarla, è perché ci ha convinto, rapito in qualche modo, ma soprattutto perché sa dire qualcosa di nuovo, la verità inattesa che mancava. 



giovedì 18 maggio 2017

"45 giri", recensione di Anna Maria Balzano

L’illusione e l'inganno della “presa di coscienza”...
Anni sessanta a Roma. Quartiere Parioli. Avere diciotto o vent’anni in quegli anni e in quel quartiere significava poter sperare in un futuro di benessere e prosperità. C’era la passione per le moto e per la musica, le riunioni con gli amici nelle “cantine”, le sigarette sempre accese, i primi amori incerti e appassionati. Questo era il mondo di Filippo, detto Fil dagli amici, Pippo dai familiari, il protagonista di 45 giri, l’ultimo romanzo di Alessandro Vuccino, e questo era il mondo di Valeria, esile e minuta, ma decisa e determinata. E poi c’era Alberto, un po’ più vecchio, di altra estrazione sociale, ma saggio e esperto nel riparare e truccare moto e automobili. Sullo sfondo la Roma di Piazza Euclide e Villa Glori, di Vigna Clara e della collina Fleming. Tra ore dedicate frettolosamente allo studio e ore trascorse con gli amici, tra estati passate al mare in località alla moda, la vita di questi ragazzi sembrava scorrere al riparo dai veri problemi esistenziali che erano al contrario al centro di un’altra gioventù, quella emarginata del sottoproletariato urbano, già descritta nei Ragazzi di vita e in Una vita violenta da Pier Paolo Pasolini. Proprio queste due realtà furono in quegli anni destinate a scontrarsi sul piano ideologico e politico dando luogo a contestazioni e lotte di classe. Molti furono i giovani che si appassionarono alla politica, molti tuttavia rimasero sopraffatti da dubbi e incertezze. 



Le ultime bellissime pagine del libro di Vuccino sono illuminanti per quello che oggi ci appare come l’illusione e l’inganno di quegli anni di speranza: 
«Li vedi, loro? Loro vivranno un mondo diverso. Noi abbiamo visto solo l’inizio… Valeria, Cindy, si muoveranno in una società più giusta! È la forza della gente, delle masse. Saranno tutti guidati in modo migliore. I governi saranno costretti a dare ascolto al popolo. […] Ci sarà giustizia finalmente ed equità».
Oggi queste parole suonano come una cocente accusa e troppo facile e semplicistico sarebbe qui stabilire a chi vada attribuita la responsabilità di tale disillusione. Viene spontaneo infine chiedersi, dopo aver letto questo romanzo, cosa distingua i giovani di oggi da quelli di ieri. Alle generazioni più vecchie sentiamo sempre ripetere come il passato fosse migliore del presente, come i giovani di una volta fossero più motivati di quelli di oggi. Eppure di ciò esse sono in massima parte responsabili. 
L’estinguersi delle ideologie e un diffuso senso di rassegnazione rischia di trasformare la gioventù del passato, amante della musica e delle moto in una generazione di “sdraiati” come li ha definiti Michele Serra.
Con il piacevole espediente della fiction, Alessandro Vuccino ha scritto un interessante romanzo storico.

Anna Maria Balzano

Per saperne di più sul libro, v, scheda 45 giri

sabato 15 aprile 2017

"Il pescatore di frottole", recensione di Alice Torreggiani

 «Se c’è un unico modo di fare le cose giuste e pochissimi per porre rimedio alle cantonate, ve ne sono tantissimi di sbagliare, e gli errori, si sa, sono molto, molto più divertenti». Errori, assurdità, voli di fantasia: sono questi gli elementi che contraddistinguono la raccolta di racconti di Claudia Maschio, Il pescatore di frottole. 




Si tratta di dodici racconti e due filastrocche assolutamente originali e contemporanei. Apparentemente molto diversi l’uno dall’altro, poiché attingono a diverse tradizioni fiabesche, sono in realtà uniti da un filo conduttore, che attraversa l’intera raccolta in modo inequivocabile. Il tema comune è quello della diversità e del suo valore positivo e generativo. È infatti produttrice di significati, mondi e storie; è un seme che, se curato, crea vita. Ad essa si oppone l’omologazione, la normalità, l’ordinario, una realtà grigia e spenta che viene sconfitta da quella variopinta e luminosa del diverso. Diversità è anche sinonimo di fantasia e creatività, tratti distintivi di questi racconti. Fantasia e creatività che non scaturiscono solo dall’autrice nell’atto di plasmare mondi e trame, ma anche dai personaggi stessi, che tessono in questo modo le vicende. Un esempio lampante è Il paese degli errori, in cui l’essere normali, il fare le cose giuste, è considerato pura follia.
Un altro importante nucleo narrativo è l’antitesi fra soggettività e realtà, un duello eterno tra ciò che dovrebbe essere oggettivo e ciò che invece è frutto di elaborazione e visione personale. Questo è lampante in La finestra dei sogni, che presenta al lettore un bambino perennemente perso nelle proprie fantasie.
L’immaginario a cui immediatamente si pensa è quello di Calvino, per i paradossi e l’assurdità delle storie, che però assumono una parvenza di normalità per la disinvoltura con cui i fatti fuori dall’ordinario vengono trattati. Anche Piumini è una presenza costante, e in qualche modo rassicurante, con i personaggi imperfetti ma meravigliosi e le storie strampalate che non per forza necessitano di una spiegazione logica.
La raccolta si apre con Il pescatore di frottole, racconto che segue lo schema classico della fiaba e che per questo è molto vicino a Tecia, Tecin e Tecion, anch’esso impostato secondo lo schema propperiano delle narrazioni fiabesche. Il numero tre è centrale, come spesso accade nelle storie per l’infanzia, e non solo: è un numero magico, il numero perfetto. Il numero dei figli del pescatore che tentano di ottenere in sposa la principessa del mare, il numero dei fratelli che litigano per l’eredità lasciata dal padre defunto. Il numero dei tentativi che servono per imparare dai propri sbagli e crescere, per diventare eroi e raggiungere il lieto fine.
In Pimpinoli, La corte del Tagliapietra e La fiaba più bella troviamo invece un’importante componente fantasy e un ampio dispiego di streghe, fate, incantesimi e abilità straordinarie. 
Pimpinoli è un bambino con naso, orecchie, occhi e bocca enormi e ha quindi il vantaggio di percepire in modo amplificato il mondo, ma lo svantaggio di essere diverso dagli altri. Il che, come questo libro insegna, non è affatto uno svantaggio. 
La seconda fiaba ha per protagonista Arianna, una bambina di Venezia che, durante i suoi vagabondaggi con il fidato Chronos, si imbatte in un magico pozzo in cui vive una strega, dalla quale sarà messa alla prova. 
La terza fiaba, invece, vede una ragazza dalle incredibili doti di narratrice alle prese con l’invidia di una vecchia.
Di tutt’altro tipo sono Il compleanno del signor Pomodoro e Mezzopieno e Mezzovuoto, due episodi legati a un unico immaginario narrativo, in cui gli oggetti della casa, e in particolare della cucina, prendono vita all’insaputa degli inquilini. Essi assumono tratti caratteriali ispirati a quelli puramente materiali e fisici; sono però in grado di sostituire perfettamente i personaggi umani, creando un loro mondo completo e autonomo. 
Similmente accade in Il pianeta degli orologi e Il malefico mastro Tempo, anch’essi parti di un’unica storia. Questa volta ad animarsi sono mille e mille tipi di orologi, che vivono su di un pianeta tutto loro, dove paradossalmente il tempo non scorre o, quando scorre, fa brutti scherzi. Anche qui, ogni personaggio si caratterizza a seconda del tipo di orologio che è. 
La leggenda della lettera P, invece,  è un racconto un po’ a sé stante, poiché i protagonisti non sono persone, né oggetti, bensì lettere dell’alfabeto, e la storia si basa su uno scambio di lettere che dà origine a equivoci nel creare le parole. Si approda così a un divertente gioco di creazione di vocaboli, che ricorda molto le tecniche di produzione di storie che Gianni Rodari descrive nella sua Grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie. Si tratta di un processo altamente creativo e potenzialmente senza limiti, che stimola la fantasia dei bambini. E così il racconto diventa una sorta di trampolino di lancio per l’immaginazione del lettore, poiché gli offre la possibilità di continuare con questi atti di creazione. 
La lettera P annuiva piegando il capo. La C si avvicinò a lei e disse: “Non devi essere invidiosa. Sì, è vero, io sono nel cuore di tutti, e questo è importante. Ma tu sei nei pensieri di tutti e questo è altrettanto importante. E poi senza di te non ci sarebbero la pace, i propositi, le polpette e il pistacchio, e non si potrebbe parlare, pasticciare, pazzeggiare…”.
Questo passaggio racchiude il nucleo del racconto e dell’intera raccolta, perché mostra, in modo assolutamente efficace e per niente scontato, come l’unicità e la diversità siano fondamentali e come ognuno occupi un proprio ruolo nel mondo, che, proprio perché diverso dagli altri, è speciale. .


Per maggiori informazioni sul libro, Il pescatore di frottole.

lunedì 3 aprile 2017

"Ad bestias", recensione di Alice Torreggiani

«Mentre la zia lo riportava a casa, Michelino ebbe la sensazione che il suo corpo e la sua anima fossero due entità separate. Il corpo stava bene, ma l’anima era malata e gli faceva male. Non capiva dove, perché l’anima non aveva una forma, ma gli faceva male. […] Era come se la sua mente fosse rimasta bloccata in un certo momento di quel pomeriggio, e ora dovesse forzatamente imparare a funzionare in un modo nuovo e discordante da ogni meccanismo conosciuto». Michelino è un bambino di sei anni che, proprio all’inizio del romanzo, è costretto ad affrontare un forte trauma, un evento che lo porta a dover abbandonare il proprio stato di innocenza e a sentirsi in dovere di crescere, prendendo il posto di adulti che di adulto hanno solo l’aspetto e che non riescono a capire il suo dolore, né aiutarlo.  

Michelino mostra una spiccata fantasia e una passione per creare mondi e personaggi immaginari, in cui si immerge e con i quali interagisce con un realismo tale da renderli quasi veritieri agli occhi del lettore, sempre in bilico tra mondo fattuale e mondo onirico-fantastico. La difficoltà di tracciare un confine tra ciò che è reale è ciò che non lo è costituisce una delle principali caratteristiche del romanzo di Mario Corte, Ad bestias. È anche l’espediente attraverso cui si fa luce sull’interiorità dei personaggi, che si presenta come un intricato gomitolo di vizi e perversioni, di segreti e profonde mancanze, che si materializzano sotto forma di visioni, incubi e apparizioni, talvolta uscendo dal surreale per approdare nel reale. Si potrebbe parlare di realismo magico, tanto è pronunciata la sovrapposizione tra questi due livelli.



Questo non accade solo a Michelino, ma anche agli altri personaggi, in particolare Jole, la nonna paterna, colei che tiene ‒ o pretende di tenere ‒ le redini delle sorti dei propri figli. Il bambino è infatti l’occhio attraverso cui veniamo introdotti nella famiglia. Una famiglia straziata, non solo dalla scomparsa del figlio maggiore, morto durante la guerra, ma anche dalle avversioni e dal desiderio di vendetta e di prevaricazione che lega i suoi membri. I loro rapporti non si fondano sull’affetto, ma su un sistema di reciproca necessità di uno nei confronti dell’altro e, allo stesso tempo, di profondo odio e risentimento che questa necessità causa. La morte di Antonio ha lasciato un evidente vuoto, che nessuno degli altri figli riesce a colmare.
Il pater familias, Tommaso, è poco più che un’ombra, una presenza appena abbozzata che non ha la forza di arginare la prepotenza della moglie. Trascorre il suo tempo cercando di creare un medicinale prodigioso in grado di farlo ringiovanire e permettergli di tornare a recitare a teatro. A imbarcarlo in questa impresa è l’arrivo di Gaspare Senzaterra, misterioso uomo privo d’età, a conoscenza di segreti erboristici e presunto collaboratore del Führer. Senzaterra ricorda Melquíades almeno tanto quanto Tommaso ricorda José Arcadio Buendía, entrambi noti personaggi creati da Gabriel García Márquez in Cent’anni di solitudine, romanzo esponente del realismo magico.
Armando, il secondogenito, è un inetto perennemente indebitato ma adorato dalla madre, che lo ritiene semplicemente perseguitato dalla sfortuna. A sostenere economicamente la famiglia è infatti Mario, unico membro che sembra essere capace di emanciparsi ed essere indipendente dagli altri. Ha un lavoro, una moglie e un figlio, Michelino, che ama ma che non riesce, e non vuole, comprendere: il suo peccato è la cecità di fronte ai sentimenti del bambino, che lo turba e lo infastidisce quando comincia a dare segni di disagio. Si ostina a non voler vedere il suo dolore, perché costituisce un ulteriore problema, di cui non ha bisogno.

Ma il vero motore della famiglia è tutto femminile. Jole e Giunta, madre e figlia, invidiose e vendicatrici, con gli altri e fra di loro. Giunta è l’unica figlia femmina: incapace di tenersi un uomo a lungo, passa la sua vita tra il pettegolezzo e la ricerca di un marito abbiente, ed eredita l’astioso carattere della capofamiglia: «La madre le aveva insegnato tutti i piaceri più perversi: godere era godere dell’umiliazione degli altri, non del rapporto con gli altri, godere era piegare qualcuno come si piega un animale, trinciare la dignità degli altri dicendone tutto il male possibile, fino a fare delle loro anime delle pezze sanguinolente che non hanno più parvenza umana, dei tagli di carne da bollito, che avranno pure una vita loro, ma che devono servire solo da pasto. La madre era una cannibale. E Giunta non voleva essere meglio di lei. Sapeva di esserlo, o se non altro di averne l’aspirazione, ma non voleva. Odiava troppo quella madre per volerla superare, per diventare un essere umano. No: la madre doveva ritrovarsi di fronte esattamente il mostro che aveva creato, non intendeva redimersi per farle un favore».
Jole è invece completamente arida di sentimenti; se ne è liberata, disfatta. Lascia spazio solo all’odio e al risentimento che prova nei confronti del figlio Mario, troppo generoso e incline al perdono, sempre troppo pronto ad amarla: la donna non sopporta le sue qualità, anzi esse sono proprio il motivo per cui lo disprezza e lo ripudia. Ma è un disprezzo che nasconde un forte senso di inadeguatezza e d’inferiorità: lo rifiuta perché non è in grado di eguagliarlo. La sua totale ed esplicita rinuncia ai sentimenti umani la rende una sorta di moderna Lady Macbeth, che si libera della sua parte femminile e pietosa e assume le sembianze di una strega, una creatura della notte. Così accade a Jole, che si spinge fino all’estremo atto d’odio, con l’aiuto di un gruppo di zingare dall’aspetto demoniaco che non possono non ricordare le tre Sorelle Fatali di William Shakespeare. Compaiono nella nebbia di un paesaggio desolato proponendole una soluzione ai problemi che l’affliggono, sempre a metà strada tra finzione e realtà.

Il romanzo si chiude in modo circolare, tornando a un Michelino che è trascinato suo malgrado nel mondo degli adulti e reso partecipe dei vizi di cui è pregno. E il merito di Corte è proprio quello di accompagnare il lettore, in un modo assolutamente crudele e privo di giustificazioni, attraverso le perversioni e le debolezze dell’uomo, messe a nudo anche grazie a un uso misurato e sapiente dell’ironia, che sfiora ogni personaggio rivelandone la vera essenza. La sua natura malefica e bestiale.


Per maggiori informazioni sul romanzo, Ad bestias.

sabato 18 marzo 2017

Intervista a Flavia di Luzio, di Misterfolk

La seguente intervista a Flavia di Luzio, viene pubblicata per gentile concessione di Mister Folk.

I più attenti di voi avranno notato il prezioso lavoro di Flavia di Luzio sia sulle pagine di Mister Folk (sue la maggior parte delle traduzioni delle interviste con musicisti stranieri) che nei miei libri Folk Metal. Dalle origini al Ragnarök e Tolkien Rocks. Viaggio musicale nella Terra di Mezzo. Ma Flavia non è soltanto una traduttrice professionista, ma anche l’autrice di alcuni interessanti volumi che gli amanti del folklore, delle saghe e del Grande Nord non potranno che apprezzare. Vi lascio alle sue parole, buona lettura!



I lettori sicuramente conoscono il tuo nome per la collaborazione che abbiamo su queste pagine e per i libri che ho pubblicato nei quali tu compari come traduttrice ufficiale, ma ti chiedo di presentarti per le persone che non ti conoscono.

Ciao a tutti! Mi chiamo Flavia e lavoro da alcuni anni come traduttrice, proofreader e docente di lingue nordiche, inglese e italiano per stranieri. Nutro da sempre un forte interesse per le altre culture e sono una grandissima appassionata di musica, viaggi, arte e fotografia.

Come ti sei avvicinata all’heavy metal? Quali sono i tuoi gusti musicali e quali i gruppi che ascolti maggiormente? Ti piace il folk metal?

Mi sono avvicinata all’heavy metal all’età di quattordici anni e il merito è stato tutto di un negozio (il mitico Music Box di Pescara!) che da allora e per molto tempo a seguire è stato un luogo di ritrovo di qualità per appassionati del genere e non. Lì ho incontrato molte persone con cui condividere questa passione e soprattutto con cui scambiarci dritte musicali. Da allora la fiamma non si è più spenta, anzi sono riuscita a “contagiare” altri amici e persino i miei genitori. Tra le band che apprezzo ci sono indubbiamente i Finntroll, gli Arkona, i Falkenbach, i Månegarm, i Moonsorrow, i Moonspell, i Turisas, i Týr e i Vintersorg, anche se la lista potrebbe continuare all’infinito! Oltre al folk metal, che come si può intuire mi piace eccome, ascolto anche molto black e death metal (incluse rispettivamente le varianti symphonic e melodic) con particolare interesse per la scena nordeuropea. Devo dire che per carattere mi piace molto spaziare sia tra diversi sottogeneri del metal che tra generi musicali anche molto distanti gli uni dagli altri.

Quanta importanza dai ai testi della musica che ascolti, e sono questi in grado di farti apprezzare o meno una band?

Sicuramente i testi influenzano la mia percezione della band, visto che amo ascoltare musica in cui mi posso riconoscere. In ogni caso cerco di non farmi condizionare troppo e di guardare anche all’aspetto melodico, a mio avviso altrettanto importante. Penso di avere un approccio piuttosto equilibrato.

Sei una traduttrice di professione: com’è il tuo mondo lavorativo e ti senti danneggiata da chi si improvvisa in un mestiere per il quale non ha studi/certificati/esperienza adeguati?

Detto con la massima onestà non è un settore facile, anzi si avvertono tuttora diversi problemi legati sia alla percezione (spesso distorta, se non direttamente assente) che si ha di questa professione, che all’aspetto retributivo. La concorrenza non qualificata è solo una parte del problema, visto che certe pratiche malsane vengono portate avanti, il più delle volte in buona fede e senza che se ne rendano conto, persino da colleghi qualificati. Il nostro mondo lavorativo è, tra l’altro, molto variegato e attraversa numerosi campi, dall’editoria ai settori più tecnici, quindi è davvero importante imparare a orientarsi in quello che è di fatto un oceano di possibilità, ma anche di insidie. Un tasto dolente per esempio è il cosiddetto dumping visto che, soprattutto su determinati siti e database di categoria, si assiste di frequente a delle vere e proprie aste al ribasso in cui, pur di ottenere un lavoro, si arriva ad accettare di tradurre quasi gratis influenzando purtroppo negativamente tutto il mercato. Non di rado dietro tariffe così basse si celano anche lavori scadenti (spesso effettuati con Google Translate che – sfatiamo questo mito duro a morire – non è assolutamente paragonabile a un traduttore in carne e ossa professionale e referenziato), quindi occorrerebbe davvero un’opera di sensibilizzazione a tutto tondo che coinvolga professionisti della traduzione e clienti. In realtà, dal punto di vista della sensibilizzazione e della formazione, abbiamo conseguito risultati positivi nel campo della traduzione editoriale grazie a STRADE – Sindacato Traduttori Editoriali, di cui sono tuttora socio ordinario. Spero vivamente che le cose continuino a migliorare, considerando che il mestiere di traduttore è per me uno dei più belli al mondo e meriterebbe davvero il giusto riconoscimento sociale ed economico.

Quale è stato il tuo percorso di studi per diventare una traduttrice di professione? Quali sono stati i lavori che ti hanno dato maggiore soddisfazione?

Il mio percorso di studi ha avuto inizio nel 2004 presso la facoltà di Lingue e Letterature Straniere dell’Università di Bologna, dove ho conseguito la laurea triennale in Lingue e Letterature Straniere (curriculum Scienze del Linguaggio) e la magistrale in Lingua e Cultura Italiane per Stranieri. Entrambi i corsi di laurea mi hanno permesso non solo di portare avanti per tutti gli anni lo studio dell’inglese, del finlandese e del norvegese, ma di conoscere in maniera approfondita anche le relative letterature e filologie. In particolare mi sono concentrata molto sulla lingua finlandese e sulla filologia ugrofinnica (per un anno, proprio per ampliare le mie conoscenze in quest’area, ho deciso di studiare anche l’ungherese e di avvicinarmi da autodidatta all’estone), scegliendole come materie di laurea. A tal proposito, qualora tra i lettori vi sia qualcuno interessato agli argomenti che ho trattato, segnalo volentieri le pagine web della casa editrice spezzina Liber Iter, dove le mie tesi di laurea sono disponibili in formato ebook:

Lo studio del norvegese si è rivelato a sua volta cruciale perché mi ha permesso di conoscere da vicino un altro versante del mondo nordico e di affrontare con minor difficoltà lo studio dello svedese, che ora ho il piacere di insegnare ad altre persone.

Questa versatilità di interessi e di conoscenze a cavallo tra mondo ugrofinnico e scandinavo ha trovato poi il suo sfogo naturale nell’approdo alla redazione del Progetto Bifröst, portale di ricerca e divulgazione del patrimonio mitologico di ogni tempo e Paese, per cui curo tuttora la sezione ugrofinnica e i rapporti con la community di Facebook. È qui che ho potuto intensificare la mia attività di traduzione e di consulenza linguistica, motivo per cui reputo questa collaborazione una delle più soddisfacenti e stimolanti intraprese.

Per essere un buon traduttore è importante non solo il percorso universitario (che può essere vario e che fortunatamente nel mio caso già includeva una buona dose di pratica della traduzione) ma anche l’aggiornamento professionale e il contatto diretto con le lingue, motivo per cui ho cercato e cerco tuttora di fare il possibile per portare avanti parallelamente soggiorni all’estero (come accaduto per esempio nell’estate del 2012 quando ho vinto una borsa di studio per la scuola estiva di lingua e cultura finlandese organizzata dal CIMO in collaborazione con l’Università di Jyväskylä) e frequenza di corsi specialistici inerenti al mondo della traduzione e delle lingue in tutte le loro sfaccettature. Ovviamente il percorso descritto è stato fondamentale anche per formarmi come docente di lingue, tenendo presente che anche per l’insegnamento ho frequentato corsi e seminari specifici. Una cosa che comunque voglio sottolineare è che non si deve mai fare l’errore di ritenersi “arrivati”. Questi settori, così come la vita in generale del resto, richiedono un apprendimento continuo e soprattutto l’umiltà di sapersi mettere in discussione. Trovo che il confronto con i formatori e gli altri colleghi possa riservare belle sorprese e per esperienza personale posso dire che fare rete, oltre a essere piacevole dal punto di vista sociale e ricreativo, è un’ottima occasione di crescita professionale e personale.



Hai pubblicato per Vocifuoriscena il libro Gli dèi di Finlandia e di Carelia: di cosa tratta il volume e a chi senti di consigliarne la lettura?

Prima di tutto tengo a far presente che la pubblicazione del volume Gli dèi di Finlandia e di Carelia è frutto di un lavoro a quattro mani portato avanti insieme a Dario Giansanti, amico nonché direttore del Progetto Bifröst. Il suo contributo è stato preziosissimo. Entrambi abbiamo sentito l’esigenza di approfondire gli studi in area ugrofinnica, concentrandoci però soprattutto sulle fonti letterarie pre-kalevaliane per riscoprire parte degli aspetti originali degli dèi e degli eroi della tradizione finlandese e careliana. Il più antico documento sulla religione finnica è un peritesto poetico scritto da Mikael Agricola (1510-1557), primo vescovo finlandese della Riforma, come prefazione a una sua traduzione di alcuni salmi dell’Antico Testamento. Esso non solo delinea un quadro vivido delle divinità adorate in Häme e in Carelia, ma fornisce anche un ritratto inedito di alcuni dei futuri eroi del Kalevala, avvincente epopea nazionale finlandese di cui sicuramente avrete già sentito parlare. Nel nostro libro la traduzione del «canone» di Agricola – per la prima volta in lingua italiana –, diviene occasione per analizzare la mitologia finnica e i suoi personaggi sia nelle varie fasi del loro sviluppo storico, che nel quadro più ampio delle mitologie uraloaltaiche e dello sciamanesimo nord-euroasiatico. Mi sento di consigliare la lettura del volume non solo agli addetti ai lavori ma a chiunque sia in generale appassionato di letteratura e mitologia e nello specifico di cultura finlandese, anche considerando che i temi trattati sono riproposti molto spesso nei brani di numerosi gruppi musicali (metal e non) provenienti dalla Finlandia. Il libro è inoltre scritto in una lingua scorrevole che non si perde in troppi tecnicismi, quindi a mio avviso è molto adatto anche a chi si è avvicinato solo di recente a questi argomenti. Per ulteriori informazioni vi rimando volentieri al sito della casa editrice Vocifuoriscena.

L’epica finlandese ha influenzato molti gruppi musicali e tra questi, probabilmente, i più famosi sono gli Amorphis. Ti chiedo quindi cosa ne pensi del lavoro della band di Esa Holopainen e soci, e se ci sono altri gruppi che conosci e vuoi “raccomandare” ai lettori di Mister Folk.

Gli Amorphis mi piacciono moltissimo e qualche anno fa ho avuto anche la fortuna di vederli live proprio in Finlandia. Si tratta senza dubbio di uno dei gruppi più legati al folklore, motivo per cui i loro testi sono spesso trattati anche in ambiente universitario come esempio vivo di rapporto tra cultura delle origini e modernità. Si pensi solo a titoli come My kantele, Tuonela, Shaman e Sampo, anzi da questo punto di vista voglio citare anche i Korpiklaani con Shaman e Karhunkaatolaulu (“canto della caccia all’orso”). Partendo da queste canzoni potremmo parlare per ore di Kalevala, sciamanesimo e cultura finlandese! A proposito di dritte musicali, consiglio assolutamente di ascoltare i Värttinä, rinomato gruppo folk finlandese che riprende molti temi e strumenti musicali della tradizione.



Negli scorsi anni hai pubblicato diversi articoli e un libro insieme a Dario Giansanti dal titolo Kreutzwald e il Kalevipoeg: di cosa parla quest’ultimo?

Con Kreutzwald e il Kalevipoeg, pubblicato come ebook dalla già citata casa editrice Liber Iter, voliamo in Estonia alla scoperta del Kalevipoeg, epopea estone sorella del Kalevala sospesa tra il tempo assoluto del mito e quello ben determinato della storia. È qui che esseri soprannaturali, spade maledette e animali parlanti fanno da sfondo alla tragica crociata dei Cavalieri Teutonici i quali, nel XIII secolo, invasero le terre del Baltico, stabilendo le basi di una serie di dominazioni e tirannie destinate a durare fin quasi ai nostri giorni. Popolare nei temi, ma fortemente voluto e praticamente ricostruito a tavolino da due uomini, Friedrich Robert Fahlmann e soprattutto Friedrich Reinhold Kreutzwald, il Kalevipoeg rispecchia al meglio l’identità storica dell’Estonia ed è, inoltre, una limpida espressione delle ingiustizie che i popoli “minori” hanno dovuto subire fin dal loro affacciarsi nella storia, e della volontà di riscatto e di libertà che, da sempre, li ha animati.

Stai lavorando ad altre pubblicazioni, e in caso puoi rivelarci qualcosa?

Al momento non sto lavorando ad altre pubblicazioni ma è mia intenzione farlo quanto prima, anzi ho già qualche idea da sviluppare.

C’è un progetto che sogni di poter realizzare?

Insieme ad alcune amiche e colleghe con cui ho già collaborato in passato, abbiamo iniziato a lavorare alla creazione di una rivista online a tema nordico che abbraccerà diversi argomenti. Siamo ancora in piena fase ideativa quindi non posso svelare altri particolari, però il nome sarà sicuramente Nordlys, che in norvegese significa “aurora boreale” (lett. “luce del nord”).

Un altro mio obiettivo, che in parte si è già concretizzato, è quello di imparare una lingua orientale. Ho iniziato da un mese a studiare coreano ed è una scelta che rifarei mille volte perché mi sta stimolando tantissimo.

Come possono contattarti i lettori di Mister Folk?

Sono a completa disposizione per qualunque cosa al seguente indirizzo email: flavia.diluzio@studio.unibo.it

Per chi fosse interessato a seguire la mia attività o a conoscere meglio ciò di cui mio occupo, segnalo volentieri questi link:





È stato un piacere essere ospitata sulle pagine di Mister Folk! Ringrazio moltissimo Fabrizio per avermi proposto quest’intervista e i lettori per l’attenzione, anzi spero di avervi fornito qualche spunto interessante. Alla prossima! 

Si ringrazia Mister Folk per averci permesso di pubblicare l'intervista a Flavia di Luzio.