domenica 25 ottobre 2020

Ma gli ungheresi hanno un Kalevala?

 


Ma gli ungheresi hanno un Kalevala?

Questa è la domanda che ha dato avvio al mio affare con le fiabe popolari ungheresi. Ebbene sì, una semplice domanda, che ora mi fa arrossire al solo ricordo, tale è la sua aura di innocenza e infantilità, mi ha portato a dedicarmi assiduamente alla traduzione e all’analisi di un granello di sabbia dell’immenso patrimonio popolare magiaro. Ma cosa c’entra il poema epico finlandese con l’Ungheria e perché mai oso mescolare due culture sorelle, ma che da tempo abitano in alloggi separati?

Alienazione artica

Correva l’anno 2010 quando mi iscrissi alla facoltà di Lingue e letterature moderne dell’Università di Padova, scegliendo di dedicarmi allo studio della lingua tedesca e inglese, nonché alla filologia germanica. Da sempre appassionata di lingue, letteratura e mitologia, mi sentivo, finalmente, a mio agio. Ma non avevo fatto i conti con la mia fylgja ribelle e ferita: staccandosi nottetempo dal mio corpo mi conduceva attraverso le immense distese di betulle dell’Artico, tra renne e neve, dove mi potevo sentire aliena a me stessa. Aliena per il semplice fatto che non capivo il finlandese e mi sentivo cullare dal suonare di kantele e dai dolci dittonghi. Cominciai a sentire il bisogno di intraprendere un nuovo viaggio linguistico che mi portasse lontano, lontano dalla quotidianità, che mi aiutasse a staccarmi completamente dal dolore interiore che provavo in quel periodo. Decisi di iniziare a studiare finlandese da autodidatta, per gioco, per illuminare le mie notti insonni e cariche di presagi funesti. Il finlandese fu un vero toccasana, perché compresi una volta per tutte che il mio Lebensraum era fatto di lingue sempre nuove e con esse i loro miti. Investii i miei risparmi per iscrivermi a un corso di lingua finlandese a Helsinki e grazie a esso riuscii ad approfondire la mia, all’epoca sommaria, conoscenza del Kalevala. Da quel giorno iniziai a nutrirmi di korvapuusti, Kalevala e gradazione consonantica, a cui aggiungevo sempre un cucchiaino di Snorra Edda. La semplice infatuazione lasciò ben presto spazio a un profondo amore celeste: oramai il mio sogno boreale era ciò che mi permetteva di svegliarmi all’alba sempre con il sorriso.

La puszta sotto l’albero di Natale

Dopo quasi un anno di armonica convivenza con il finlandese, mi trovai di fronte alla possibilità di scegliere una terza lingua curriculare per il mio percorso universitario. Presi la decisione in una nebbiosa notte settembrina: avrei iniziato a studiare ungherese solo per puro interesse di comparazione linguistica e mitologica. Ero curiosa di poter comparare il lessico di due lingue ugrofinniche e, se fossi stata così brava, anche le loro strutture più profonde. All’inizio ero molto scettica: tutti quegli accenti e quei gruppi consonantici dell’ungherese non facevano per me. Arrancavo, ero in perenne ritardo con le esercitazioni, la grammatica ungherese era come un Kugelhupf carico di frutta candita: allettante e goloso alla vista, mattone calcareo da digerire per la sottoscritta. Quell’anno decisi che avrei trascorso le festività natalizie solo con l’ungherese: desideravo capire se eravamo fatti uno per l’altra, oppure se semplicemente non c’era affinità. E così ebbe inizio un grande amore per la grammatica ungherese, talmente profondo che ci scambiavamo bigliettini con messaggi grammaticali e ci sussurravamo all’orecchio la suffissazione dei suffissi locativi.

La grande delusione

L’Epifania si portò via una volta per tutte i miei dubbi e tornai a frequentare i corsi di lingua e letteratura ungherese con rinnovato interesse. Ora che iniziavo a leggere in lingua originale, avrei voluto saperne di più sulla mitologia magiara, ma non riuscivo a trovare nulla. Così un giorno mi arrischiai e chiesi alla mia docente se esisteva un Kalevala ungherese. Provo tutt’ora la pelle d’oca al ricordo della sua espressione allibita. La sua risposta fu che gli ungheresi non avevano un poema epico, non esisteva una mitologia ungherese: mi sentii travolta da centinaia di orde vichinghe, schiaffeggiata dal vento gelido sulla cima di un fiordo…

Il mio affare con la mitologia ungherese

Ma non mi detti per vinta. Iniziai a cercare nomi di antropologi e filologi ungheresi, così mi imbattei in Hoppál Mihály. Dai suoi articoli appresi ben presto che gli ungheresi non disponevano di carmi epici, ma che la loro mitologia era polverizzata in molte fonti popolari. Decisi che avrei iniziato proprio dalle fiabe popolari per ritrovare quella manciata di figure e luoghi mitologici ungheresi che a malapena conoscevo. Nel portale online MEK (Magyar Elektronikus Könytár, “Biblioteca elettronica ungherese”) trovai molto materiale raccolto da Benedek Elek, ma chi fosse questo signore io proprio non lo sapevo. Solo molto tempo dopo appresi con grande stupore l’importanza dell’opera di Benedek, grande personalità poliedrica e dinamica del Romanticismo magiaro.

Iniziai a leggere alcune fiabe e ne divenni ben presto dipendente. Adoravo leggerle a voce alta per cullarmi nella musicalità delle loro formule allitteranti, attendendo con loro lo spuntare dell’alba. Mi tennero compagnia anche quando la mia adorata nonna mi lasciò sola nella nostra Stube. Fu questa seconda grande perdita a farmi affezionare ancora di più all’ungherese. I fogli con i testi delle fiabe non erano solo carichi dei miei geroglifici con le traduzioni dei termini che non conoscevo, ahimè all’epoca troppi: erano macchiati di lacrime, stropicciati per la rabbia, si trovavano ovunque, anche in bagno e nel frigorifero. Mi arrabbiai con me stessa: non avevo condiviso con nessuno quelle poche conoscenze, perché non le avevo messe per iscritto. Solo allora mi resi conto che dentro di me avevo una pastasciutta di concetti e relazioni, un groviglio che mi avrebbe soffocata se non lo avessi dipanato e riavvolto, dandogli forma scritta. Non mi accontentavo più di leggere e capire, dovevo scrivere per mettere ordine dentro di me, schematizzare tutto ciò che apprendevo, per poterlo rendere usufruibile anche ad altri, fosse anche solo una fiaba oppure la descrizione di un essere mitologico da far leggere a qualche anima, per strapparla dalla quotidianità schiacciante, per donarle una coccola culturale. Così mi misi a lavorare a un glossario di personaggi e luoghi mitologici, un sandwich golosissimo per me, in cui mettevo tutte le informazioni che riuscivo a racimolare, traghettandole dall’ungherese all’italiano. Solo in seguito mi misi a tradurre le fiabe perché credevo che, un giorno, avrei potuto leggerle ai miei “nipotini”, educandoli ad apprezzare le lingue e le mitologie dei popoli.

 

mercoledì 21 ottobre 2020

Come nasce un libro: Il funerale di Edward Block

 



Qualche anno fa un’amica, che lavora per una grossa casa editrice italiana, mi disse: «Senti, ho letto il romanzo di un ragazzo, Zeno Toppan, e mi sembra molto promettente». 
«Bene, mi fa piacere. Quando lo pubblicate?»
Silenzio. Dopo una decina di secondi, ecco la risposta: «Io credo che ogni romanzo abbia bisogno della casa editrice giusta, non so se mi spiego…». 
Ci misi un attimo a fare due più due. Primo, la mia amica non intendeva proporlo alla casa editrice per cui lavorava. E, di conseguenza, lo stava proponendo a me. 
Ma perché?
«Perché le grandi case editrici vogliono vendere, commercializzare», mi rispose. «Invece a voi non importa nulla dei soldi.»
Oddio, anch’io devo arrivare alla fine del mese… Ma come rifiutare?

Il funerale di Edward Block???

Quando arrivò il manoscritto di Zeno Toppan, mi incuriosì il titolo. Pensai che ci voleva del coraggio per sceglierne uno simile, e anche che, nel caso avessi pubblicato il romanzo, lo avrei cambiato di corsa. 
Lessi la sinossi, qualche pagina random e ne rimasi colpita. 
In quel periodo, tuttavia, stavo già lavorando ad altri due editing, così passai Il funerale di Edward Block a un selezionatore di Vocifuoriscena. 
«L’incipit non funziona, devo proseguire?», questo il riscontro che ricevetti dopo una settimana. 
Gli dissi di lasciar perdere, volevo occuparmene io: per esperienza, so che gli incipit dei romanzi sono il punto dolente di ogni scrittore, così come tante volte i finali di capitolo. 
In effetti le prime pagine erano un po’ ridondanti, non arrivavano al dunque con la giusta immediatezza. 
Continuai ugualmente a leggere.
Ogni tanto inciampavo in qualche passaggio (e mi segnavo a lato “da migliorare,”), tornavo indietro a rileggere, annotavo appunti, e mi ponevo dubbi uno dietro l’altro.
Mi rendevo conto che la struttura c’era, che la trama riusciva a calamitarmi, ma ogni volta che mi confrontavo con gli altri “addetti ai lavori” di Vocifuoriscena sentivo sempre la stessa tiritera: «Sei sicura di volerlo pubblicare?». 
Sicura no, non lo sono mai. Ma sentivo che non era il caso di mollare.

Cosa mi ha convinto

A tratti Edward Block mi ricordava Bartleby lo scrivano, l’uomo insignificante, metodico e a suo modo ribelle di Melville, o meglio ancora il giardiniere Chance nel romanzo Being There (in italiano Presenze) di Jerzy Kosinski (consacrato al successo dalle strepitose interpretazioni di Peter Sellers e Shirley MacLaine nel film Oltre il giardino).
Con una differenza: Edward Block, una volta diventato – con suo immenso stupore – un artista di fama mondiale, sa benissimo cosa significa.
Ed è proprio da questa consapevolezza che nasce il suo travaglio interiore: era questo che voleva?
E, se sì, a che prezzo?
Nel romanzo c’erano dubbi, non una verità a portata di mano. C’era lo sguardo di un artista sul mondo e la sua pochezza.
O almeno è questo che ho visto io. 

Il lavoro di editing

Seppur ormai decisa a pubblicare Il funerale di Edward Block, mi rendevo conto che alcune ingenuità e spiegazioni di troppo rischiavano di appesantirlo. 
Così ne parlai a Zeno Toppan: dei passaggi andavano rivisti, soprattutto l’incipit. 
Devo dire che rimasi stupefatta dalle sue parole: «So bene di avere ancora molto da imparare: lavoriamo insieme a rendere migliore il mio romanzo, se sei disposta a farlo». 
Ma come?
Non era uno dei soliti autori supponenti che si inalberano se solo gli contesti una virgola?
Mia risposta: «Dammi del tu. E cominciamo». 
Dopo tre mesi di confronto, lavoro di limatura e sistemazione, Il funerale di Edward Block era pronto per la pubblicazione.
E, inutile dirlo, a quel punto avevo compreso che il titolo scelto da Zeno Toppan era perfetto.  


lunedì 19 ottobre 2020

Comunicazione vincitori concorso letterario "Scriviamo il futuro"

 

“Scriviamo il futuro”: ecco i vincitori

Nato da un progetto condiviso tra Vocifuoriscena, il web magazine Duegradi e gli attivisti di Fridays for future Verona, e il concorso letterario “Scriviamo il futuro” è stato pensato per dare voce a chi avverte l’emergenza climatica come un problema non procrastinabile. 
L’idea di sensibilizzare attraverso la letteratura è uno dei tanti modi per superare la coltre di indifferenza che spesso accompagna i comportamenti personali; ma anche di sfatare i negazionisti dei cambiamenti climatici, che sempre più spesso si oppongono alla scienza come se i suoi risultati costituissero mere opinioni.

I risultati del concorso

Nonostante sperassimo in qualche sorpresa positiva, nessun romanzo si è rivelato all’altezza delle aspettative. 
E, tra i tanti pervenuti, solo quattro racconti a nostro avviso meritano la pubblicazione in una raccolta, che sarà coedita da Vocifuoriscena e Duegradi. 
Abbiamo scelto, nella speranza di disincentivare almeno un po’ la competizione tipica del nostro sistema malato, di non stabilire alcuna classifica, ma di considerare i quattro racconti a pari merito. In ordine alfabetico:

1. Michele Cannas Azzurro e grigio

2. Luca Fancello Sui campi di Chiliama

3. Donatella Salvetti Il topografo

4. Andrés Vicentini Il nulla è relativo

Nei prossimi due mesi verrà effettuato un lavoro di editing sui racconti, in concerto con gli autori, e una volta pronta la pubblicazione della raccolta ve ne daremo notizia.

domenica 18 ottobre 2020

Icaria


Lo scrittore di romanzi, si sa, vola alto. Si potrebbe paragonare a Icaro, il che, specialmente in relazione all’esito della celebre bravata di costui, non depone propriamente a favore di chi si lanci in imprese troppo ardite. Il rischio di lasciarci le penne, alla lettera, è molto alto. A impallinare l’autore di romanzi (per non dire di racconti, di poesie…) è quasi sempre il selezionatore. Figura temutissima, sorta di Caronte. Sono pochissimi coloro che sopravvivono al suo vaglio. A quasi tutti gli scrittori, all’inizio della loro attività, sarà arrivata la lettera, in genere succinta, in cui con formule cortesi si annuncia che, nonostante gli indubbi pregi, ma a causa degli irrimediabili difetti, il manoscritto è stato rifiutato. Non sono pochi i grandi autori che, prima di essere riconosciuti tali, hanno subito questo affronto.

Bene. La vicenda che mi è capitata recentemente è andata in modo molto diverso.
Da qualche tempo affianco Claudia Maschio nella direzione di “Ciottoli”, la collana di narrativa di Vocifuoriscena, soprattutto nella scelta delle opere da pubblicare. Compito gravoso, simile per molti versi all’andar per funghi. 
Come per i funghi, infatti, serve levarsi all’alba e sfacchinarsi una scarpinata micidiale, arrampicandosi sui pendii per sentieri a volte quasi invisibili o addirittura aggrappandosi alle radici degli alberi. Se si è fortunati, e se da lì non è già transitata la torma dei vostri concorrenti, anche loro sguinzagliati per il bosco da prima del sorgere del sole, arrivati sui posti “buoni” potrete avere la vostra soddisfazione e portarvi a casa qualche buon porcino. 
Così va il mondo dei cercafunghi. 
E così vanno le cose per i lettori di manoscritti. La prima selezione va via veloce: basta una rapida scorsa per orientarsi. Se proprio non funziona, il manoscritto viene messo da parte rapidamente. Inutile fingere: ne arrivano così tanti che, per non restare bloccati, è inevitabile affidarsi in prima istanza all’intuito. Con qualche benevolenza nei confronti del selezionatore, si potrebbe pensare a una sorta di fiuto: anche il cercafunghi esperto sa cogliere nell’aria umida del mattino l’aroma inconfondibile del porcino. In questo caso, si ferma e si guarda in giro, perlustrando con accuratezza ogni anfratto. In caso contrario, passa ad altro. Così per i manoscritti. 
Quelli che passano la prima cernita (che viene effettuata da Claudia), finiscono nella cartella “da_leggere” del PC. La lista mi arriva in genere nel cuore della notte (Claudia, al contrario del sottoscritto, non si alza all’alba: lei all’alba se mai va a dormire…). Si procede in ordine di arrivo, in modo da non far torto a nessuno, e dopo aver chiarito i tempi di valutazione – che variano a seconda delle opere in coda – e chiesto agli autori di avvisarci nel caso prendessero accordi con un’altra casa editrice. 
Ottenuta la loro assicurazione, si passa alla lettura. Se va bene, due, tre settimane di levatacce. A volte meno, a volte di più. Non lo nego, devo anche fare i conti con la mia pigrizia (non sempre scatto puntuale al suono della sveglia) e con le mille incombenze domestiche: pare impossibile, ma con l’arrivo della pensione si sono moltiplicate… Ogni manoscritto, poi, fa storia a sé, e tra il capolavoro intoccabile e il romanzo che zoppica irrimediabilmente c’è un’amplissima “zona grigia” che comprende testi che per vari motivi non possono essere pubblicati così come sono e che pure meriterebbero di esserlo (con tutta una serie di interventi di cui parlerò prossimamente…).

Ma veniamo al dunque. Qualche tempo fa mi è capitato di leggere un testo piuttosto pregevole. L’autore, chiamiamolo Icaro. Struttura originale: vari episodi di intonazione surreale, indipendenti ma annodati insieme da un filo comune, con personaggi che sembrano smarrirsi per poi ricomparire poco oltre, in un nuovo contesto. Anche il resto era convincente: buone descrizioni, ritmi incalzanti il giusto e senza cadute, linguaggio pulito e appropriato, con qualche guizzo di originalità. Insomma, da pubblicare. Nella scala di colori della nostra griglia, decisamente sul “grigio chiaro”.
Mi confronto con Claudia. Anche da lei parere decisamente positivo (ma già l’aveva scorso al suo arrivo e se n’era fatta un’idea). Anzi, come mi aspettavo, vista la sua inclinazione al surreale, mi chiede di curare personalmente l’editing, con tutto quello che segue: ritocchi, aggiustamenti, controlli e ricontrolli incrociati (i refusi!). Favore che le concedo senza rimostranze. Ne uscirà, siamo sicuri, un buon libro.
A questo punto, resta da contattare l’autore e prendere i necessari accordi. A stretto giro, trovo sul cellulare un WhatsApp di Claudia: “Non ci crederai, vai a questo link…”. Vado e trovo il nostro manoscritto. Copertinato e in vendita su Amazon. Da non crederci, in effetti: in venti giorni, dalla nostra email di preavviso, Icaro è riuscito nell’impresa di trovare un altro editore, passare il vaglio della lettura, revisionare il testo, scegliere la copertina e pubblicare, con ISBN e tutto. 
Complimenti! Tornando alla metafora del cercafunghi: trovato il posto buono, ma mentre si faceva sosta a dissetarsi dalla borraccia, qualcuno è passato e ha spazzolato il raccolto. Buon per lui.

E buon per Icaro. Buon viaggio…


domenica 11 ottobre 2020

Come si selezionano i romanzi?



Nella casella di posta dei Ciottoli arrivano ogni mese decine e decine di romanzi. Come prima cosa leggo la sinossi, poi la scheda dell’autore: poche informazioni che potrebbero sembrare ininfluenti rispetto al romanzo proposto, ma non è mai così, guarda caso. 

La sinossi

Per chi non lo sapesse, una sinossi è un breve sunto del romanzo. In massimo due pagine, un autore deve riuscire a spiegare i contenuti del romanzo stesso, i suoi punti di forza, la struttura della trama, e pure convincere che sia il caso di pubblicarlo. Non è una cosa facile, sia chiaro, e non è dall’efficacia di una sinossi che mi faccio un’idea sul romanzo. A volte, addirittura, mi colpisce favorevolmente l’arrancare nel cercare di spiegare l’inspiegabile, l’ammissione di non riuscirci. Perché, diciamolo, è triste condensare un lavoro che è costato mesi, forse anni, in poche righe. 
Quel che però mi colpisce sfavorevolmente è quando la sinossi è scritta con i piedi: sintassi sbracata come se si stesse al bar, punteggiatura con movenze da cubista inesperta, contenuti imbastiti su senza ago né filo, notizie sui personaggi alla stregua di rebus della “Settimana Enigmistica”. 
Oppure quando mi trovo dinanzi a quelle che chiamo sinossi pubblicitarie: «Un romanzo complesso, ma intrigante, che riesce a far guardare oltre l’apparenza delle cose e con un finale da far tremare i polsi». 
Spero capirete che declamazioni simili non andrebbero bene neppure per convincere un potenziale lettore della validità dell’opera, figuriamoci un editore! 
Quel che in redazione cerchiamo non sono slogan pubblicitari raffazzonati su, ma i contenuti – espressi sinteticamente – del romanzo. E va detto tutto, anche come finisce: le sorprese si riservano alle amanti, non a chi confeziona un regalo per loro. 
Mi rattrista che molti autori sottovalutino l’importanza della sinossi. Eppure è il loro biglietto da visita. E fa differenza presentarne uno dall’ortografia stropicciata e contenuti approssimativi rispetto a uno in frac, senza sbavature e in grado di affascinare. 


La biografia

Forse non tutti hanno la mia fortuna. Per campare, mi tocca fare più lavori. E, per esempio, se voglio propormi come baby sitter, sto sul pezzo: ho cresciuto due figli, amo i bambini, ho pazienza da vendere, scrivo fiabe e ne invento ogni altro minuto, cose del genere (e vere). 
Ora, perché uno che invia un romanzo a una casa editrice può pensare che abbia un qualche interesse se ha passato due anni a Panama e come mai è andato proprio lì? O che sa giocare a freccette e quante volte centra il bersaglio? 
La biografia viene richiesta per sapere qualcosa sulla persona che ha scritto l’opera inviata. Quali sono i suoi interessi culturali, se ha già pubblicato in passato, quali sono i suoi autori preferiti e generi di riferimento, sempre se ce ne sono. 
E anch’essa fa parte del biglietto da visita… 


La selezione

Per sette anni mi sono occupata pressoché da sola di dire l’ultima parola sulle opere che arrivavano. La responsabilità di scelte simili, almeno a mio parere, è immensa. E sono felice che adesso questa responsabilità sia condivisa con Franco Ceradini, che oltre a essere un critico letterario è una persona di rara sensibilità e cultura. 
Su ogni proposta letteraria – che entrambi leggiamo – ci confrontiamo, e talvolta non è affatto facile prendere una decisione. In questi casi rompiamo le scatole a Dario Giansanti, pietra miliare di Vocifuoriscena e una sorta di “già santo” (come il cognome suggerisce), visto che ci sopporta tutti. 
Ciò che adoro nei nostri confronti è che siamo, come dire, una scatola di cioccolatini assortiti. Punti di vista diversi, retaggi culturali variegati, sfumature di sensibilità a volte alla crema, altre alla nocciola o al rum. 
Ma è la pralina che finisce per metterci d’accordo: quel tocco di raffinatezza amalgamato alla sostanza che tutti e tre vogliamo e a cui non rinunceremmo per nulla al mondo. 
Fuori di metafora, se decidiamo di dire sì a un’opera, di pubblicarla, è perché ci ha convinto, rapito in qualche modo, ma soprattutto perché sa dire qualcosa di nuovo, la verità inattesa che mancava. 



giovedì 18 maggio 2017

"45 giri", recensione di Anna Maria Balzano

L’illusione e l'inganno della “presa di coscienza”...
Anni sessanta a Roma. Quartiere Parioli. Avere diciotto o vent’anni in quegli anni e in quel quartiere significava poter sperare in un futuro di benessere e prosperità. C’era la passione per le moto e per la musica, le riunioni con gli amici nelle “cantine”, le sigarette sempre accese, i primi amori incerti e appassionati. Questo era il mondo di Filippo, detto Fil dagli amici, Pippo dai familiari, il protagonista di 45 giri, l’ultimo romanzo di Alessandro Vuccino, e questo era il mondo di Valeria, esile e minuta, ma decisa e determinata. E poi c’era Alberto, un po’ più vecchio, di altra estrazione sociale, ma saggio e esperto nel riparare e truccare moto e automobili. Sullo sfondo la Roma di Piazza Euclide e Villa Glori, di Vigna Clara e della collina Fleming. Tra ore dedicate frettolosamente allo studio e ore trascorse con gli amici, tra estati passate al mare in località alla moda, la vita di questi ragazzi sembrava scorrere al riparo dai veri problemi esistenziali che erano al contrario al centro di un’altra gioventù, quella emarginata del sottoproletariato urbano, già descritta nei Ragazzi di vita e in Una vita violenta da Pier Paolo Pasolini. Proprio queste due realtà furono in quegli anni destinate a scontrarsi sul piano ideologico e politico dando luogo a contestazioni e lotte di classe. Molti furono i giovani che si appassionarono alla politica, molti tuttavia rimasero sopraffatti da dubbi e incertezze. 



Le ultime bellissime pagine del libro di Vuccino sono illuminanti per quello che oggi ci appare come l’illusione e l’inganno di quegli anni di speranza: 
«Li vedi, loro? Loro vivranno un mondo diverso. Noi abbiamo visto solo l’inizio… Valeria, Cindy, si muoveranno in una società più giusta! È la forza della gente, delle masse. Saranno tutti guidati in modo migliore. I governi saranno costretti a dare ascolto al popolo. […] Ci sarà giustizia finalmente ed equità».
Oggi queste parole suonano come una cocente accusa e troppo facile e semplicistico sarebbe qui stabilire a chi vada attribuita la responsabilità di tale disillusione. Viene spontaneo infine chiedersi, dopo aver letto questo romanzo, cosa distingua i giovani di oggi da quelli di ieri. Alle generazioni più vecchie sentiamo sempre ripetere come il passato fosse migliore del presente, come i giovani di una volta fossero più motivati di quelli di oggi. Eppure di ciò esse sono in massima parte responsabili. 
L’estinguersi delle ideologie e un diffuso senso di rassegnazione rischia di trasformare la gioventù del passato, amante della musica e delle moto in una generazione di “sdraiati” come li ha definiti Michele Serra.
Con il piacevole espediente della fiction, Alessandro Vuccino ha scritto un interessante romanzo storico.

Anna Maria Balzano

Per saperne di più sul libro, v, scheda 45 giri

sabato 15 aprile 2017

"Il pescatore di frottole", recensione di Alice Torreggiani

 «Se c’è un unico modo di fare le cose giuste e pochissimi per porre rimedio alle cantonate, ve ne sono tantissimi di sbagliare, e gli errori, si sa, sono molto, molto più divertenti». Errori, assurdità, voli di fantasia: sono questi gli elementi che contraddistinguono la raccolta di racconti di Claudia Maschio, Il pescatore di frottole. 




Si tratta di dodici racconti e due filastrocche assolutamente originali e contemporanei. Apparentemente molto diversi l’uno dall’altro, poiché attingono a diverse tradizioni fiabesche, sono in realtà uniti da un filo conduttore, che attraversa l’intera raccolta in modo inequivocabile. Il tema comune è quello della diversità e del suo valore positivo e generativo. È infatti produttrice di significati, mondi e storie; è un seme che, se curato, crea vita. Ad essa si oppone l’omologazione, la normalità, l’ordinario, una realtà grigia e spenta che viene sconfitta da quella variopinta e luminosa del diverso. Diversità è anche sinonimo di fantasia e creatività, tratti distintivi di questi racconti. Fantasia e creatività che non scaturiscono solo dall’autrice nell’atto di plasmare mondi e trame, ma anche dai personaggi stessi, che tessono in questo modo le vicende. Un esempio lampante è Il paese degli errori, in cui l’essere normali, il fare le cose giuste, è considerato pura follia.
Un altro importante nucleo narrativo è l’antitesi fra soggettività e realtà, un duello eterno tra ciò che dovrebbe essere oggettivo e ciò che invece è frutto di elaborazione e visione personale. Questo è lampante in La finestra dei sogni, che presenta al lettore un bambino perennemente perso nelle proprie fantasie.
L’immaginario a cui immediatamente si pensa è quello di Calvino, per i paradossi e l’assurdità delle storie, che però assumono una parvenza di normalità per la disinvoltura con cui i fatti fuori dall’ordinario vengono trattati. Anche Piumini è una presenza costante, e in qualche modo rassicurante, con i personaggi imperfetti ma meravigliosi e le storie strampalate che non per forza necessitano di una spiegazione logica.
La raccolta si apre con Il pescatore di frottole, racconto che segue lo schema classico della fiaba e che per questo è molto vicino a Tecia, Tecin e Tecion, anch’esso impostato secondo lo schema propperiano delle narrazioni fiabesche. Il numero tre è centrale, come spesso accade nelle storie per l’infanzia, e non solo: è un numero magico, il numero perfetto. Il numero dei figli del pescatore che tentano di ottenere in sposa la principessa del mare, il numero dei fratelli che litigano per l’eredità lasciata dal padre defunto. Il numero dei tentativi che servono per imparare dai propri sbagli e crescere, per diventare eroi e raggiungere il lieto fine.
In Pimpinoli, La corte del Tagliapietra e La fiaba più bella troviamo invece un’importante componente fantasy e un ampio dispiego di streghe, fate, incantesimi e abilità straordinarie. 
Pimpinoli è un bambino con naso, orecchie, occhi e bocca enormi e ha quindi il vantaggio di percepire in modo amplificato il mondo, ma lo svantaggio di essere diverso dagli altri. Il che, come questo libro insegna, non è affatto uno svantaggio. 
La seconda fiaba ha per protagonista Arianna, una bambina di Venezia che, durante i suoi vagabondaggi con il fidato Chronos, si imbatte in un magico pozzo in cui vive una strega, dalla quale sarà messa alla prova. 
La terza fiaba, invece, vede una ragazza dalle incredibili doti di narratrice alle prese con l’invidia di una vecchia.
Di tutt’altro tipo sono Il compleanno del signor Pomodoro e Mezzopieno e Mezzovuoto, due episodi legati a un unico immaginario narrativo, in cui gli oggetti della casa, e in particolare della cucina, prendono vita all’insaputa degli inquilini. Essi assumono tratti caratteriali ispirati a quelli puramente materiali e fisici; sono però in grado di sostituire perfettamente i personaggi umani, creando un loro mondo completo e autonomo. 
Similmente accade in Il pianeta degli orologi e Il malefico mastro Tempo, anch’essi parti di un’unica storia. Questa volta ad animarsi sono mille e mille tipi di orologi, che vivono su di un pianeta tutto loro, dove paradossalmente il tempo non scorre o, quando scorre, fa brutti scherzi. Anche qui, ogni personaggio si caratterizza a seconda del tipo di orologio che è. 
La leggenda della lettera P, invece,  è un racconto un po’ a sé stante, poiché i protagonisti non sono persone, né oggetti, bensì lettere dell’alfabeto, e la storia si basa su uno scambio di lettere che dà origine a equivoci nel creare le parole. Si approda così a un divertente gioco di creazione di vocaboli, che ricorda molto le tecniche di produzione di storie che Gianni Rodari descrive nella sua Grammatica della fantasia. Introduzione all’arte di inventare storie. Si tratta di un processo altamente creativo e potenzialmente senza limiti, che stimola la fantasia dei bambini. E così il racconto diventa una sorta di trampolino di lancio per l’immaginazione del lettore, poiché gli offre la possibilità di continuare con questi atti di creazione. 
La lettera P annuiva piegando il capo. La C si avvicinò a lei e disse: “Non devi essere invidiosa. Sì, è vero, io sono nel cuore di tutti, e questo è importante. Ma tu sei nei pensieri di tutti e questo è altrettanto importante. E poi senza di te non ci sarebbero la pace, i propositi, le polpette e il pistacchio, e non si potrebbe parlare, pasticciare, pazzeggiare…”.
Questo passaggio racchiude il nucleo del racconto e dell’intera raccolta, perché mostra, in modo assolutamente efficace e per niente scontato, come l’unicità e la diversità siano fondamentali e come ognuno occupi un proprio ruolo nel mondo, che, proprio perché diverso dagli altri, è speciale. .


Per maggiori informazioni sul libro, Il pescatore di frottole.